Il ruolo degli investimenti pubblici per la crescita

syloslabini.it – Un intervento in corso di pubblicazione sulla rivista Critica Liberale

1. La storia insegna che gli investimenti pubblici rappresentano lo strumento fondamentale per rilanciare un nuovo ciclo di crescita. Più precisamente, solo l’intervento pubblico è in grado di provocare l’inversione del ciclo economico assicurando quella spinta iniziale che può cambiare le aspettative e i comportamenti del settore privato (banche, imprese e consumatori) e che quindi può mettere in moto un nuovo ciclo di crescita in grado di autosostenersi.

Ricordiamo i piani di “lavori pubblici” che furono realizzati ai tempi del New Deal di Roosevelt e nella Germania nazista sotto la guida di Schacht e, in tempi recenti, dall’Amministrazione Obama, che nel 2009 varò un programma di stimolo pari a circa 800 miliardi di dollari. Grazie a questo massiccio e tempestivo intervento di stampo keynesiano, accompagnato da una intelligente politica monetaria espansiva della Federal Reserve, gli Stati Uniti sono usciti rapidamente da una crisi finanziaria che rischiava di trascinarli nel baratro.

Per questi motivi l’Europa dovrebbe immediatamente lanciare un piano continentale di investimenti pubblici che potrebbe essere finanziato attraverso il Fondo Salva Stati il quale dispone di circa 700 miliardi di euro congelati in investimenti finanziari a basso rischio. A tali fondi  andrebbero associati  quelli della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) per infrastrutture, ricerca e istruzione, energia verde, veicoli ecologici, materiali biodegradabili, ristrutturazione del patrimonio edilizio, efficienza energetica, salvaguardia e risanamento del territorio.

2. La domanda pubblica può svolgere un ruolo cruciale non solo in una fase di crisi, ma può aiutare anche a promuovere lo sviluppo di nuovi settori di produzione e di nuove attività economiche. Su questo punto è utile richiamare l’esperienza americana del dopoguerra.

Diversi economisti americani, tra cui Lester Thurow,  hanno sottolineato che la spesa realizzata dal settore militare negli anni ’50 e ’60 sui grandi progetti spaziali e sui sistemi di difesa missilistica, ha contribuito a trainare la crescita dell’economia degli Stati Uniti nel periodo successivo. La spesa federale è stata la principale fonte di finanziamento della ricerca e sviluppo e la principale fonte di domanda di nuove tecnologie – tra cui semiconduttori, microelettronica, macchine a controllo numerico, intelligenza artificiale, nuovi materiali e laser – fornendo un forte impulso alla rivoluzione dell’informatica e delle telecomunicazioni che si è pienamente realizzata durante gli anni ’90 quando è entrato in voga il termine di “new economy”.

Così negli Stati Uniti — il Paese preso come riferimento dai fautori del liberismo — l’intervento pubblico ha avuto la funzione di promuovere la ricerca e di creare una nuova domanda, cioè nuovi mercati, favorendo la crescita di settori e di imprese innovative; una crescita che altrimenti sarebbe stata molto più lenta e difficoltosa. Se non vi è una domanda consistente, infatti, le imprese private trovano scarso interesse a progettare, finanziare e realizzare gli investimenti innovativi, dal momento che i rendimenti degli investimenti non sono abbastanza elevati e i ritorni richiedono tempi troppo lunghi.

L’esperienza americana dunque smentisce le tesi di coloro i quali sostengono l’inutilità dell’intervento pubblico nello sviluppo dell’economia, intervento che porterebbe a uno spreco di risorse e ostacolerebbe gli investimenti privati. Non è così, quando le spese sono funzionali al conseguimento di precisi obiettivi — nel caso degli Stati Uniti obiettivi di predominio militare, politico e tecnologico — e avvengono in un’economia di mercato, cioè in un’economia capace di sfruttare da un punto di vista commerciale le opportunità generate dal progresso scientifico e tecnologico.

Si potrebbe obiettare che anche nell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda la spesa militare aveva raggiunto valori molto elevati ed erano state realizzate grandiose innovazioni che avevano consentito di mandare gli uomini nello spazio e di far crescere una potente industria nucleare. Ma nel blocco comunista l’assenza di un meccanismo di mercato non ha consentito che venissero messi in moto quei processi di diffusione delle innovazioni nel settore industriale e nel settore civile, così come è accaduto negli Stati Uniti.

La domanda pubblica in un sistema di mercato dunque potrebbe svolgere un ruolo cruciale per la riconversione ecologica dell’economia mettendo in moto gli investimenti delle imprese private e generando così un meccanismo in grado di autoalimentarsi come abbiamo visto nel caso dell’esperienza americana nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

3. I maggiori investimenti pubblici dovrebbero essere accompagnati da un intervento dello Stato attraverso imprese e banche pubbliche per promuovere politiche di sviluppo di lungo periodo. Questo è un tema importante perché se osserviamo la situazione attuale vediamo che le grandi imprese private che operano nell’energia, nel credito e nelle assicurazioni, grazie ad un incessante processo di concentrazione, stanno aumentando il loro potere di mercato, possono controllare i prezzi, sono poco propense a finanziare l’espansione degli investimenti nella ricerca e sviluppo e tendono a impiegare quote crescenti dei loro profitti nel settore finanziario.

La tendenza verso la concentrazione delle imprese, che si riducono di numero e in questo modo accrescono il loro potere di mercato, era stata studiata da Paolo Sylos Labini che nel 1956 aveva pubblicato la teoria dell’oligopolio. In regime di oligopolio vi sono imprese dominanti price leader e market leader che stabiliscono i prezzi applicando un margine sui costi e possono controllare l’offerta secondo le loro convenienze. Le grandi imprese influenzano i comportamenti delle altre imprese che tenderanno a seguirne le decisioni secondo un meccanismo imitativo.

Nel settore del credito sono all’opera dei veri e propri meccanismi collusivi: recentemente si è scoperto che per ben quattro anni le più grandi banche mondiali hanno fissato arbitrariamente e illegalmente il costo del denaro per lucrare sui mutui alle famiglie o sui prestiti alle imprese. Manipolare il tasso di riferimento sui mercati finanziari, il Libor, significa alterare un mercato da 800 mila miliardi di dollari tra titoli e prestiti. Inoltre, il credito bancario tende a seguire il ciclo economico: in una fase di cre­scita le ban­che pri­vate concedono pre­stiti molto gene­rosi ampli­fi­cando l’espansione, ma quando scop­pia una crisi le ban­che esa­spe­rano le dif­fi­coltà poi­ché in pre­senza di aspet­ta­tive nega­tive restrin­gono il cre­dito e quindi ridu­cono l’offerta di moneta all’economia reale.

Nel settore energetico le grandi imprese oligopolistiche price leader sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Così, quando varia il costo dell’energia grezza nei mercati di estrazione, le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita della benzina, olio combustibile, elettricità, gas, per ampliare o almeno per conservare i propri margini di profitto. Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell’energia, queste imprese vengono a trovarsi in un conflitto di interessi con gli Stati, perché l’incremento dei prezzi finali da un lato spinge in alto il fatturato, i profitti e le quotazioni azionarie delle imprese energetiche; ma dall’altro lato alimenta l’inflazione e penalizza i consumi interni, la bilancia commerciale e la crescita economica del Paese importatore di energia. Inoltre, la possibilità di conseguire enormi profitti grazie al potere di mercato in un sistema altamente concentrato con una domanda piuttosto rigida tende a disincentivare gli investimenti delle grandi imprese private verso l’innovazione e la diversificazione energetica. Le compagnie petrolifere e le imprese elettriche, infatti, hanno una quota di spese in ricerca e sviluppo che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre esistono grandi imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&S il 15% del fatturato. Oltre alla massimizzazione del profitto ne breve periodo, tra gli obiettivi principali delle grandi imprese energetiche vi sono l’acquisizione di ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, la distribuzione di dividendi agli azionisti e l’incremento dellestock options per il management. Si tratta di una situazione in cui i profitti prendono la strada della finanza e non quella dell’economia reale.

Per tali motivi, nei settori molto concentrati di carattere strategico come il credito, le assicurazioni e l’energia, accanto alle imprese private dovrebbero coesistere imprese pubbliche, le quali dovrebbero perseguire obiettivi diversi da quelli delle imprese private. Le imprese pubbliche, nel rispetto del pareggio di bilancio, dovrebbero avere come obiettivi prioritari quelli di spingere verso il basso i prezzi dell’energia e del denaro, di massimizzare le spese in ricerca e gli investimenti nell’innovazione e di garantire il credito alle famiglie e alle imprese specialmente durante una fase di crisi. In tal modo le grandi imprese pubbliche potrebbero condizionare gli equilibri tra le grandi imprese private oligopolistiche, equilibri che spesso  si  basano  su  patti  di  pacifica  coesistenza  e  di  spartizione  del  mercato, e potrebbero influenzarne le politiche dei prezzi e le strategie di investimento oltre ad assicurare una maggiore possibilità di scelta tra operatori di diversa natura.

Certamente si pone il problema dell’indipendenza delle imprese pubbliche dai partiti politici. Per future banche pubbliche si potrebbe pensare di far nominare i vertici dalla Banca d’Italia, che rappresenta un’istituzione autorevole e indipendente, sulla falsariga di quanto accade nella magistratura che è indipendente dal potere politico.

4. La strada appena delineata è in sintonia con le idee di Eric Hobsbawm il quale è convinto che il declino dell’economia liberista sia la conseguenza della sconfitta storica della “teologia del libero mercato” e cioè della credenza religiosa per cui il mercato si regola da solo senza aver bisogno di alcun intervento esterno. Hobsbawm  ritiene probabile che si arrivi ad un’economia mista in cui coesistono pubblico e privato e, in una recente intervista a l’Espresso, ha affermato: “Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito”.

L’Italia è stata tra i pionieri del capitalismo di Stato realizzando un sistema di economia mista in cui coesistevano il settore pubblico e quello privato, che ha garantito una spettacolare crescita economica, un miglioramento delle condizioni sociali e la riduzione del divario tra Nord e Sud. Dopo il 1992 il sistema delle partecipazioni statali è stato smantellato sia per i gravi fenomeni di corruzione che si erano diffusi all’interno delle imprese e delle banche pubbliche per l’ingerenza dei partiti, sia per il dissesto del bilancio dello Stato che ha dato un forte impulso al processo di privatizzazione, sia per una pressione fortissima delle imprese private italiane e di quelle estere che si sono impossessate del patrimonio pubblico a prezzi stracciati.

A distanza di venti anni possiamo affermare che le privatizzazioni non hanno esercitato quel ruolo trainante nello sviluppo dell’economia italiana. Anche questo può essere uno dei motivi alla base del debole tasso di crescita nel periodo 1992 – 2012, pari all’1,5% annuo rispetto al 4,5% del periodo 1951-1991.

Insomma, siamo stati all’avanguardia e non ce ne siamo neanche accorti ! E’ ora di tornare agli splendori del miracolo economico che ci permise di diventare uno dei grandi paesi industrializzati del Pianeta.

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