Giacomo Bracci: senza l’articolo 18 anche le nostre case perderanno valore

In questi giorni si consuma l’estenuante vicenda del Jobs Act, nella quale spicca il tema
dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Nella sua forma non attenuata dalla riforma Fornero, l’articolo 18 obbliga l’azienda al di sopra della soglia dei 15 dipendenti a reintegrare nel posto di lavoro solo chi sia stato ingiustamente licenziato per la sua fede religiosa, per la sua appartenenza politica o sindacale, perché si è sposato/a, perché è incinta, per motivi razziali, per motivi di genere. La modifica Fornero del 2011, oltre a variazioni procedurali, ha introdotto la legittimità del licenziamento individuale per motivi economici – ad esempio, nel caso in cui quella determinata qualifica non sia più necessaria.
L’obiettivo del Jobs Act, in continuità con quello della riforma Fornero, è quello di ridurre il
potere contrattuale dei lavoratori al fine di incentivare le imprese ad investire in Italia senza
la preoccupazione di dover garantire posti di lavoro in eccesso rispetto a quanto necessario.
Il dibattito recente si è polarizzato su due prospettive contrapposte, quella dei “rottamatori”
secondo i quali sono le eccessive tutele che bloccano il naturale dinamismo dell’impresa e
quella dei “nostalgici” che lamentano la violazione di ideali etici fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, come l’uguaglianza ed il diritto al lavoro. Entrambe le posizioni però nascondono il cuore economico della questione. Dal punto di vista dei valori dichiarati, le due parti convergono: entrambe dichiarano di sostenere la propria
posizione per incrementare l’occupazione.Il vero problema delle politiche di flessibilità del lavoro è che esse sono incapaci di permettere aumenti significativi dell’occupazione, come rilevato da Realfonzo e Tortorella Esposito nel maggio 2014 in una elaborazione su dati OCSE. Non esiste infatti alcuna evidenza empirica a sostegno dell’idea che un maggior grado di flessibilità induca le imprese ad assumere di più.
Esiste invece una forte correlazione tra l’aumento della disoccupazione e l’andamento negativo del prezzo degli immobili, che secondo uno studio di Nomisma dello scorso luglio 2014 ha toccato punte del -19% nel mercato residenziale. Oggi le famiglie alla ricerca di un’abitazione sono poco più di 324 mila, mentre nel 2013 erano quasi 730 mila; e quelle potenzialmente interessate ad attivarsi sono 1,6 milioni a fronte dei quasi 2 milioni registrati nel 2013.
Se perciò le politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro non portano ad un aumento
dell’occupazione e il pesante livello della disoccupazione impedisce una ripresa degli
investimenti nel mattone, anzi deprimendo il valore degli immobili, dobbiamo concludere che l’abolizione dell’articolo 18 può contribuire a portare ancora più in basso il valore già depresso degli immobili.Si tratta di una delle possibili conseguenze economiche nefaste che deriveranno dall’introduzione del Jobs Act: conseguenze che tutto il mondo della sinistra dovrebbe saper spiegare chiaramente, oltre ad affermare i propri valori di riferimento.

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