Costose, crudeli e inutili: le leggi sull’immigrazione in Italia.

corriereimmigrazione.it –

Le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare non servono allo scopo dichiarato. Un nuovo, documentatissimo studio lo conferma.

Grottesche, crudeli, inutili: così il sociologo Enrico Pugliese definì, qualche anno fa, le politiche migratorie del nostro paese. Parafrasando quella fortunata espressione, oggi il contrasto all’immigrazione irregolare si potrebbe definire costoso, crudele e inutile. È la conclusione cui si arriva leggendo lo studio di Alberto di Martino, Francesca Biondi Dal Monte, Ilaria Boiano e Rosa Raffaelli, La criminalizzazione dell’immigrazione irregolare: legislazione e prassi in Italia (Pisa University Press, 2013). Ne abbiamo parlato con Ilaria Boiano e Alberto di Martino (quest’ultimo coordinatore della ricerca).

Professor Di Martino, sono “crudeli” le politiche migratorie italiane?
«Noi siamo giuristi e studiosi, e ci esprimiamo in linguaggio tecnico: perciò non parlerei di crudeltà. Direi piuttosto che le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare sono in larga parte incoerenti, non conformi al dettato costituzionale e alle normative europee».

Ci spieghi meglio…
«I lettori devono sapere che la procedura relativa all’allontanamento degli irregolari è stata modificata, in tempi recenti, per adeguarsi alle norme comunitarie (in particolare alla cosiddetta “Direttiva Rimpatri”). Semplificando un po’, diciamo che il “vecchio” sistema – quello della “Bossi-Fini” – prevedeva il rimpatrio forzato come procedura ordinaria di espulsione. Solo in casi particolari si poteva applicare una misura diversa, per esempio la cosiddetta “intimazione” (l’ordine scritto di allontanarsi dall’Italia, senza il rimpatrio coattivo). In questo quadro, il trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) aveva un ruolo centrale. Ebbene, questa impostazione è stata rovesciata: oggi l’accompagnamento alla frontiera e il trattenimento nei Cie non devono più essere la norma ma l’eccezione. Il problema è che, nella prassi, l’Italia non si è adeguata: nel corso della ricerca abbiamo intervistato molti operatori delle forze dell’ordine, che non erano neppure a conoscenza delle novità introdotte dalla normativa. Inoltre, spesso le espulsioni vengono notificate su formulari non aggiornati, e agli stranieri non viene proposto il rimpatrio volontario come prevede la legge. Insomma, le norme sono cambiate ma le prassi sono le stesse…»

Diceva poco fa che le nostre norme sono in contrasto con la Costituzione…
«Sì, soprattutto per quel che riguarda i Cie. Questi centri, oggi, sono strutture non diverse da quelle carcerarie: sono luoghi chiusi e sorvegliati, spesso costruiti riadattando vecchie prigioni e caserme; gli “ospiti” non possono uscire, e i contatti con l’esterno sono pressoché impossibili. La vita quotidiana nei centri è spesso peggiore rispetto a quella delle carceri, sia per la qualità delle strutture che per le modalità di trattamento degli ospiti.
Ora, su questo punto la Costituzione è molto chiara. L’Art. 13 prevede che “non è ammessa alcuna forma di restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Le norme in materia di trattenimento, invece, sono generiche, e lasciano ampio spazio alla discrezionalità amministrativa…»

Dunque i Cie andrebbero chiusi?

«La chiusura dei Cie è un’opzione estrema, che è legittima ma non è l’unica possibile. Dal punto di vista della conformità alla Costituzione, bisognerebbe prevedere un controllo giurisdizionale vero, nonché una definizione precisa di standard di accoglienza rispettosi della dignità umana. Infine, cosa importantissima, il trattenimento dovrebbe essere l’extrema ratio, non la procedura ordinaria di espulsione».

Non siete i primi a denunciare violazioni dei diritti nei Cie. È almeno dal 2007, dalla Commissione De Mistura nominata dal Ministro Amato, che queste cose vengono dette. Non è un po’ sconfortante il fatto che nulla sia cambiato in tutti questi anni?
«Le denunce sulle condizioni dei Cie (che all’epoca si chiamavano Cpt) risalgono a ben prima del 2007. Solo per fare un esempio, fu la Corte dei Conti a dire, nel 2003, che il trattamento degli “ospiti” dei centri “è per taluni aspetti deteriore rispetto a quello riservato ai detenuti nelle strutture carcerarie”. Dunque, per certi versi non diciamo nulla di nuovo, e certo non è piacevole pensare che le cose non siano cambiate… Detto questo, penso che il nostro studio introduca anche degli elementi innovativi. Il tema della incostituzionalità del sistema di trattenimento, ad esempio, è stato spesso suggerito, evocato, agitato, ma noi proviamo ad affrontarlo con maggiore sistematicità. Infine, in un periodo di crisi economica, il nostro studio sui costi può forse aprire qualche breccia…».

Già, i costi. La ricerca dei quattro autori mette il dito nella piaga. Il sistema delle espulsioni non è solo contrario alla Costituzione, alle norme sui diritti umani e alle direttive europee: è anche un sistema costoso e inefficiente. Giriamo la domanda a Ilaria Boiano.

Avvocata Boiano, i Cie sono una spesa inutile?
«Partiamo da una premessa. I Cie sono stati pensati per allontanare i migranti irregolari: ora, questo obiettivo può anche essere discutibile, e certo io non sono una sostenitrice delle espulsioni. Detto questo, può essere interessante vedere se il sistema funziona, diciamo così, dal suo stesso punto di vista, cioè se riesce a perseguire i suoi obiettivi dichiarati.
Ecco, noi abbiamo provato a fare questa verifica, tra mille difficoltà: il Ministero non fornisce dati aggiornati, e anche le statistiche disponibili sono spesso male organizzate e lacunose. Abbiamo provato a rivolgerci direttamente agli enti gestori dei singoli Cie, ma questi non sempre hanno risposto. In Italia è molto difficile sapere cosa accade davvero in queste strutture. Tuttavia, facendo qualche calcolo indiretto, e qualche proiezione di dati relativi ad anni passati, si può ottenere qualche informazione utile…».

Ad esempio?
«È illuminante il tasso di efficacia dei Cie, cioè il numero degli stranieri effettivamente rimpatriati in rapporto a quelli trattenuti nei centri. Guardando le statistiche degli ultimi anni, si può osservare che solo la metà degli “ospiti” viene allontanata dall’Italia. Se poi vediamo quanti stranieri irregolari transitano nel sistema dei Cie, la situazione si fa grottesca: in media, nell’arco di un anno, solo l’1,2% dei cosiddetti “clandestini” finisce nei “centri”, e solo lo 0,6% viene effettivamente rimpatriato. Verrebbe da dire che si cerca di svuotare l’oceano con il classico cucchiaino…».

E quanto “costa” questo sistema?

«Ecco, è interessante vedere quanto spendiamo per allontanare lo 0,6% degli irregolari. Anche qui, è impossibile fornire dati precisi, ma si possono ottenere “ordini di grandezza” ragionevolmente vicini al vero. Per costruire un nuovo Cie si spendono in media circa 78.000 euro a posto letto. Quindi, ad esempio, per avere mille posti in più, devo spendere 78 milioni di euro. A questo bisogna aggiungere che ogni “centro” ha dei costi di gestione, che vengono valutati attorno a 55 euro al giorno per ogni “ospite”.
Ma non basta. Come noto, il tempo massimo di trattenimento è passato dai 60 giorni previsti dalla Bossi-Fini ai 540 attuali. Questo ovviamente impone di adeguare la capacità ricettiva del sistema. Facendo due calcoli, per la sola costruzione di nuovi centri si spenderebbe una cifra che si aggira attorno ai 240 milioni di euro, mentre i costi di gestione possono arrivare quasi a 100 milioni di euro l’anno. Il tutto, lo ripeto, per rimpatriare un numero irrisorio di persone…».

Sergio Bontempelli

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