Più di mille disoccupati al giorno

Roberto Ciccarelli – il manifesto – Reces­sione, defla­zione, disoc­cu­pa­zione. Con un tris di dati l’Istat dise­gna il pro­filo di un paese per­duto nel giorno del con­si­glio dei mini­stri che vor­rebbe farlo ripar­tire «con il botto». Ma le vel­leità dell’esecutivo vanno in dire­zione oppo­sta rispetto ad una situa­zione eco­no­mica che peg­giora. Nel secondo tri­me­stre del 2014, nel pieno delle fun­zioni del governo Renzi, il Pil è dimi­nuito dello 0,2% sia rispetto al tri­me­stre pre­ce­dente, sia rispetto al seme­stre ana­logo del 2013 (a Palazzo Chigi c’era Letta). L’Italia è avviata verso un Pil nega­tivo per il terzo anno con­se­cu­tivo: –0,3% nel 2014.

Tra giu­gno e luglio del 2014 l’occupazione è bal­zata al 12,6% (era al 12,3%) e più di mille per­sone al giorno hanno perso il lavoro. Se a Nord gli occu­pati sono aumen­tati nell’ultimo mese (+0,3%, pari a 36 mila unità), a Sud la disoc­cu­pa­zione aumenta: 91 mila unità in meno. I nuovi disoc­cu­pati sono 35 mila. L’occupazione cre­sce di 124 mila al centro-Nord nell’industria (+2,8% rispetto al 2013), sia tra i dipen­denti sia tra gli indi­pen­denti. Pro­se­gue, invece, per il quin­di­ce­simo tri­me­stre, la fles­sione degli occu­pati nell’edilizia (-3,8%, –61 mila unità) e nel ter­zia­rio (-0,6%, 92 mila).

Oltre a quella geo­gra­fica, c’è anche la frat­tura gene­ra­zio­nale. Se i gio­vani tra i 15 e i 34 anni e gli adulti tra i 35 e i 49 anni con­ti­nuano a per­dere il lavoro (rispet­ti­va­mente –4% e –1,6%), l’occupazione cre­sce tra gli over 50 (+5,5%). Que­sta accade a dispetto di un rim­balzo posi­tivo nell’occupazione dei 15-24enni: 42,9%, (-0,8%), ma in aumento di 2,9 punti in un anno.
Un altro dato molto impor­tante è quello sulla tipo­lo­gia dei con­tratti. Biso­gna fare atten­zione per­ché su que­sto Renzi sta ope­rando un’aggressiva ope­ra­zione pro­pa­gan­di­stica per dimo­strare che la pre­sunta effi­ca­cia delle sue ricette. Dopo avere pre­ca­riz­zato i con­tratti a ter­mine eli­mi­nando la «cau­sale», con norme anti-costituzionali e con­tra­rie alla diret­tiva euro­pea 70/1999, que­sti con­tratti sono effet­ti­va­mente cresciuti.

Per l’Istat gli occu­pati a tempo par­ziale sono aumen­tati nel terzo tri­me­stre di 75 mila unità (+1,9%). Cre­scono anche i dipen­denti a ter­mine, dopo cin­que tri­me­stri con­se­cu­tivi di calo, men­tre calano i col­la­bo­ra­tori di 36 mila unità. Ma a fine anno le sta­ti­sti­che rischiano di essere diverse a causa delle ces­sa­zioni. Il governo sta gio­cando le sue carte sulla breve durata e spera che ci siano i rin­novi. Esi­ste invece la pos­si­bi­lità, favo­rita dalla riforma Poletti, dei licen­zia­menti (o meglio, del non rin­novo). Scelte di corto respiro in cui il governo crede (come quelli pre­ce­denti). E non importa la qua­lità del lavoro, meglio uno pes­simo oggi che il nulla. Que­sta visione pau­pe­ri­stica del mer­cato del lavoro alli­gna ovun­que, sin­da­cati compresi.

E in più ispira le pose da incom­preso dello stesso pre­mier: «Qual­cuno poi si è accorto che nell’ultimo mese c’è stato un aumento di oltre 50 mila posti di lavoro? — ha detto Renzi — No, per­ché, com’è natu­rale, fa noti­zia l’albero che cade e non la fore­sta che cre­sce». Alla luce dell’andamento del mer­cato del lavoro, la fore­sta cre­sciuta verrà pre­sto disbo­scata. Non per volontà di un cieco destino baro, ma per espressa volontà dell’esecutivo ispi­rato alla visione libe­ri­sta delle «porte gire­voli»: si esce dalla disoc­cu­pa­zione per rien­trarci, dopo brevi periodi di lavoro pre­ca­rio che con­tano solo per le statistiche.

Il governo, pres­sato dalla Bce di Dra­ghi, insi­sterà su que­sto seg­mento dei con­tratti, auspi­cando anche la ridu­zione dell’inattività. Cosa che sta acca­dendo: a giu­gno gli inat­tivi tra i 15 e i 64 anni erano dimi­nuiti di 151 mila unità. Sono stati gli anziani ad «atti­varsi» e non i gio­vani. Donne, in otto casi su dieci, che restano sem­pre più disoc­cu­pate rispetto agli uomini: 46,5%. Pra­ti­ca­mente una su due non lavora, ma è asso­lu­ta­mente pre­ca­ria. L’ultima frat­tura che emerge nel mondo della disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale e di lunga durata in Ita­lia è quella tra lavo­ra­tori ita­liani e stra­nieri. Alla dimi­nu­zione della prima di 105 mila unità cor­ri­sponde la cre­scita di quella stra­niera di 91 mila (+0,6%).

In un paese dolente per le frat­ture geo­gra­fi­che, gene­ra­zio­nali, di nazio­na­lità e tra i sessi si afferma anche la defla­zione per la prima volta dal set­tem­bre 1959, quando la varia­zione dei prezzi risultò nega­tiva dell’1,1%. In una fase carat­te­riz­zata da 7 mesi di tassi nega­tivi. Oggi i prezzi stanno scen­dendo da 4 mesi con­se­cu­tivi. È la com­po­nente ener­ge­tica, in par­ti­co­lare quella legata al costo dei car­bu­ranti, a pesare sui prezzi di ago­sto e a tra­sci­nare l’indice in nega­tivo. Secondo i dati prov­vi­sori dell’Istat, i prezzi sono dimi­nuiti dell’1,2% rispetto al 2013 (dal +0,4% di luglio), con la ben­zina in calo dello 0,9% e il gaso­lio dell’1,7%. I prezzi che sono saliti di più sono quelli dei tra­sporti (+3,8%), men­tre scen­dono (defla­zione) in tre set­tori ali­men­tari su dodici: ali­men­tare (-0,5%), comu­ni­ca­zioni (-9,1%) e abi­ta­zione, acqua, elet­tri­cità e com­bu­sti­bili (-1,1%) come avviene da tempo.

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