Giacomo Bracci: la piena occupazione è possibile e auspicabile

Giacomo Bracci* (L’articolo è scritto in collaborazione con Francesco Ruggeri)

Fra le mille fanfare che suonano gioiose in onore della rottamazione e del rinnovamento, l’Italia resta attraversata da una serie di note stonate. Secondo le più recenti stime dell’Istat Il PIL italiano si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre del 2014 e i disoccupati sono circa 3 milioni 236 mila (in aumento dell’1,5% rispetto al mese precedente e dell’1,8% su base annua), di cui ben 698 mila fra i 15 e i 24 anni.

Il tutto all’interno di un quadro storico nel quale secondo gli ultimi rapporti del Centro Studi Confindustria sono andati in fumo circa 2 milioni di posti di lavoro a partire dal 2007 e più che di “crisi economica”, pertanto, sarebbe più corretto parlare di una vera e propria ristrutturazione dell’economia europea ed italiana.

Di fronte a questo scenario la politica italiana è incapace di proporre un insieme coerente di misure per il rilancio e a causa dei vincoli europei essa si trova di fatto costretta ad attuare le uniche due manovre che rispondono ai desiderata di Bruxelles: l’aumento della disoccupazione e l’attacco alle tutele dell’occupazione esistente. Un combinato disposto di sacrifici che secondo l’austera linea politica della Commissione e delle altre istituzioni europee sarebbe in grado di abbattere i costi delle imprese, stimolare l’investimento privato e perciò incrementare l’occupazione una volta che la stagione dei tagli avrà dato i suoi frutti.

Sebbene i fondamenti teorici su cui poggia tale linea politica siano stati sconfessati (un esempio è la scoperta da parte di uno studente dell’Università del Massachussets della presenza di gravissimi errori di calcolo all’interno del “teorema” di Reinhart e Rogoff sull’insostenibilità dei rapporti debito/PIL superiori al 90%), Commissione e Consiglio Europeo continuano a considerare necessario il consolidamento fiscale, ovvero la riduzione dei deficit pubblici dei Paesi membri dell’Eurozona. Enormi resistenze vengono peraltro opposte dai banchieri centrali tedeschi alle operazioni di emissione di liquidità nei mercati finanziari europei effettuate dal governatore della BCE Mario Draghi, che avevano l’obiettivo di favorire il finanziamento di nuovi investimenti da parte delle imprese europee a fronte della riduzione della domanda interna causata dalle misure di austerity.

Un altro degli obiettivi perseguiti da Draghi mediante le sue operazioni di politica monetaria (LTRO, TLRO e l’introduzione di tassi d’interesse negativi sulla liquidità depositata dalle banche presso la BCE) è quello di riportare il tasso d’inflazione al livello obiettivo del 2%, mentre nell’Eurozona lo stesso tasso si attesta allo 0,3% e in Italia a -0,1%. La deflazione, situazione nella quale il livello generale dei prezzi cala in maniera persistente, è pericolosa poiché congela le economie ed incrementa il valore reale dei debiti pubblici e privati, rendendone più difficile la restituzione.

Pertanto, ci troviamo di fronte ad un punto di svolta per il capitalismo del XXI secolo: le principali istituzioni economiche di USA, Regno Unito, Giappone e Cina (in parte) hanno realizzato che per tornare alla crescita è necessario un forte intervento della spesa pubblica. Ad esempio, la ripresa americana è dovuta in gran parte ai massicci deficit pubblici realizzati nel 2009 (12,1% del PIL), nel 2010 (10,7% del PIL) e negli anni seguenti, fino a tornare al livello del 4,1% nel 2013. Infatti se è vero che la spesa di qualcuno corrisponde al reddito di qualcun altro, la logica della contabilità nazionale ci suggerisce che il deficit del settore pubblico corrisponde ai risparmi netti del settore privato nazionale ed estero.

Ma l’Eurozona, che nel suo complesso costituisce un’area economica di cruciale importanza per l’intera economia mondiale, impedisce la pianificazione di deficit superiori al 3% secondo le disposizioni del Trattato di Maastricht e giunge fino ad impedire livelli maggiori dello 0,5% per i Paesi firmatari del famigerato Fiscal Compact. Costringendo i Paesi membri ad una reciproca spirale deflazionistica, l’area Euro sta distruggendo la propria domanda interna a tutto vantaggio dei maggiori oligopoli esportatori ma a detrimento del benessere e del futuro della propria cittadinanza.

Se i tecnocrati europei continueranno ad opporre tutte le resistenze possibili alle necessarie politiche fiscali espansive (e i segnali forniti dalla Commissione e da gran parte del board della BCE si collocano in tale direzione), l’economia europea sarà destinata alla desertificazione produttiva e l’intero capitalismo mondiale rischierà di attraversare fasi di stagnazione sempre più profonda, accelerando l’impoverimento progressivo delle classi più deboli, amplificando le disuguaglianze e compromettendo l’ambiente.

È evidente quindi che né la salvaguardia del benessere dell’umanità né, ironicamente, la sopravvivenza dei mercati stessi possa essere affidata alle sole decisioni di investimento degli imprenditori. In modi e tempi diversi Karl Marx e John Maynard Keynes hanno dimostrato come un sistema capitalistico non possa godere di una crescita stabile se non vi è ragionevole certezza della domanda finale dei beni e servizi prodotti. Non è quindi il lato dell’offerta a generare spontaneamente la sua domanda (come vuole un’interpretazione rigidamente neoliberista della cosiddetta legge di Say), ma è la domanda a creare le giuste condizioni per uno sviluppo adeguato dell’offerta; e per tornare a noi, è del tutto evidente che le “riforme strutturali” non possano portare alla ripresa di consumi ed investimenti se non esiste qualcuno che sia disposto a spendere di più all’interno dell’economia.

E chi potrà assumere questa funzione se le banche non concedono credito e i governi dipendono dai mercati finanziari per finanziare la propria spesa? L’economia ortodossa (spesso definita mainstream nel dibattito pubblico) pone dei limiti alle capacità di spesa pubblica, poiché i governi per poter finanziare la propria spesa in disavanzo dovrebbero emettere titoli di stato da vendere al settore privato. I titoli dovrebbero essere ripagati con i dovuti interessi e questo comporta un limite alla possibilità di indebitamento dei governi che dovranno quindi cercare di mantenere il proprio bilancio in pareggio e di portarlo in disavanzo solo in situazioni di necessità impellente. Alcuni approcci post-keynesiani alla moneta, nello specifico gli economisti della scuola neo-cartalista, sottolineano come l’utilizzo di una certa valuta all’interno di un’economia possa essere determinato dalla decisione da parte dei governi di accettare solo quella determinata valuta in pagamento delle tasse che impone alla sua cittadinanza.

Lo stesso John Maynard Keynes analizzando le economie capitaliste più avanzate scriveva che “l’età del cartalismo è iniziata quando il governo si è preso la briga non solo di scegliere ma anche di scrivere il dizionario”, cioè di decidere cosa si sarebbe utilizzato come moneta.

Seguendo questo ragionamento il governo non è solo colui che decide cosa viene utilizzato come moneta: è anche colui che immette nel sistema economico la moneta emessa dalla Banca Centrale, la quale nasce storicamente come ente governativo e solo con l’egemonia neoliberista diviene quasi ovunque un’autorità “indipendente”.

Come ammesso da moltissimi commentatori fra cui Alan Greenspan, Ben Bernanke e Joseph Stiglitz, un governo dotato di questa capacità di spesa non può tecnicamente trovarsi a corto di denaro, e l’unico limite che un governo trova nella sua capacità di spesa è dato dalla quantità di beni e servizi che esso può acquistare e che quindi possono essere prodotti.

L’emissione di titoli governativi quindi non è un’operazione di finanziamento della spesa pubblica: essa va considerata come uno strumento di politica monetaria che viene utilizzato dal governo per mantenere un certo tasso d’interesse obiettivo. In qualsiasi momento il governo, tramite la Banca Centrale, può sempre ripagare i titoli che ha venduto al privato, poiché i titoli non sono altro che promesse di pagamento con diversi tempi di scadenza denominate nella valuta del governo che li emette. Se è il governo che emette sia i titoli che la moneta, esso potrà sempre ripagare i debiti denominati nella valuta di cui è lui stesso l’emettitore.

Pertanto, uno dei principi che un governo dovrebbe seguire per conseguire obiettivi legati al benessere collettivo come la piena occupazione e la stabilità dei prezzi è quello della finanza funzionale; nozione coniata dall’economista Abba Lerner per indicare come il bilancio dello Stato dovrebbe essere valutato solo in funzione del raggiungimento di obiettivi socialmente desiderabili e non in funzione del rispetto di parametri numerici.

Naturalmente un modello di crescita fondato sul semplice aumento indiscriminato degli investimenti pubblici rischia di produrre enormi disuguaglianze, clamorose inefficienze e non è necessariamente in grado di conseguire la piena occupazione. Se ad esempio gli investimenti pubblici sono orientati alla sola acquisizione di elevate competenze già esistenti sul mercato, o concedono finanziamenti agli investimenti privati senza supervisionare il processo, una fascia consistente della popolazione resterà comunque senza lavoro.

Gli economisti della scuola neo-cartalista propongono che i governi invece di aumentare indiscriminatamente la spesa in disavanzo cercando di incentivare gli investimenti e la crescita agiscano impiegando direttamente tutte le persone che si trovano tagliate fuori dal mercato del lavoro, lungo tutto il ciclo economico. Questo approccio alla finanza funzionale ha preso il nome di Employer of the Last Resort (datore di lavoro di ultima istanza, in italiano) o programma di lavoro garantito e per gli autori che lo hanno sviluppato rappresenta l’approccio più vicino a quelle che John Maynard Keynes considerava come politiche che garantissero la risoluzione dei due maggiori problemi del capitalismo: il mantenimento della piena occupazione ed un’equa distribuzione del reddito.

L’approccio della finanza funzionale via occupazione diretta si propone di affrontare entrambe le questioni: per fare ciò l’attenzione dei governi non dovrebbe essere rivolta semplicemente alla mancanza di domanda aggregata, ma alla mancanza di occupazione che può presentarsi in ogni fase del ciclo economico.

L’economista Hyman Minsky, che ha insegnato all’università di Bergamo ed ha lavorato nel 1978 con il Centro Studi Confindustria di Guido Carli, è stato uno dei primi promotori dei programmi di lavoro garantito. Secondo Minsky, il migliore strumento per sviluppare una strategia di piena occupazione che non porti all’instabilità, all’inflazione e alla sperequazione del reddito è la creazione di un’ente che sia disposto ad assumere tutti coloro che vogliono e siano in grado di lavorare. Si tratta quindi di creare una domandainfinitamente elastica di lavoro ad un salario di base, prefissato dal governo, che non dipenda dalle aspettative di profitto di breve e lungo periodo del settore privato. Solo il governo infatti può separare la capacità di offrire un impiego dalla profittabilità attesa di questo investimento.

Creando domanda infinitamente elastica di lavoro, si otterrebbe un “polmone” di occupati: esso dovrebbe gonfiarsi nei momenti di maggior depressione economica quando la domanda cala e il numero di disoccupati aumenta, e sgonfiarsi nei momenti di crescita economica quando la domanda cresce e l’occupazione nel settore privato aumenta. Fissando un salario di base, il governo eviterebbe che l’aumento di occupazione possa causare spinte inflazionistiche dal lato del mercato del lavoro, derivanti da aumenti eccessivamente rapidi dei salari. Questo non significa che il governo garantisca che non ci possano essere aumenti dei prezzi causati da shock sul lato dell’offerta, o aumenti dei salari in altri settori dell’economia in cui il governo non interviene fissando il salario. Secondo i post-keynesiani, i prezzi sono decisi dal settore imprenditoriale tramite meccanismi di fissazione di un mark-up sui costi: le imprese rispondo a diminuzioni del profitto considerate eccessive mediante l’aumento dei prezzi, per mantenere una certa quota di profitto e quindi di reddito nazionale prodotto.

La solidità macroeconomica dei programmi di lavoro garantito è inoltre integrabile con una prospettiva politica progressista forte ed innovativa. Del resto, l’idea che sia il settore pubblico a creare direttamente lavoro ha trovato spazio nelle proposte politiche di personaggi di varie latitudini politiche della sinistra. Fra i tanti, ricordiamo Franklin Delano Roosevelt con il celebre New Deal; Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL che tra il 1949 ed il 1950 propose un mai realizzato Piano del Lavoro; ed Ernesto Rossi, che nel suo Abolire la miseria criticava i modelli di welfare di tipo assistenzialista e statalista, suggerendo invece di offrire beni e servizi attraverso una sorta di servizio civile.

Mettersi nei panni dei pianificatori della società futura è perciò un esercizio prezioso e fattibile, che la sinistra post-comunista e post-socialista ha relegato nell’ambito del passato da dimenticare consegnandosi totalmente alla subalternità al neoliberismo. Lo strumento dei piani di lavoro garantito permette al contrario di dare concretezza alla possibilità di un superamento democratico e libertario del sistema capitalistico così come siamo abituati a considerarlo: preserva la libertà individuale ed economica in tutte le sue forme, ma al contempo attribuisce al lavoro il valore di luogo di espressione della dignità umana e non più di mera estrazione delle sue energie produttive.

Naturalmente, a causa dello scenario macroeconomico europeo indicato in apertura, la realizzazione di questo piano è impossibile se la gestione della moneta Euro non subirà una brusca inversione di tendenza. La piena occupazione sarebbe possibile ed auspicabile se si fosse in grado di costituire un soggetto federale europeo capace di realizzare deficit pubblici finanziati dalla BCE a livello comunitario, ma tale scenario non sfiora nemmeno lontanamente i progetti politici dei tecnocrati di Bruxelles. Una soluzione alternativa potrebbe essere la costituzione di capacità di spesa sovrana a livello nazionale per i Paesi membri dell’Eurozona, senza che ciò comporti l’abbandono di politiche di coordinamento ed integrazione.

La certezza è che la sinistra del XXI secolo può e deve prendere consapevolezza delle potenzialità degli strumenti monetari moderni ed utilizzarli pienamente per progettare politiche volte alla piena occupazione, all’equa distribuzione del reddito e alla tutela dell’ambiente.

*Laureato in Economia presso l’Università di Bologna dove attualmente frequenta un corso di laurea magistrale in Economics. È co-fondatore dell’associazione non-profit Economia Per I Cittadini, coordinatore nazionale dell’iniziativa studentesca per il pluralismo Rethinking Economics e del gruppo INET Young Scholars Initiative.

fonte: pandorarivista.it

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