Mauro Volpi: Costituzione e diritti del lavoro

Sulla questione del lavoro la Costituzione repubblicana è tutt’altro che neutra. Già tra i principi fondamentali l’art. 1 comma 1 pone il lavoro a fondamento della Repubblica democratica, l’art. 3 comma 2 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono “l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, l’art. 4 riconosce il lavoro non solo come un dovere ma anche come un diritto, per il quale la Repubblica deve promuover le condizioni per renderlo effettivo. Poi nel titolo III della prima parte la Costituzione sancisce i diritti del lavoro in modo ampio dall’art. 35 all’art. 40 e infine l’art. 41 comma 2 stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Purtroppo l’attuazione della Costituzione è stata ritardata ed è avvenuta solo in parte. Un momento fondamentale di attuazione è rappresentato dallo Statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 1070), che ha sancito importanti garanzie e diritti dei lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro.

Oggi, grazie alla iniziativa del governo Renzi si tenta di compiere un passo all’indietro, di tornare a rapporti di lavoro nei quali l’imprenditore ha piena discrezionalità e i diritti dei lavoratori non sono più tutelati, come avveniva negli anni Cinquanta e Sessanta. Intanto va rimarcato che al Senato il governo ha posto la questione di fiducia su un disegno di legge delega (cosa avvenuta poche volte in passato) che per di più si presenta sulle questioni essenziali come una delega in bianco e quindi è incostituzionale, in quanto priva dei principi e criteri direttivi richiesti come requisito essenziale dall’art. 76 della Costituzione. In pratica ciò significa che il Governo avrà le mani libere nell’attuazione della delega mediante decreti legislativi. Ma se si va poi ai contenuti già sbandierati dei futuri decreti, vanno sottolineati i profili di incostituzionalità sulle prospettate modifiche dello Statuto dei lavoratori. Così la sostanziale abrogazione dell’art. 18 (di questo si tratta visto che il reintegro sarà limitato a pochi e circoscritti casi che saranno comunque facilmente aggirabili) contrasta in primo luogo con l’art. 4, in quanto il rispetto del diritto al lavoro non può essere nella libera disponibilità dell’imprenditore che in base alla Costituzione non ha la libertà di licenziare, ma contrasta anche con l’art. 35, che prevede la tutela del lavoro “in tutte le sue forme e applicazioni” e con l’art. 41 comma 2, visto che viene pregiudicata anche la dignità umana del lavoratore esposto in ogni momento alla possibilità di perdere il posto di lavoro senza giusta causa. Anche il cosiddetto demansionamento, pur se a parità di salario, rende possibile una dequalificazione del lavoratore che contrasta con l’art. 36 comma 1 che commisura la retribuzione alla quantità e alla qualità del lavoro e di nuovo con il rispetto della dignità umana, in quanto può dare luogo a pratiche di mobbing e alla mortificazione della professionalità acquisita. Infine l’estensione della sorveglianza dalle apparecchiature alle persone dei lavoratori contrasta con il diritto alla riservatezza riconosciuto come diritto costituzionale in base a vari articoli della Costituzione (artt. 2, 3 comma 2, 13 comma 1, 14, 15 e 21) che intendono tutelare la persona del lavoratore e la manifestazione del suo pensiero. In definitiva siamo di fronte all’attacco più organico e insidioso ai diritti del lavoratore che sia stato mai tentato nel nostro paese, che condannerà anche la future generazioni di lavoratori ad un avvenire incerto e esposto alla peggiore precarietà: la perdita ingiustificata del posto di lavoro.

Mauro Volpi

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