Micol Tuzi: l’eliminazione dei diritti è un atto disumano.

Micol Tuzi. direttivo nazionale CGIL – A Bologna reputiamo l’attacco frontale messo in atto dal governo nei confronti dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori una ignominia senza precedenti.
Essa va ben oltre il valore simbolico che i media tendono ad attribuirgli. E’ un’azione – come osserva il giurista Piergiovanni Alleva – di dubbia costituzionalità che, se dovesse andare in porto, risulterebbe oltremodo lesiva tanto del valore del lavoro (e di chi lo difende) quanto dei diritti costituzionali e della persona umana.
Introdurre il principio secondo il quale, anche a fronte di licenziamento che un giudice stabilisca essere privo di giusta causa, il lavoratore non abbia diritto al reintegro, bensì solo a un indennizzo economico, equivale, di fatto, a stabilire che la persona che lavora è un oggetto che ha un prezzo e che di lui ci si può liberare quando non serve più.

E’ disumano. Questo pensano le lavoratrici di nidi e materne del Comune di Bologna (oggi assegnate alla novella “Istituzione Scuola ed educazione”) intervenute in massa alla manifestazione odierna.

”Ricordo ancora la disperazione, la frustrazione e il pianto di mio figlio “ – Racconta Rosalba, collaboratrice di scuola materna, oggi con noi dietro allo striscione di Democrazia e Lavoro” – “Ricordo soprattutto le sue parole… Mamma… è finita… Mi butto sotto a un treno!”.
Il figlio di Rosalba ha vent’anni. A 18 lasciò la scuola per aiutare economicamente la sua famiglia, in cui l’unico reddito era quello della mamma. Bravo ragazzo, trovò lavoro come muratore e fu felicissimo, soprattutto perché, finalmente, poteva essere utile alla sorellina dislessica, la cui educazione speciale – a fronte dei tagli ai fondi pubblici dedicati a cura ed assistenza – richiede molti sacrifici e denaro. Poi lo colpì una malattia. Ora risolta, ma lunga e intermittente. Il titolare non gli credette e lo licenziò, senza neppure mandare visita fiscale. “Era la vigilia di Natale, non lo scorderò mai “ – continua Rosalba – “Non gli tolsero solo il lavoro. Lo devastarono moralmente fino al punto che lui pensò di togliersi la vita. Ma per fortuna c’era il nostro sistema di servizi, gente eccezionale: la CGIL ha impugnato la cosa e dopo un numero imprecisato di udienze, in assenza di giusta causa, il giudice ha disposto la reintegra. E mio figlio ora sta per rientrare al lavoro ed è tornato a sorridere a me e a sua sorella. Senza articolo 18 non avremmo avuto niente”.
-” Per questo siamo a Roma oggi” – Continua Anna, collega di Rosalba, donna sola, con 2 figli, la giovanisima nuora e una neonata nipotina a carico -”Perché senza l’articolo 18 subiremmo solo soprusi e ingiustizie. I miei figli o mia nuora potrebbero essere licenziati solo perché hanno la bambina, ammesso che trovino prima o poi un lavoro”.
E brava Anna, aggiungo io, perché il vero problema per cui le aziende oggi sono in crisi e non assumono non è la presenza dell’articolo 18. E’ il lavoro che non c’è.
Come può il contratto “ a tutele crescenti” – ovvero un precariato lunghissimo, con diritti e salario compressi fino a non si sa quanto né quando, privo dell’obbligo a sfociare prima o poi nel tempo indeterminato e che non sostituisce ma affianca le oltre 45 tipologie di lavoro precario – sostenere la propensione alla spesa del lavoratore di conseguenza la domanda interna?
Come si può sostenere che esso– in combinato disposto con le modifiche all’articolo 18 – sarà la misura in virtù della quale le aziende torneranno ad assumere?
L’azienda assume se produce e produce se ci sono mercato e domanda. Se le persone non hanno più soldi da spendere ed i mercati si delocalizzano, assieme a pezzi significativi di filiere produttive che costituiscono, ad un tempo, fornitori ed acquirenti di merci, va da sé che non può esservi per l’economia altro che stagnazione.
Politiche industriali serie, che facciano tornare i mercati e il lavoro in italia, con l’intervento diretto dello stato a regolare l’economia. Questo chiediamo noi donne dei nidi e delle materne di Bologna. E che il rilancio dell’economia riparta dal pubblico: servizi pubblici, universali, gratuiti e di qualità, finanziati attraverso una leva fiscale equa e progressiva, volta a drenare risorse da chi più ne possiede per restituirle ai meno abbienti attraverso i sevizi.
Sanità, assistenza, scuola, educazione. Anche nidi e materne, come quelle in cui lavoriamo noi. Ma pubblici per davvero, non appaltati a cooperative o gestite da enti strumentali fantasiosi, vari ed eventuali.
Servizi pubblici in grado di attuare un redistribuzione della ricchezza autentica e di creare lavoro.
Lavoro stabile, possibilmente, attraverso lo sblocco del turn over e l’allentamento dei vincoli di natura economica imposti dai patti di stabilità interni degli enti locali, specie in riferimento alla voce “personale”. Perché se non cambiano qualcosa, al governo, in questo, è naturale che il destino dei nostri servizi sia la chiusura o l’affidamento alla gestione di soggetti terzi.
– “Chiediamo i nostri diritti oggi” – Dice Hinda, francese, 35 anni, due bambini e 3 lingue parlate – “Non è possibile che i nostri stipendi siano gli stessi del 2009… Io che sono entrata nel 2006 lavoro da 10 anni con lo stesso stipendio. Ci chiedono di lavorare sempre di più e la flessibilità…Ma che ci paghino decentemente, almeno… E che tolgano tutto sto precariato!”. -”Già” – Fa eco l’altra nostra Anna – “Pensa a me che a 62 anni sono ancor precaria… Son qui a lottare per il lavoro mentre dovrei pensare alla pensione… Grazie Fornero e tutti quelli che, dopo di te, non hanno cambiato niente di quello che hai fatto”. -”Essere qua è solo l’inizio”- risponde Gianna, la combattente del gruppo -”Vogliamo che in ogni luogo la cgil costruisca le occasioni per farci lottare. Vogliamo lo sciopero generale. Chiuderei i nidi anche per giorni, se servisse… Non ci dobbiamo fermare”.
E la CGIL, concludo io, è l’unico soggetto in grado di candidarsi, oggi, a rispondere alla chiamata di queste lavoratrici, ascoltando e recependo le istanze provenienti dalla base, organizzandone le azioni e le lotte, incanalando energia e la ricchezza di cui queste donne sono portatrici entro percorsi di rivendicazione all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.
Non è più tempo di tentennamenti: compagne, al lavoro e alla lotta!

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