Da Mattei ai giorni d’oggi, il tracollo del “modello Eni”

Da azienda pubblica che faceva gli interessi di cittadini a ente privato che agisce da multinazionale e distribuisce tangenti arricchendo corrotti e affamando popoli. E’ la triste parabola di un marchio che la politica non è riuscito a tutelare. Ora il minimo è chiedere le dimissioni dell’ad Descalzi.

di Giuliano Garavini Micromega 

Se l’ENI si chiamasse Exxon o Shell, insomma se portasse il nome dell’una o dell’altra delle “sette sorelle”, il fatto di pagare tangenti ai governanti di paesi esportatori di petrolio non stupirebbe. In fondo le “sette sorelle” hanno prima tentato di monopolizzare il settore petrolifero negli Stati Uniti – a questo è dovuta l’immensa fortuna di Rockefeller all’inizio del ‘900 – poi, in un secondo momento, si sono arricchite controllando la produzione di petrolio in tutto il mondo e lasciando ai paesi produttori le briciole. Erano briciole pesanti, ma pur sempre delle briciole rispetto ai colossali profitti da esse percepiti.

Il caso di ENI è diverso. L’Ente Nazionale Idrocarburi è nato nel 1953 sotto la guida dell’imprenditore, politico e partigiano Enrico Mattei. L’obiettivo di ENI era quello di produrre e distribuire gas italiano e di assicurare all’Italia autonome forniture di petrolio in Africa e in Medio Oriente. ENI si è costruita una reputazione proprio contro le “sette sorelle” e contro metodi sostanzialmente imperialisti e paternalistici che esse adottavano.

In campo internazionale l’intuizione di Mattei è stata quella che dall’Iran all’Algeria si stava sollevando il vento dell’indipendenza e che questi popoli andavano trattati, non più da questuanti, ma da sovrani. Quelle del Terzo Mondo erano nazioni che avevano il diritto ad uno sviluppo autonomo e alla creazione di proprie industrie. La traduzione pratica di questa impostazione è stata l’offerta a paesi come l’Iran di partnership al 50 per cento in cui l’ENI avrebbe contribuito con competenze tecnologiche e capitali. Alla fine degli anni ‘50 il “modello Mattei” era considerato eversivo dai dirigenti delle multinazionali petrolifere. Come era possibile che un’azienda del mondo industrializzato accettasse di gestire la produzione di petrolio a metà con popoli sottosviluppati e ignoranti, dando così loro modo di conoscere dal di dentro il funzionamento dell’industria estrattiva?

Mattei è morto nel 1962, ma la storia ha validato le sue intuizioni. Ben presto, attorno alla metà degli anni ’70, tutti i maggiori paesi esportatori di petrolio, dall’Iran al Venezuela, dall’Arabia Saudita alla Nigeria, presero il controllo della propria produzione e nazionalizzarono le società di estrazione di petrolio. Lo “shock petrolifero” del 1973 fu solo l’episodio più eclatante di questo processo. Fu un momento esaltante per i paesi che venivano ancora considerati sottosviluppati: una vittoria contro “l’imperialismo economico” che rappresentava l’altra faccia della vittoria contro “l’imperialismo militare” in Viet Nam – erano questi erano i termini dell’epoca. Si profilava un futuro in cui la ricchezza sarebbe stata redistribuita dal mondo industrializzato al mondo in via di sviluppo.

La “rivoluzione petrolifera” degli anni ’70 che sembrava aver dato ragione a Mattei – ancora oggi ricordato con ammirazione in tutti i paesi dell’OPEC – non ha dato tutti i frutti sperati in termini di stabilità del prezzo del petrolio e di benessere nei paesi produttori. Il mondo,negli anni ’80, ha visto una rivincita in grande stile di investitori privati e speculatori e molti degli Stati produttori hanno avuto non poche difficoltà a sostenere gli ingenti investimenti necessari a garantire l’innovazione tecnologica nel settore degli idrocarburi.

Nonostante una guerra fratricida fra produttori come quella fra Iran e Iraq, le due invasioni occidentali dell’Iraq con il sostegno di altri paesi dell’OPEC come l’Arabia Saudita, le recenti guerre civili in Libia e ancora una volta in Iraq (anche queste non senza un contributo occidentale), e l’embargo contro l’Iran, i paesi dell’OPEC sono riusciti a mantenere il controllo dell’industria estrattiva: la conquista fondamentale del periodo postcoloniale. Questo almeno in apparenza.

Se la storia di Arabia Saudita ed Iran è quella di due paesi in cui lo Stato riesce a controllare efficacemente la produzione di idrocarburi, la realtà di altri paesi produttorii è molto più complicata ed è fatta di accordi come i “Production Sharing Agreements”, assai diffusi in Nigeria, in cui le multinazionali sono rientrate dalla finestra ritrovando il ruolo di produttori e premendo sempre più fortemente per gestire direttamente l’intero settore.

E’ in questo quadro che si situa il pagamento di circa 1 miliardo e 300 milioni di dollari di ENI, a braccetto con Shell, per ottenere la concessione del campo Opl 245 di proprietà della compagnia Malabu Oil and Gas. Opl 245 è la definizione burocratica di un gigantesco campo petrolifero nigeriano che, una volta entrato in produzione, si stima possa produrre da solo un numero di barili sufficiente a rifornire tutta l’Africa per 7 anni. ENI e Shell avrebbero formalmente pagato il governo Nigeriano, che in questo caso avrebbe però agito semplicemente da prestanome (“preservativo” nel gergo degli affari) per poi riversare l’intero malloppo ad una serie di criminali italiani e africani con in cima alla piramide il proprietario di Malubu Oil, l’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete.

Qual è l’obiettivo di fondo della compravendita? L’obiettivo di fondo è quello di ottenere il controllo di un campo petrolifero gigantesco con clausole contrattuali tali da poter versare una miseria in royalty e tasse allo Stato nigeriano. In pratica, foraggiando i settori più corrotti e criminali della classe politica nigeriana con somme stratosferiche – e, en passant, una serie di loschi figuri e parassiti italiani ed europei – ENI e Shell riuscirebbero a depredare il popolo nigeriano dei legittimi benefici dell’estrazione di una risorsa naturale esauribile. Un risorsa che tanto potrebbe fare per il benessere di una gigantesca popolazione. E poi ci si stupisce e ci si indigna per Boko Haram…

Riepilogando la triste parabola: siamo passati da un’ENI pubblica che faceva gli interessi dei cittadini italiani e cercava accordi vantaggiosi sia per noi consumatori che per i produttori, a un’ENI privata che si comporta nei confronti dei cittadini italiani come una qualsiasi altra multinazionale (basta vedere i prezzi della benzina, del gas e dell’energia elettrica), mentre distribuisce tangenti che arricchiscono corrotti e immiseriscono i popoli. Ovviamente questa non è l’ENI di Mattei e non è una società di cui andare fieri come italiani. E’ un predatore come tutti gli altri.

Siccome non è il caso di fare semplicemente del moralismo, quel che è peggio di questa sciagurata situazione è che si tratta di una politica miope nel lungo periodo. In nome di profitti a breve termine si distrugge il patrimonio storico di un marchio e la residua fiducia che l’azienda gode nei paesi produttori, una fiducia che, anche in termini monetari, vale assai di più di Opl 245. Il minimo che il capo di ENI potrebbe fare è presentare le sue dimissioni.

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