Giacomo Bracci: cos’è la produttività. verità e menzogne.

Produci, consuma, impara

Gli italiani sono poco produttivi e troppo costosi

~ Elsa Fornero, in un’intervista a ClassTv del 30/05/2013

In un momento della storia politica italiana contrassegnato dal dibattito sull’articolo 18 e la flessibilità del lavoro, vale la pena soffermarsi sul concetto di produttività, se non altro perché ad ascoltare la stragrande maggioranza di economisti e politici che appaiono nei talk show ci sembra che essa debba essere l’obiettivo primario di ogni politica economica.

E allora dobbiamo chiederci: che cos’è (davvero) la produttività? In generale, possiamo pensarla come il rapporto fra quanto è stato prodotto (output) e quanto è stato necessario per produrlo (input): possono esistere diverse misure di produttività a seconda di quale fattore della produzione stiamo misurando. Il fattore a cui viene prestata più attenzione, chiaramente, è il lavoro e la misura più utilizzata nei libri di testo ed in contabilità nazionale è quella della cosiddetta produttività media del lavoro, ovvero:

diellemagazine

Va da sè che non si tratta dell’unica misura di produttività possibile, anche perché potremmo misurare in maniere differenti la quantità di input: più posizioni part-time che fanno lo stesso tipo di lavoro, ad esempio, potrebbero essere considerate come una sola unità. Ma atteniamoci alle definizioni classiche.

La frase della Fornero di cui sopra riassume il sentimento che ha guidato tutte le politiche condotte dai governi italiani degli ultimi 20 anni, cioè il fatto che lo stato di buona salute di un’economia debba essere giudicato dalla produttività dei lavoratori. Se il costo del lavoro è troppo alto, si pensa, la produttività ne risente e perciò è necessario che i lavoratori si accontentino di salari più bassi e meno tutele per lasciare che le imprese possano essere più efficienti: fare più profitti con meno costi, e quindi avere più risorse per assumere di più.

La teoria sembra filare, ma confrontiamola con la pratica.

Hai mai fatto il barista, come lavoro a tempo pieno o come lavoro part-time? Sicuramente ti sarà capitato di avere giornate in cui non riuscivi nemmeno a staccare gli occhi dalla macchina del caffè, ma anche giornate in cui gli avventori del bar si contavano sulle dita delle mani.

Se tu fossi il barista più efficiente del mondo, potesti riuscire a fare persino 10 caffè al minuto e in una giornata in cui ti arrivano 100 clienti vogliosi di caffeina puoi stare sicuro che il tuo capo sarà estasiato di averti al lavoro.

Immagina che però fuori piova, e che per una sfortunata coincidenza il governo abbia appena deciso di aumentare le tasse. I tuoi clienti quel giorno non supererebbero i 10 e anche se il tuo capo conosce benissimo le tue doti sono convinto che non avrebbe un’espressione proprio soddisfatta. Se la stagione va male, potrebbe anche non avere più bisogno di te nonostante la tua strabiliante velocità di esecuzione.

In altre parole, la produttività non è una caratteristica isolata dal resto delle condizioni del sistema (in “economichese” diremmo che non è esogena). La cosiddetta legge di Kaldor-Verdoorn ci dice infatti, con notevole evidenza empirica a suo favore, che il fattore in grado di spiegare meglio gli aumenti di produttività osservati è l’aumento della produzione, la quale a sua volta viene innescata se esiste un livello sufficiente di domanda.

E il livello della domanda non influenza soltanto quello della produttività nel presente: ne determina anche l’andamento futuro. Voglio raccontarti una breve ma significativa esperienza in merito.

Come è accaduto molte altre mattine, oggi sono stato in biblioteca a curiosare fra gli ultimi numeri delle riviste di politica economica e ho trovato qualcosa di molto interessante. Il peso economico della cultura si fa sentire ultimamente e così, dando un’occhiata al prezzo della rivista, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio fotocopiare le pagine che mi interessavano invece di comprarmi l’intero numero.

Pericolo! La fotocopiatrice della biblioteca mi guardava minacciosa dall’alto della sua complessità tecnologica e la voglia di capire come farne uscir fuori un documento ben stampato, fronte-retro, era pari a zero.

In ogni caso mi avvicino alla fotocopiatrice e, vuoi per l’interessante panorama femminile che popola le biblioteche universitarie alle 10 di mattina, vuoi per la mia assoluta incompetenza tipografica, ci ho messo circa 5 minuti per capire come far entrare tutta la pagina della rivista all’interno di un foglio A4.

“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” ho pensato, calcolando quanto tempo mi ci sarebbe voluto per finire. Ma poi la testardaggine umana prevale sempre sulle forze del male e quindi ho continuato nella mia opera.

Il secondo tentativo è andato meglio: ho lasciato soltanto due righe di testo fuori dalla pagina ed ho capito che posizionando la rivista in maniera troppo sbilanciata rispetto al margine destro. Correggendo il tiro, ho iniziato a ripetere la procedura più volte fino a svolgere tutto in maniera quasi meccanica e in meno di 20 minuti ho completato tutto il lavoro.

Gli economisti definirebbero questo processo economia di apprendimento, ovvero il fatto comprovato secondo cui all’aumentare del volume di produzione si verifica un accumulo delle conoscenze da parte dei lavoratori, che porta a “riduzioni regolari e prevedibili dei costi medi unitari del prodotto” come ci suggerisce prontamente Wikipedia.

Ciò significa che se avessi avuto soltanto 2 pagine da fotocopiare, considerando il mio scarsissimo livello di competenze iniziali, avrei impiegato 5 minuti per pagina, con una produttività totale di 0.2 pagine al minuto. Meno male che non mi ha visto la Fornero!

Anche nel corso del tempo, perciò, è la domanda a determinare l’andamento della produttività, in quanto volumi di domanda più elevati permettono di aumentare l’esperienza dei lavoratori e quindi di conseguire risparmi significativi del tempo impiegato per produrre le singole unità.

Certamente, alcuni modelli di crescita ci ricordano che la produttività possa dipendere da altri fattori quali ad esempio il tipo di tecnologia utilizzata nel processo produttivo. Tuttavia, è innegabile che anche quest’ultimo fattore dipenda – in ultima analisi – dal livello della domanda aggregata.

Se questa si dimostra insufficiente a generare un livello di investimenti tali da assicurare la piena occupazione e un utilizzo ottimale della capacità produttiva, l’economia non sarà in grado di assicurare il livello di profitti adeguato a generare i necessari investimenti in ricerca e sviluppo che garantiscono, nel corso del tempo, la scoperta di nuove innovazioni tecnologiche.

Questa dinamica può essere ulteriormente esasperata da una gestione della politica fiscale che impedisca gli investimenti pubblici, come ad esempio quella che guida le politiche di austerità imposte in tutta l’Eurozona affinché i governi rispettino i famigerati parametri di Maastricht.

La prossima volta che vedrai in televisione un economista raccontarti che siamo troppo improduttivi, ricordati dell’esempio del barista. Un’economia in cui il livello dei redditi è troppo basso non sarà in grado di farti avere 100 clienti ma soltanto 10, a prescindere da quanti caffè al minuto sei in grado di portare sul bancone.

Referenze

Bagnai A., Cosa sapete della produttività?, http://goofynomics.blogspot.com/2012/03/cosa-sapete-della-produttivita.html

Mazzucato M., Competitività distorte in Europa, http://www.eutopiamagazine.eu/it/mariana-mazzucato/speakers-corner/competitività-distorte-europa

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