Sottopagati a 25 euro a giornata invece dei 48 previsti dal contratto che hanno in tasca e truffati insieme all’Inps sul numero di giornate lavorative versate per i contributi

pomodoriVivono in case in affitto, non lavorano in nero. Eppure sono sempre vittime del caporale e i contributi non li vedranno mai. È la realtà paradossale della Piana del Sele, dove, apparentemente va tutto bene. Non ci sono più grandi ghetti dopo lo sgombero nel 2009 di quello di San Nicola Varco, emblema del dramma dei migranti, e la stragrande maggioranza dei lavoratori agricoli ha in tasca un contratto di lavoro e relativo permesso di soggiorno. Ma in realtà il modello di produzione non è cambiato: alla base c’è sempre il caporalato e l’evasione dei contributi all’Inps. Ecco cosa viene fuori, grattando sotto la superficie lucente della “California d’Italia” una delle zone di produzione agricola migliori del Paese, dove “rimangono gravi le condizioni di sfruttamento dei migranti impiegati”. A dirlo è la Onlus Medici per i Diritti Umani che ha documentato la situazione con un rapporto dettagliato e due testimonianze video, nell’ambito del progetto “Terragiusta”, in collaborazione con l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre. Il progetto è realizzato con il supporto della Fondazione Charlemagne, di Open Society Foundations, della Fondazione con il Sud e della Fondazione Nando Peretti.

Alberto Barbieri, coordinatore di Medu, fa un paragone con la situazione più eclatante, quella di Rosarno. “Nella Piana di Gioia Tauro c’è un’economia agrumicola in crisi, con il 90% dei migranti che lavora senza contratto, l’accoglienza è disastrosa, fatta di baraccopoli e la sottopaga viene giustificata dai produttori agricoli con la crisi – spiega Barbieri – nella Piana del Sele, dove c’è una produzione agricola ricca, in espansione, prodotti di eccellenza, si vede l’altra faccia dello sfruttamento nell’agricoltura italiana. Il ghetto non c’è più, i migranti vivono in case prese in affitto, i contratti tutto sommato ci sono, ma se si guarda attentamente questa apparente situazione positiva, sotto c’è sempre lo sfruttamento. Abbiamo raccolto numerose testimonianze delle pratiche fraudolente che non riguardano solo gli stranieri, le irregolarità contributive interessano anche i lavoratori italiani, ma ovviamente lo straniero è più discriminato”.

Le principali illegalità consistono nei sottosalari, nel fenomeno delle buste paga fittizie, e nel ricorso al caporale, al quale va pagata una tariffa per il trasporto di circa cinque euro su 25 di paga giornaliera. Il caporalato interessa anche una quota di coloro che lavorano con il contratto. Chi è stato regolarmente ingaggiato, non riceve la paga di 48 euro nette a giornata, ma arriva al massimo a 30. E non vengono dichiarate all’Inps tutte le giornate di lavoro ai fini dei contributi.

Dopo lo smantellamento del ghetto di San Nicola Varco, dove vivano mille migranti, i braccianti sono riusciti a distribuirsi sul territorio in case in affitto, soprattutto nelle aree di Capaccio, Bivio Santa Cecilia – Eboli, litoranea Salerno-Paestum. Con le regolarizzazioni avvenute in seguito alle sanatorie del 2010 e del 2012 molti hanno ottenuto un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Il 75% dei 130 lavoratori stranieri regolari intervistati dal team Medu ha affermato di avere un contratto di lavoro. Ma nonostante la paga minima giornaliera prevista dai contratti collettivi vigenti sia di circa 48 euro giornalieri, il 62% di essi ha dichiarato di percepire 30 euro al giorno, il 16% meno di 30 euro, il 13% tra i 31 e i 40 euro e solo il 2% oltre i 40 euro. “Per quanto concerne il versamento dei contributi sociali, il 64% ha dichiarato di vedersi riconosciute un numero di giornate inferiori a quelle effettivamente svolte, il 17% dichiara di non sapere se gli siano state o gli saranno riconosciute delle giornate di lavoro a livello contributivo mentre il 19% non ha risposto alla domanda. Tra i migranti che hanno affermato di avere un contratto di lavoro, il 12% ha ammesso il ricorso al caporale – scrivono i Medici per i diritti umani – Tra i braccianti privi di permesso di soggiorno, invece, il 69% ha dichiarato di percepire 30 euro al giorno, il 24% meno di 30 euro e infine solo il 7% tra i 31 e i 40 euro. Sempre tra i lavoratori irregolarmente soggiornanti, il 43% ha ammesso il ricorso all’intermediazione di un caporale e il 17% non ha accettato di rispondere. Un terzo di tutti i lavoratori intervistati ha inoltre dichiarato di dover pagare una somma di denaro per poter raggiungere il posto di lavoro ad un caporale (in media 3,9 euro) o, in percentuali più ridotte (in media 2,7 euro), ad un autista e/o conoscente”.

Un altro fenomeno evidenziato dal rapporto è quello delle truffe ai danni degli immigrati attraverso la vendita di falsi contratti di lavoro in agricoltura (vedi il video La storia di Mohamed).

“Si tratta di un sistema fraudolento gestito da reti organizzate di stranieri e di italiani che sfrutta in particolare i decreti flussi stagionali – scrivono i Medu – I migranti, per lo più di nazionalità marocchina, effettuano il loro primo ingresso nel nostro Paese nel momento in cui alcuni connazionali che risiedono in Italia e fungono da intermediari procurano i nulla osta delle Prefetture a nome di aziende realmente esistenti o anche fittizie. In questo caso i migranti sono obbligati a pagare dai 3.000 ai 6.000 euro l’organizzazione che gestisce il sistema per trovarsi poi in una condizione di irregolarità poiché al momento del perfezionamento della procedura di assunzione, da effettuarsi entro otto giorni dall’arrivo in Italia, il datore di lavoro risulta irreperibile”. L’altro meccanismo che viene descritto nelle testimonianze è quello della compravendita dei contratti utili al rinnovo del permesso di soggiorno. In questo caso un contratto può costare al migrante dai 500 ai 1.500 euro.

Infine emerge il dato che a essere sfruttati sono migliaia di lavoratori in Italia in media da sette anni, ma il 25% ha dichiarato di essere nel Paese da più di 10 anni, che nel più del 70% parla bene l’italiano ed è stabile sulla Penisola. Ma si tratta di lavoratori esclusi socialmente, come dimostra il fatto che solo poco più di metà dei migranti regolarmente soggiornanti è in possesso della carta di identità e, in 12 casi, gli intervistati hanno dichiarato di aver dovuto pagare dai 150 ai 300 euro un connazionale o un affittuario italiano per ottenere una dichiarazione di ospitalità e potersi così iscrivere all’anagrafe del Comune di residenza.

tratto da redattoresociale.it

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