Financial Times: cure radicali per mali economici insoliti

Dal Financial Times del 26 novembre, l’interessante articolo di uno dei suoi più autorevoli commentatori il quale sostiene che in una crisi dovuta a sindrome da domanda debole (come quella attuale) servono riforme dal versante della domanda e che, nelle condizioni date, le cosiddette riforme del mercato del lavoro, colpendo la domanda stessa, sono controproducenti

di Martin Wolf, traduzione di Nicoletta Rocchi

Le principali economia avanzate – gli US, l’eurozona,il Giappone e l’UK – hanno sofferto di una “sindrome da deficienza cronica di domanda”. Più precisamente, i loro settori privati, senza lo stimolo di politiche monetarie ultra-aggressive, larghi deficits o entrambe le cose, non sono riusciti a spendere a sufficienza per portare la produzione vicina al suo potenziale. La sindrome da deficienza di domanda affligge il Giappone dall’inizio degli anni’90 e le altre economie almeno dal 2008. Che si deve fare? Per rispondere si deve capire la malattia.
Le crisi sono arresti cardiaci del sistema finanziario. Hanno effetti potenzialmente devastanti sull’economia. Il ruolo del dottore economico è di mantenere vivo il paziente: evitare il collasso finanziario del sistema e sostenere la domanda. Durante un attacco di cuore non è il momento di preoccuparsi dello stile di vita del paziente, quando si deve cercare di tenerlo in vita.
Come gli attacchi di cuore, le crisi finanziarie hanno effetti di lunga durata. Una ragione è il danno al sistema finanziario stesso. Un’altra è la perdita di fiducia nel futuro. Ma un’altra ancora è che rende non più sostenibile il debito accumulato fino alla crisi. Ciò che avviene allora è una “recessione da bilancio” – un periodo in cui l’indebitato è concentrato nella restituzione del debito. La policy post-crisi deve compensare o facilitare tale deleveraging del settore privato. Politiche monetarie e fiscali di supporto possono aiutare a farlo. Senza tali politiche sono probabili crolli enormi, come accaduto nei paesi membri dell’eurozona colpiti dalla crisi.
Un complemento al deleveraging è la ristrutturazione del debito. Molti economisti hanno raccomandato tale ristrutturazione come parte essenziale della soluzione. Almeno nel settore delle famiglie, gli US hanno fatto un lavoro molto migliore che l’eurozona. Ma organizzare una ristrutturazione del debito è estremamente difficile fino a quando i prestatori rifiutano di ammettere il fallimento. Questo è vero per il settore privato e ancora di più per quello pubblico. Ed è una delle ragioni per cui l’insostenibità del debito (in questo caso si intende l’impossibilità di nuovo indebitamento per nuovo investimento) dura così a lungo. Ma ci sono possibilità anche più inquietanti. Nel mio libro The shifts and the shocks, sostengo la tesi che l’economia mondiale ha avuto diversi cambiamenti i quali hanno creato una domanda cronicamente debole in assenza di boom creditizi. Tra questi c’è un eccesso di risparmio nelle economie emergenti, i cambiamenti nella distribuzione del reddito, l’invecchiamento e il declino secolare della propensione a investire nei paesi ad alto reddito. Dietro questo cambiamenti c’è, tra l’altro, la globalizzazione, l’innovazione tecnologica e il ruolo crescente del settore finanziario. Dunque, non basta fare pulizia dopo il collasso del boom del debito. I policymakers devono anche eliminare la dipendenza della domanda da un credito insostenibile.
Senza di ciò, anche una pulizia radicale non porterà buona domanda. In verità, se un paese è piccolo, può importare la domanda mancante via conti con l’estero. Ma quando parti enormi dell’economia mondiale sono afflitte, sono necessarie soluzioni alternative. Ci sono tre grandi possibilità: vivere con una cronica debolezza della domanda; portare avanti indefinitamente aggressive politiche di domanda (come ha fatto il Giappone); o sistemare la debolezza strutturale della domanda.
Aiuta una politica monetaria iper-aggressiva, portando i tassi di interesse reali vicino allo zero. Un’alternativa è il deficit fiscale. Ma rischia di mettere il debito su un sentiero di crescita permanente. Ancor più eterodosso è il finanziamento monetario diretto (outright monetary financing) dei deficits fiscali, come ha raccomandato l’ex presidente della Financial Services Authority britannica Adair Turner. Questo significa nazionalizzare la creazione di moneta ora delegata a banche private, spesso irresponsabili. Ed è un modo di usare il potere della banca centrale per creare moneta al fine di espandere la domanda più diretto (e forse più efficacie) che usarlo indirettamente manipolando i prezzi degli assets. Tale monetizzazione diretta dei deficits sembra particolarmente sensibile in Giappone.
L’alternativa è affrontare le cause della debolezza strutturale della domanda. Una politica sarebbe redistribuire i redditi da chi risparmia a chi spende. Un’altra sarebbe promuovere la spesa. Questo è il motivo per cui l’aumento della tassa sul consumi in Giappone è così sbagliata. Il Giappone dovrebbe piuttosto tassare il risparmio. Ma questo violerebbe il pregiudizio che la parsimonia è virtuosa. Tuttavia non lo è in in mondo che soffre di sindrome da deficienza di domanda. Il risparmio improduttivo dovrebbe essere scoraggiato.
Oltre il malessere post-crisi e il persistere di domanda debole c’è la possibilità di un’offerta strutturalmente debole. La soluzione è incoraggiare a lavorare, investire e innovare. Però le politiche progettate per promuovere l’offerta non devono nel contempo indebolire la domanda. Questa è una delle difficoltà con il luogo comune della raccomandazione alla riforma del mercato del lavoro, che comporta retribuzioni più basse per una parte enorme della forza lavoro e la possibilità per i datori di lavoro di licenziare e assumere più facilmente. Tutto ciò, probabilmente, non farà che abbassare i consumi almeno nel medio termine – esattamente l’esperienza della Germania nel primo decennio degli anni 2000. Le riforme dovrebbero promuovere la domanda ed è per questo che l’eurozona deve stabilire un pacchetto equilibrato senza affidarsi eccessivamente alle riforme di struttura.
La crisi lascia una eredità spaventosa. L’eurozona ha fatto un lavoro peggiore nella sua gestione che, per esempio, gli US. Ma le sue origini possono essere rinvenute in debolezze strutturali di lungo termine. La politica deve affrontare queste debolezze se non vuole che l’uscita dalla crisi rappresenti anche l’inizio di un viaggio verso la prossima. E’ probabile che la risposta sia eterodossa. Ma tale è anche l’attuale condizione economica. Malattie rare implicano medicine inusuali. Cerchiamole.

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