Cinque luoghi comuni sull’Argentina

da sinistraunita.org – di Giacomo Bracci Francesco Ruggeri – Sicuramente avrete sentito parlare della situazione economica in Argentina. Lo scorso giovedì 30 luglio il governo argentino ha dichiarato default su un pacchetto di obbligazioni detenuti da alcuni fondi di investimento americani: ciò comporta l’interruzione dei pagamenti dovuti dal governo a questi fondi speculativi.

E quali possono essere le conseguenze per l’economia reale argentina? Al riguardo, sarete senz’altro venuti a contatto con una serie di luoghi comuni, comunemente accettati da molti commentatori ma che spesso non corrispondono alla realtà dei fatti.

Proviamo a ricostruire un quadro veritiero dei fatti argentini, passando in rassegna i 5 principali luoghi comuni sul tema.

1. L’Argentina è fallita per la seconda volta in 13 anni.

Se è vero che l’Argentina ha dichiarato di non voler più onorare alcuni pagamenti, come precisato da diversi analisti finanziari, economisti e giornalisti, fra cui Richard Lough ed Eliana Raszewski: “la situazione è molto diversa dal disastro che seguì al collasso finanziario del Paese nel 2000-2001, […] stavolta il governo è solvibile. [grassetto nostro, nda]”.

Soffermiamoci un attimo sul concetto di titolo di Stato. L’economista Joseph Stiglitz spiega chiaramente che un titolo di Stato non è altro che una promessa di pagamento (a breve o a lunga scadenza) denominata nella valuta…emessa dallo Stato stesso!
Perciò la probabilità che uno Stato che emette la propria valuta possa fallire è pari a zero.

Il problema si pone nel momento in cui, per varie ragioni, lo Stato decide di utilizzare la valuta di qualcun altro per effettuare i suoi pagamenti. Chiaramente, per poterla ottenere, lo Stato dovrà chiederla in prestito dagli enti che la emettono (altri Stati). In questo caso può accadere che lo Stato si trovi nella condizione di non avere più a disposizione questa valuta.

È esattamente ciò che è accaduto all’Argentina, quando nel 2005 prima e nel 2010 poi ha deciso di effettuare i pagamenti relativi ai titoli in mano ad alcuni fondi di investimento americani attraverso il sistema bancario americano.

2. L’Argentina è entrata in crisi dopo il fallimento del 2001.

Forse dovremmo invertire la causa e l’effetto. Il fallimento del governo argentino nel 2001 è stato il risultato di una politica di dollarizzazione iniziata nel 1991, che veniva giustificata tramite la sua supposta capacità di stabilizzare il livello dei prezzi. Questa visione è legata ad una concezione neoliberista dell’economia, che in America Latina è stata promossa soprattutto dal Fondo Monetario Internazionale.

La dollarizzazione si concretizza nel fatto che la moneta argentina (il peso) era legata al dollaro da un tasso di cambio 1:1. Per ogni peso in circolazione deve esistere un’eguale contropartita in dollari, e ciò equivale al fatto che si utilizzi la moneta di qualcun altro.

In pratica, l’Argentina ha smesso di emettere la propria valuta, scegliendo di adottare il dollaro come sua moneta.

Come molti altri esempi di accordi valutari dimostrano (vedi Sistema Monetario Europeo nel 1992), l’accordo di cambio intrapreso dall’Argentina l’ha esposta ad una crisi speculativa, avvenuta proprio nel 2001. La speculazione può nascere in questi casi proprio perché i governi sono costretti a mantenere l’impegno di conservare il cambio fisso con altre valute.

3. L’Argentina trucca le statistiche sull’inflazione

Questo è uno degli argomenti più utilizzati da larga parte del mondo giornalistico avverso alle politiche espansive argentine. Trae spunto, in particolare, dalle statistiche elaborate dall’argentino Alberto Cavallo e dal venezuelano Roberto Rigobon, i quali attraverso stime “indipendenti” affermano che l’inflazione si attesterebbe fra il 24% e il 30%, invece che attorno al 10% come risulta dalle stime ufficiali. Queste stime cosiddette indipendenti sono spesso riprese da The Economist, fra l’altro, nell’ambito di numerosi articoli di accusa alle politiche del governo Kirchner.

Se è legittimo dubitare delle statistiche ufficiali, lo stesso vale per quelle ufficiose. Fermo restando che non siamo in grado di sapere se le statistiche ufficiali siano truccate o meno, possiamo provare a capire quale impatto avrebbe il differente valore del tasso d’inflazione sull’economia.

Un tasso d’inflazione del 25%, ad esempio, comporterebbe che il Prodotto Interno Lordo in termini reali (cioè al netto dell’effetto dell’aumento dei prezzi) sarebbe in caduta libera da anni, crollando del 6% o 7% all’anno.

Tuttavia, come osserva l’economista Randall Wray, sembra improbabile a fronte di un tasso di disoccupazione che prima del 2002 superava il 20% mentre secondo le ultime stime relative al 2014 si attesta attorno al 7%. Allo stesso modo, l’indice di Gini – che misura il livello delle disugaglianze presenti nel paese – è sceso dallo 0.5472 del gennaio 2002 allo 0.449 del gennaio 2010 (un livello di 1.00 indica una condizione di massima disuguaglianza).

Quale che ne sia il livello, l’inflazione argentina è, secondo gli economisti Roberto Lampa e Alejandro Fiorito, imputabile non tanto all’eccesso di spesa pubblica e di domanda. Sarebbero più rilevanti un effetto di trascinamento sui prezzi delle esportazioni di alcuni beni (come ad esempio carni e soia), il conflitto distributivo, determinato dalla crescita dei salari in termini reali, e il rapido ritmo a cui procede la svalutazione del peso.

Inoltre, considerare l’inflazione come un parametro di per sé esplicativo della condizione economica di un paese è fuorviante. È necessario invece rapportare la crescita del livello dei prezzi all’andamento del livello dei redditi, per capire se il potere d’acquisto dei cittadini sia veramente calato o meno a seguito di un aumento dei prezzi.

Immaginiamo di dover salire all’interno di un autobus di linea. Ad un tratto scopri che il prezzo del biglietto è passato da €1.00 a €1.50: sicuramente non ti farà piacere, e fino a qui non ci sono dubbi. Se però nel portafoglio hai ad esempio €100, questa pesante inflazione del 50% non graverà in modo consistente sulle tue finanze. La musica cambia se, per ragioni che possono andare dalle tue dimenticanze mattutine ad una situazione economica difficile, ti dovessi trovare con €2 in tasca. In questo caso, l’aumento del prezzo del biglietto potrebbe costringerti a razionare le tue spese e limiterebbe gravemente il tuo potere d’acquisto.

In quest’ottica, Lampa e Fiorito sostengono infatti che “la tradizionale vicinanza dei governi peronisti alle centrali sindacali argentine ha prodotto una politica salariale che ha permesso ai lavoratori di tenere il passo dell’inflazione: nonostante quest’ultima sia stimata tra il 20 ed il 25%, attualmente la crescita del salario per il 2013 è prevista attorno al 25,3% (con punte del 31,2% nel settore privato), non pregiudicando il potere d’acquisto dei settori popolari”.

4. La spesa pubblica argentina è fuori controllo.

I dati forniti da Roberto Lampa e Alejandro Fiorito mostrano che il deficit primario argentino (cioè la differenza tra quanto lo stato spende e quanto tassa al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico) si attesta allo 0.2% del PIL, un dato assolutamente in linea con i risultati dei Paesi dell’area sudamericana.

Difficile dire quindi che il contributo del governo sia determinante per la dinamica dell’inflazione o per i recenti avvenimenti circa il nuovo “default” argentino.grafico argentina

 

 

 

Al contrario, come spiega Randall Wray, la maggior parte degli investimenti, cresciuti nel periodo dei governi Kirchner a circa il 21%, proviene dal settore privato, mentre la quota degli investimenti pubblici è inferiore al 2%. Ciò ha consentito alla produzione industriale di crescere ad un tasso vicino all’8% a partire dal 2003.

Se è vero che la spesa sostenuta dai governi argentini a scopi sociali è stata consistente, è anche vero che i risultati prodotti da tali politiche sono stati validamente riconosciuti anche da istituzioni internazionali. Emanuela Galasso e Martin Ravallion del Development Research Group della Banca Mondiale ritengono che i programmi occupazionali implementati dal governo argentino in risposta alla crisi del 2001-2002 abbiano ridotto la disoccupazione complessiva, difeso le fasce sociali più colpite dalla crisi e ridotto la povertà estrema.

5. È tutta colpa degli hedge fund americani.

La comprensibile avversione verso una finanza speculativa che ha colpito l’Argentina nel 2001 e continua a pretendere il pagamento dei crediti che vanta non deve in ogni caso oscurare le pesanti responsabilità delle scelte politiche in queste vicende.

Le odierne pretese degli hedge funds, infatti, sono la conseguenza di improvvide scelte politiche del passato e del presente. La dollarizzazione ha creato le condizioni per il default avvenuto nel 2001 e i successivi contenziosi fra governo argentino e fondi speculativi. La decisione successiva dei governi Kirchner di utilizzare il dollaro per effettuare i pagamenti dovuti a tali fondi ha poi mantenuto intatta la situazione di conflittualità.

Ciò che puoi trarre come lezione dal caso argentino è che la direzione politica giusta per il governo di un paese è quella che massimizza il benessere dei suoi cittadini attraverso il perseguimento della piena occupazione e la migliore distribuzione del reddito. Tutte le scelte di tipo tecnico-economico che prescindono da questi due obiettivi non sono funzionali al benessere della popolazione.

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