Gianni Paoletti: Tfr in busta paga? i lavoratori ci perdono.

SULLA MENSILIZZAZIONE DEL TFR.

Sembrerebbe che il Governo stia discutendo la proposta di dare ai lavoratori la metà del TFR che viene accumulato annualmente, mettendolo in busta paga.

Do per scontato che sarebbero esclusi i dipendenti pubblici che sono 3,5 milioni perché altrimenti questo porterebbe un aggravio pesante per il bilancio pubblico e sarebbe contraddittorio con la legge che porta al pagamento della liquidazione a questi lavoratori due anni dopo il pensionamento proprio per risparmiare.

Inoltre le aziende private con più di 50 dipendenti già ora versano il TFR che si accumula ogni anno in una cassa dell’INPS e sono più di 5 milioni di lavoratori, quindi per queste aziende, le più grandi, non cambierebbe nulla. I fondi così accumulati, dice la Corte dei Conti, vengono usati non per garantire le pensioni future, la sanità e gli investimenti in infrastrutture (come dice la legge), ma finiscono direttamente nelle casse dello stato e sono utilizzati per le spese ordinarie. Sono più di 4 miliardi all’anno. Quindi se la metà del TFR finisse nelle tasche di questi lavoratori sarebbe pagato di fatto con soldi pubblici.

Non c’è dubbio, poi, che verrebbero introdotti dei vantaggi di qualche tipo alle aziende a cui fosse tolto parte del TFR (quelle sotto i 50 dipendenti), come è avvenuto per le aziende già oggi obbligate a versare il TFR all’INPS.

Parte consistente quindi della, per ora vaga, promessa di Renzi verrebbe pagata in realtà con tagli ai servizi o con nuove tasse.

Conviene avere il TFR in busta paga?

Il TFR è salario differito, in pratica un prestito forzoso dal lavoratore alla azienda, averlo in busta paga è averne la disponibilità almeno parziale e questo può aiutare sul momento, ma non sono soldi in più, come gli 80 euro.

La cifra mensilizzata sarebbe soggetta ad una tassazione più alta di quella a cui è soggetto il TFR sia perché si applica un’aliquota IRPEF certamente più alta, sia perché sarebbe una cifra soggetta alla contribuzione previdenziale non prevista per il TFR. Quest’ultimo fatto costituirebbe un vantaggio ai fini del calcolo della pensione, d’altra parte la contribuzione pensionistica costituirebbe un aumento del costo del lavoro a carico dell’azienda che si aggiungerebbe alla perdita del finanziamento derivante dal TFR che rimane in azienda. Naturalmente questo sarebbe vero se la legislazione relativa alla contribuzione pensionistica non fosse cambiata, si può legittimamente immaginare che anche per il motivo prima riportato tali svantaggi sarebbero compensati a carico del bilancio dello stato.

Quanto ne potrebbe ricavare un lavoratore?  Molto approssimativamente con un salario lordo di 20.000 euro che corrisponde a circa 1.100 euro netti al mese per 13 mensilità la metà del TFR mensilizzato su 13 mesi al netto sarebbe di 35-40 euro.

C’è poi da considerare il fatto che il TFR che rimane in azienda, o presso l’INPS, viene rivalutato del 1,5% + una percentuale pari al 75% dell’inflazione. Di questi tempi di inflazione pari a zero un rendimento del 1,5% è  superiore a molti degli investimenti di risparmio correnti, certamente più di quanto si ricava depositando i soldi in banca.

Naturalmente chi non ha il TFR non riceverebbe nulla.

E’ chiaro che si porrebbe anche un problema per i lavoratori che hanno scelto di versare il proprio TFR in un fondo pensione complementare perché tale scelta è volontaria ma irreversibile, per cui a legislazione invariata questi lavoratori non potrebbero usufruire di questo anticipo.

C’è infine da ricordare che per coloro che hanno il TFR (quindi con esclusione comunque dei dipendenti pubblici) la legge già prevede la possibilità, a certe condizioni e per certe spese (sanitarie, prima casa, ecc.), di ricevere un anticipo consistente del TFR accumulato in azienda o presso l’INPS oppure presso il fondo pensione complementare.

Guardando al futuro della previdenza integrativa non c’è dubbio che essa subirebbe un duro colpo dal dimezzamento del TFR che viene accumulato in azienda.

Se si guarda al futuro di un lavoratore in linea generale forse è “conveniente” tenersi il TFR come forma di risparmio, se guardiamo al presente soprattutto di un lavoratore che ha problemi di sopravvivenza quotidiana, una mensilizzazione potrebbe essere utile. Un giusto equilibrio potrebbe essere quello di far scegliere il lavoratore, magari aggiungendo fra le opzioni quella di versare il TFR nel Fondo Pensioni dell’INPS per aumentare la propria pensione pubblica.

E’ chiaro che quelle che sono riportate sopra sono considerazioni generiche, bisognerà leggere la proposta di legge se mai ci sarà.

Quello che però deve rimanere chiaro è ciò che ho già scritto sopra: la mensilizzazione del TFR non porta soldi in più ma solo un anticipo di ciò che spetterebbe comunque.

Gianni Paoletti, FP-GILL Emilia Romagna

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1 Commento su Gianni Paoletti: Tfr in busta paga? i lavoratori ci perdono.

  1. Questo anticipo, però comporterebbe una perdita secca di almeno il 15% dovuta appunto al differente regime fiscale. Ovviamente, mentre il legislatore si preoccuperebbe di trovare dei sistemi di compensazione per i datori di lavoro, nessun rimedio sarebbe predisposto per i tartassatissimi lavoratori

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