25 ottobre: l’orgoglio, il pregiudizio e la vergogna.

Micol Tuzi, direttivo nazionale CGIL – L’orgoglio. Il nostro. Quello di essere in piazza, insieme a un numero incalcolabile di persone. Lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati. Mamme coi loro bambini. Genitori che marciano assieme ai figli. Ne ho intervistati molti, nel corteo e sotto al palco. Cosa ci chiedono? Lavoro. Cultura (moltissimi sottolineavano, oltre al bisogno di creare lavoro, la necessità di rilanciare la cultura e la pubblica istruzione). Diritti. A partire dall’articolo 18, ma non solo. I diritti universali scritti nella Costituzione, che, taglio dopo taglio, finanziaria dopo finanziaria, i governi che si sono succeduti, in totale continuità l’un con l’altro, ci stanno negando: pensioni, assistenza, sanità, educazione, interventi volti a sostenere chi attraversa momenti di difficoltà, tra cui la perdita del lavoro e l’aiuto nel trovarne un altro. Dignitoso.
Che le risorse siano trovate, dunque, attraverso una leva fiscale equa e progressiva, che siano ripartite in fondi volti a finanziare interventi pubblici, garanti del rilancio dell’economia e dei diritti di cui sopra. Ed è motivo di orgoglio, per noi, sentire l’abbraccio della gente, essere investiti del ruolo di rappresentarla, di portare la sua voce, di proporre strategie per uscire da questa crisi mettendo al centro queste persone, senza che nessuno resti indietro.

Il pregiudizio. Quello di molti che ci governano. “Era una piazza piena di pensionati ed immigrati”. “Uno sciopero non crea lavoro, danneggia l’economia”. “Mentre voi siete in piazza a inneggiare alla conservazione, noi innoviamo, riformiamo, facciamo ripartire il paese”.
Ma cosa vi state raccontando? Ma ci credete veramente o vi state inventando alibi e giustificazioni, sperando che queste affermazioni, ripetute artificiosamente come mantra e rimbombate della cassa di risonanza rappresentata dai mass media, persuadano anche altri dei contenuti dei quali – ammettetelo – non siete autenticamente convinti nemmeno voi?

La vergogna. Quella che dovrebbe provare il premier Matteo Renzi. Il quale, dopo aver fatto attendere per ore i giornalisti prima di rilasciare qualche commento sulla manifestazione di ieri, si presenta alla stampa con un sorrisetto arrogante e falso – falso della falsità di chi ostenta forzosamente sicurezza mentre dissimula frustrazione – con dichiarazioni inascoltabili. Fra le quali troneggia – e fa il paio con la proposta emersa alla Leopolda di abolire il diritto di sciopero – la frase che rappresenta l’icona della degenerazione del concetto di democrazia:-“Una piazza non può fermare un paese. Noi andremo avanti”.
La vergogna che dovrebbe provare chi, chiuso nell’autoreferenzialità di un luogo dove è presente – rigorosamente su invito – un ceto selezionato di collaboratori che già sa non aggiungeranno nulla al suo personale e reazionario pensiero, mentre un popolo là fuori chiede, pacificamente, ben altre cose.
La vergogna di suggerire implicitamente chissà quali altre forme di rappresentazione e rivendicazione dei propri diritti da parte del popolo, perché, se le istanze espresse pacificamente col dialogo e con la piazza vengono negate, caro Matteo Renzi, cos’altro stai invitando le persone a fare?

Caro premier, la CGIL non raccoglierà le tue provocazioni. Non cadrà nei tuoi tranelli mediatici. La grande partecipazione alla manifestazione di ieri dimostra incontrovertibilmente chi davvero rappresenta il paese reale e chi no. Quale identità appartiene al popolo e quale è invece una rappresentazione presente solo nell’immaginario di una ristretta oligarchia.
Noi delegati della CGIL continueremo a stare al fianco delle persone, nei luoghi di lavoro come nelle piazze, mettendole al centro del nostro pensiero e della nostra azione, nel solco della via maestra tracciata dalla costituzione.
Se tu non ti fermerai, Caro Matteo Renzi, stai sereno che non ci fermeremo neppure noi.

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