Renzi pronto a cancellare l’articolo 18

di Antonio Sciotto – il manifesto

Ci siamo. Mat­teo Renzi ha sve­lato i pro­grammi del governo sull’articolo 18, finora coperti da dichia­ra­zioni vaghe o con­trad­dit­to­rie sul Jobs Act. Un’altalena che dura da mesi, sul cosid­detto «con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti»: una volta pare pre­do­mi­nare la “ver­sione Ichino” (dopo i 3 anni non si matura l’articolo 18 pieno, con la rein­te­gra, ma si ha diritto solo a un inden­nizzo eco­no­mico) e un’altra quella di Boeri-Garibaldi (il per­corso si con­clude con un 18 com­pleto). Il pre­si­dente del con­si­glio pro­pende per la prima ipo­tesi, che can­cella l’articolo 18 così come lo cono­sciamo, per sem­pre e per tutti: e lo ha rive­lato ieri nella “tana del lupo”, in un’intervista al diret­tore del Sole 24 Ore, quo­ti­diano della Confindustria.

Ecco le parole di Renzi, pre­ce­dute dalla domanda del diret­tore Roberto Napo­le­tano (l’intervista era ieri in aper­tura del gior­nale, e occu­pava le intere pagine 2 e 3). Domanda: «Con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato fles­si­bile vuol dire anche supe­ra­mento dell’articolo 18 e della rein­te­gra obbli­ga­to­ria?». La rispo­sta del pre­mier: «Quella è la dire­zione di mar­cia, mi sem­bra ovvio. Sarà pos­si­bile solo se si cam­bierà il sistema di tutele».

Se il ter­mine «supe­ra­mento» vuol dire tutto e niente, e non avrebbe in sé carat­te­riz­zato la domanda, è invece asso­lu­ta­mente indi­ca­tiva l’espressione «rein­te­gra obbli­ga­to­ria», che rap­pre­senta il “cuore” dell’articolo 18. A meno di una cat­tiva tra­scri­zione del diret­tore del Sole 24 Ore (ma lì Renzi dovrebbe pre­ten­dere una qual­che ret­ti­fica), le inten­zioni del governo sem­brano insomma chiare.

Senza stare ad appen­dersi alle sin­gole dichia­ra­zioni (che come inse­gna la neo­nata «annun­cite» pos­sono essere smen­tite dai fatti), emerge però chia­ra­mente che l’attuale ese­cu­tivo minac­cia molto pesan­te­mente la tutela con­tro i licen­zia­menti indi­scri­mi­nati: spinto dalla pres­sione dell’Ncd – certo – ma soste­nuto anche da una grossa fetta di “ren­ziani” a cui que­sta garan­zia non sta a cuore. Diver­sa­mente la vede il campo “ber­sa­niano” – più vicino alla Cgil – ma sap­piamo quanto facil­mente esso possa venire zit­tito dai timo­nieri del partito.

Lo stesso pre­mier nelle ultime set­ti­mane ha ripe­tuto che «l’articolo 18 non è il vero pro­blema», e lunedì scorso aveva aggiunto che riguarda «solo 3000 per­sone» in Ita­lia, quasi a fare inten­dere che non sarebbe stato toc­cato (a parte il met­terlo alla fine del nuovo con­tratto trien­nale, accet­tato ormai anche dai più “riot­tosi”, come la Cgil e la Fiom). E lo stesso mini­stro del Lavoro Giu­liano Poletti, poco dopo Fer­ra­go­sto, aveva fatto capire che sì, l’intero Sta­tuto dei lavo­ra­tori sarebbe stato riscritto (come dice anche Renzi), ma senza andare a modi­fi­care in modo trau­ma­tico la “tutela delle tutele”.

Ieri, invece, una bella doc­cia fredda, un Ice Buc­ket Chal­lenge rove­sciato sulla testa di Susanna Camusso. Che infatti ha rea­gito, inter­vi­stata dall’Unità on line: «Non è vero che riguarda 3 mila per­sone – ha detto la segre­ta­ria della Cgil – Que­sto è un modo di smi­nuire. Quell’articolo riguarda i diritti fon­da­men­tali dei cit­ta­dini, e dei lavo­ra­tori, diritti che non pos­sono essere sop­pressi». La lea­der sin­da­cale invita quindi Renzi ad «abban­do­nare gli slo­gan», e a pren­dere «dal modello tede­sco gli ele­menti che miglio­rano le con­di­zioni dei lavo­ra­tori, e non quello che precarizza».

Duris­sima anche la rea­zione del segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, che annun­cia un autunno rovente: se il governo pensa di can­cel­lare l’articolo 18, «si aprirà un con­flitto molto pesante non solo con la Fiom ma con tutti i lavo­ra­tori». «Come dicono a Napoli, accà nisciuno è fesso», ha poi aggiunto.

Intanto oggi pro­prio il Jobs Act approda in Senato, nella Com­mis­sione Lavoro pre­sie­duta da Mau­ri­zio Sac­coni, che da anni vor­rebbe abo­lirlo. Ieri Sac­coni ha chie­sto una «delega al governo ampia e senza ini­bi­zioni, tale da con­sen­tire di rifor­mare le tutele».

Tenta di fre­narlo Cesare Damiano (Pd), pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera: «Ser­vono obiet­tivi sele­zio­nati, dele­ghe in bianco non sareb­bero pos­si­bili. C’è una pro­po­sta di legge del Pd pre­sen­tata già nella pas­sata legi­sla­tura: periodo di prova non supe­riore a tre anni, minor costo rispetto a tutti gli altri con­tratti, e matu­ra­zione alla fine dell’articolo 18».

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