Rapporto globale 2014-2015 dell’OIL sulle retribuzioni e disuguaglianza di reddito

traduzione di Nicoletta Rocchi

Parte 1. I principali trends delle retribuzioni

Il contesto

Negli ultimi anni si sono intensificati i dibattiti sul ruolo economico delle retribuzioni.  A livello di azienda, una crescita o una decrescita delle retribuzioni colpisce i costi di produzione e ha conseguenze per la profittabilità, la sostenibilità e la competitività. A livello di paese, l’effetto netto di retribuzioni più alte o più basse dipende dalla direzione e dalla magnitudine relativa degli effetti delle retribuzioni sui consumi delle famiglie, sull’investimento e le esportazioni nette. Nell’eurozona, le preoccupazioni sui deficit della domanda aggregata derivanti dalla insufficienza dei consumi delle famiglie hanno concentrato maggiore attenzione sulle retribuzioni e molti commentatori hanno evidenziato che il declino o la stagnazione salariale aumentano il rischio di deflazione. In alcuni paesi emergenti e in via di sviluppo, è stata dedicata più attenzione ai salari come componente chiave di strategie complessive per ridurre la povertà e la disuguaglianza.

La crescita retributiva globale è decelerata nel 2013 rispetto al 2012 e deve ancora recuperare i livelli pre-crisi

La crescita globale delle retribuzioni reali è crollata durante la crisi 2008-2009, recuperando qualcosa nel 2010 e poi decelerando di nuovo. Globalmente, nel 2013, la crescita media mensile delle retribuzioni reali è stata del 2%, meno del 2.2% del 2012 e deve ancora recuperare i tassi di crescita pre-crisi (di circa il 3%) del 2006 e del 2007.

La crescita retributiva globale è guidata soprattutto della economie emergenti e in via di sviluppo

Negli ultimi anni,  a partire dal 2007, la crescita retributiva globale è stata guidata  dalle economie emergenti e in via di sviluppo, dove le retribuzioni reali stanno aumentando – talvolta rapidamente. Tuttavia, ci sono grandi variazioni regionali.  Mentre la crescita delle retribuzioni reali nel 2013 ha raggiunto in Asia il 6% e quasi il 6% nell’Europa dell’est e  nell’Asia centrale, in America latina e ammonta a meno dell’1% così come nei paesi caraibici. Stime provvisorie mostrano anche una crescita delle retribuzioni reali di quasi il 4% in Medio Oriente, dovuta alla forte crescita salariale nell’Arabia Saudita, ma riportano anche una crescita inferiore all’1% in Africa. La crescita salariale reale  nelle economie emergenti del G20 è rallentata dal 6.7% del 2012  al 5.9% nel 2013.

Escludendo la Cina, la crescita salariale globale si riduce della metà.

La Cina conta per buona parte della crescita globale dei salari, a causa  della sua grande e forte crescita dei salari reali. Escludendo la Cina,la crescita salariale reale si riduce quasi della metà, dal 2% all’1.1% del 2013 e dal 2.2% all’1.3% del 2012.

Retribuzioni piatte nelle economie sviluppate

Nel gruppo delle economie sviluppate, nel 2012-2013, le retribuzioni reali sono state piatte crescendo rispettivamente dello 0.1% e dello 0.2%. In qualche caso – comprese Grecia, Irlanda, Italia, Giappone , Spagna e Regno Unito –  le retribuzioni reali medie nel 2013 erano sotto al livello del 2007. Nei paesi colpiti dalla crisi, i Composition effects (cioè gli effetti sulle retribuzione media del cambiamento della composizione dei lavoratori dipendenti) hanno giocato un grosso ruolo.

Tra il 1999 e il 2013, nelle economie sviluppate, la produttività del lavoro ha superato la crescita delle retribuzioni reali e si è ridotta la quota di reddito nazionale per il lavoro – anch’essa un riflesso del legame tra salario e produttività.

Complessivamente, nel periodo 1999-2013, nel gruppo delle economie sviluppate, la crescita delle retribuzioni reali  è rimasta indietro rispetto alla crescita della produttività del lavoro. Questo è avvenuto prima della crisi  nel 2007 e – dopo una breve restringimento della differenza durante la parte più acuta della crisi – dal 2009, la produttività del lavoro ha continuato a superare la crescita delle retribuzioni reali.

Tra il 1999 e il 2013, la crescita della produttività del lavoro ha superato la crescita salariale in Germania, Giappone e Stati Uniti. Nello stesso periodo in  questi paesi, il disaccoppiamento tra la crescita salariale e quella della produttività si è  riflesso nel declino della quota del reddito da lavoro  (la quota di PIL che va a compenso del lavoro). In altri paesi come la Francia e l’UK, la quota di reddito  appannaggio lavoro è rimasta stabile o è aumentata. Tra le economie emergenti, negli ultimi anni, la quota di reddito destinata al lavoro è aumentata in Russia e si è ridotta in Cina, Messico e Turchia. E’ importante notare, tuttavia, che quando la crescita del salario reale è rapida, le implicazioni sul welfare della riduzione della quota di reddito per il lavoro snelle economie emergenti e in quelle in via di sviluppo possono essere diverse da quelle nelle economie sviluppate.

Le retribuzioni medie  nelle economie emergenti e in via di sviluppo  stanno lentamente convergendo verso   le retribuzioni medie dei paesi sviluppati

Le retribuzioni medie sono ancora considerevolmente più basse nelle economie emergenti e in quelle in via di sviluppo rispetto alla maggior parte delle economie avanzate. Se misurate i parità di potere d’acquisto (PPP). La retribuzione mensile media negli US, per esempio, è più del triplo che in Cina.

Anche se differenze di definizione e di metodo  rendono difficile confronti precisi dei livelli retributivi tra i paesi, la retribuzione media  nelle economie sviluppate è stimata approssimativamente a $US (PPP) 3.000 a confronto con una retribuzione media nelle economie  emergenti e in via di sviluppo di $US (PPP) di 1.000. La stima della media mensile reale mondiale è di circa $US (PPP) 1.600. Tuttavia, tra il 2000 e il 2012,  la differenza nelle retribuzioni reali tra le economie sviluppate e quelle emergenti e in sviluppo si è ristretta, in conseguenza di una forte crescita in questi ultimi e della stagnazione/contrazione in molti paesi sviluppati.

Parte 2. Retribuzioni e disuguaglianza

Tendenze miste nella disuguaglianza di reddito delle famiglie

Negli ultimi decenni, la crescente disuguaglianza in molti paesi ha attratto sempre maggiore attenzione, poichè alti livelli di disuguaglianza possono colpire in modo avverso il benessere e la coesione sociale così come la crescita economica di medio e lungo termine. Il report mostra che i trends recenti nella disuguaglianza totale delle famiglie è stata mista sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti e in via di sviluppo. Il livello della disuguaglianza è generalmente  più alto nelle seconde; tuttavia ci sono stati progressi in un certo numero di tali paesi per ridurla, normalmente  in un quadro di redditi crescenti.  nelle economie sviluppate che hanno avuto una crescita della disuguaglianza, questo si è tipicamente verificato  in un contesto di redditi declinanti o stagnanti.

La disuguaglianza comincia nel mercato del lavoro

In molti paesi, la disuguaglianza comincia nel mercato del lavoro. I cambiamenti  nelle distribuzione dei salari e del lavoro retribuito sono stati i fattori chiave dei recenti trends  di disuguaglianza. Nelle economie sviluppate, dove la disuguaglianza è aumentata di più,  questo è stato frequentemente dovuto a una combinazione di maggiore disuguaglianza retributiva  e di mancanza di lavoro.  Spagna e Stati Uniti sono i due paesi dove  è cresciuta di più la disuguaglianza tra il 10% al top(al livello di reddito più alto) e il 10% al bottom (al livello di reddito più basso). In Spagna per il 90%  di tale crescita della disuguaglianza hanno contato i cambiamenti nella distribuzione  dei salari e la mancanza di lavoro, mentre  negli US hanno contato per il 140%. Nei paesi sviluppati dove è aumentata la disuguaglianza di reddito delle famiglie, altre fonti di reddito compensano circa un terzo della crescita della disuguaglianza dovuta ai cambiamenti nelle retribuzioni e nell’occupazione.

Un certo numero di economie emergenti e in sviluppo ha avuto un declino della disuguaglianza. In questi paesi il fattore predominante è stato una distribuzione salariale e di lavoro retribuito più giusta. In Argentina e in Brasile, dove la disuguaglianza si è maggiormente ridotta, i cambiamenti nella distribuzione  delle retribuzioni e del lavoro remunerato  hanno contato (per l’Argentina) per l’87%  della riduzione in corso da un decennio della disuguaglianza top-bottom e per il 72% in  Brasile.

da lavoro, con una sostanziale variazione tra i paesi.

Le retribuzioni sono la principale fonte del reddito delle famiglie

IL ruolo importante del salario nella disuguaglianza di reddito delle famiglie si può spiegare con il fatto che le retribuzioni sono la loro principale fonte di reddito sia nelle economie sviluppate che in quelle emergenti e in sviluppo. Nelle economie sviluppate, le retribuzioni rappresentano tra il 70 e l’80% del reddito totale  prima delle tasse e dopo i trasferimenti per le famiglie che hanno almeno un membro in età da lavoro, con una sostanziale variazione tra i paesi. Nelle economie emergenti e in sviluppo studiate dal report, il contributo delle retribuzioni al reddito delle famiglie è più piccolo, variando tra il 50 e il 60% in Argentina e Brasile, al 40% circa del Perù e al 30% del Vietnam. Il reddito dell’auto-impiego generalmente ricomprende una   quota del reddito della famiglie  più larga che nelle economie sviluppate, soprattutto tra i gruppi a basso reddito.

Tuttavia, in entrambi i tipi di economie, le fonti di reddito sia al top che al bottom sono più diversificate che al centro della scala retributiva, dove le famiglie fanno riferimento soprattutto alle retribuzioni. Nelle economie sviluppate, i trasferimenti sociali giocano un ruolo importante nel sostegno delle famiglie a basso reddito, mentre nelle economie emergenti e in sviluppo le famiglie a basso reddito fanno riferimento soprattutto all’auto-impiego. Tra il 10% delle famiglie al bottom, per esempio, le retribuzioni rappresentano a mala pena il 50% del reddito familiare negli US, il 30% in Italia, il 25% in Francia, il 20%  nell’UK il 10% in Germania e il 5% in Romania. Tra i gruppi di reddito medio  e alto le retribuzioni rappresentano la quota più alta del reddito familiare in quasi tutti i paesi, raggiungendo l’80% o più in Germania, negli US e nell’UK.

Per i paesi emergenti e in sviluppo il 10% delle famiglie al bottom varia dal 50% del reddito familiare in Russia a meno del 10% in Vietnam. In Argentina, Brasile, Cina  e Russia, la quota delle retribuzioni cresce gradualmente tra la classe media  prima di ridursi  per i gruppi a più alto reddito.

Alcuni soffrono di discriminazioni e penalizzazioni retributive

Il report mostra che in quasi tutti i paesi studiati ci sono differenze salariali tra uomini e donne così come tra lavoratori nazionali e lavoratori migranti. Queste differenze nascono da ragioni multiple e complesse che differiscono tra paese e paese e variano a punti diversi della complessiva distribuzione retributiva. Queste differenze salariali possono dividersi in una parte “spiegabile”, che sono rappresentate dal capitale umano osservato, e in una parte “non spiegabile” che comprende la discriminazione salariale e alcune caratteristiche (ad es. avere figli) che in via di principio non dovrebbero avere effetti sulle paghe. Il report mostra che se questa penalizzazione salariale fosse eliminata,il principale gap di genere sarebbe in realtà invertito in Brasile, Lituania, Russia, Slovenia e Svezia, dove le caratteristiche del mercato del lavoro dei gruppi svantaggiati  risulterebbero con retribuzioni più alte. Addirittura quasi scomparirebbe in circa mezzo secolo nel campione di economie sviluppate.

Una analisi simile è portata avanti per paragonare le retribuzioni dei migranti con quelle dei lavoratori nazionali, dimostrando che in diversi paesi il principale gap salariale si invertirebbe se la parte non spiegabile del gap fosse eliminata. Tra le economie sviluppate, questo è il caso della Germania, Danimarca, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia e Svezia. In Cile i lavoratori migranti guadagnano in media di più dei lavoratori nazionali.

Il report scopre anche un gap retributivo tra lavoratori dell’economia formale e di quella informale;   questo è dimostrato nel report, per esempio,   nelle differenze retributive che colpiscono io lavoratori dell’economia informale per selezionati paesi.  Come per quelli di genere e dei migranti, i gaps retributivi   dei lavoratori dell’economia informale è generalmente la più bassa  nei decili al bottom e cresce per chi ha retribuzioni più alte. In più, le caratteristiche osservabili del mercato del lavoro dei lavoratori dell’economia informale differiscono dai lavoratori dell’economia formale in tutti i punti della distribuzione salariale e in tutti i paesi (cioè  c’è una differenza  in tutta la distribuzione). Al tempo stesso, tuttavia,  resta significativa la parte non spiegata delle differenza salariale.

Parte 3. Risposte politiche per affrontare retribuzioni e disuguaglianza

La sfida politica

La disuguaglianza può essere affrontata con politiche che affrontano la distribuzione retributiva direttamente o indirettamente e attraverso politiche fiscali che redistribuiscano il reddito attraverso la tassazione e i trasferimenti. Tuttavia la crescente disuguaglianza  nel mercato del lavoro pone un onere maggiore, non sempre possibile o desiderabile, sugli sforzi per ridurre la disuguaglianza attraverso le tasse e i trasferimenti. Ciò suggerisce che la disuguaglianza che nasce all’interno del mercato del lavoro dovrebbe essere affrontata attraverso politiche che abbiano un effetto diretto sulla distribuzione retributiva.

Minimum wage e contrattazione collettiva

La ricerca recente suggerisce che i governi hanno uno spazio considerevole per usare il minimum wage come uno strumento di policy. Da una parte, la ricerca mostra che non c’è alcuno scambio tra  l’aumento del m.w e i livelli occupazionali e che tali aumenti hanno effetti molto limitati sull’occupazione, siano essi positivi o negativi. Dall’altra parte, essa mostra che i m.w contribuiscono effettivamente a ridurre le disuguaglianze retributive. Negli ultimi anni, le politiche di m.w  vengono usate come efficace strumento di policy   da un crescente numero di governi sia delle economie sviluppate  che di quelle emergenti e in sviluppo. Cosa importante, i m.w dovrebbero essere definiti in modo da bilanciare i bisogni   dei lavoratori e delle loro famiglie con i fattori economici.

La contrattazione collettiva costituisce un’altra istituzione del mercato del lavoro  che da molto tempo viene riconosciuta come strumento chiave per affrontare la disuguaglianza in generale e la disuguaglianza salariale in particolare. La misura in cui la contrattazione collettiva può comprimere la complessiva disuguaglianza salariale dipende  dalla proporzione di lavoratori  coperti dagli accordi collettivi e dalla posizione di questi lavoratori nelle distribuzione retributiva.

Promuovere la creazione di lavoro

La  creazione di lavoro è una priorità in tutti i paesi e il report mostra  che l’accesso o la perdita di lavoro retribuito è la chiave determinante della disuguaglianza di reddito. Nelle economie sviluppate, le mancanze di lavoro che colpiscono in modo sproporzionato i lavoratori a basso reddito ha contribuito ad aumentare la disuguaglianza. Nelle economie emergenti e in sviluppo, la creazione di lavoro retribuito per quelli al bottom ha contribuito a ridurre la disuguaglianza in diversi paesi. Queste scoperte confermano che le politiche per il pieno impiego costituiscono un aspetto importante della riduzione della disuguaglianza.  La promozione di imprese sostenibili è, in proposito, un aspetto chiave.  Ciò riguarda la costruzione di un ambiente favorevole alla creazione e allo sviluppo delle imprese, così come  all’innovazione a al miglioramento della produttività. I risultati benefici che ne derivano possono essere equamente distribuiti in modo più ampio all’interno delle imprese e nella società.

Attenzione speciale ai gruppi di lavoratori svantaggiati

L’estensione del m.w e della contrattazione collettiva ai lavoratori a basso salario sarà generalmente utile a ridurre la disuguaglianza tra le donne, i migranti e i gruppi vulnerabili.  Tuttavia questi strumenti politici non elimineranno tutte le forme di discriminazione e le differenze salariali che costituiscono  una significativa fonte di disuguaglianza. Occorre un range più vasto di politiche per superare le differenze tra i gruppi che non si spiegano con il capitale umano e le caratteristiche del mercato del lavoro. Per esempio. ottenere uguale retribuzione per uomini e donne richiede politiche volte a combattere le pratiche discriminatorie e   basate su stereotipi sessisti sul valore del lavoro delle donne, politiche efficaci per la maternità, la paternità e il congedo parentale, così come il battersi per una migliore condivisione delle responsabilità familiari.

Redistribuzione fiscale attraverso le tasse e i sistemi di protezione sociale

Le politiche fiscali possono in parte compensare le disuguaglianze nel mercato del lavoro, attraverso sia i sistemi di  tassazione progressiva che i trasferimenti che tendono a pareggiare i redditi delle famiglie.  Tali politiche sono usate più frequentemente dai governi dei paesi sviluppati per affrontare i loro obiettivi di distribuzione di reddito che da quelli delle economie emergenti e in sviluppo, sebbene è in corso qualche convergenza. I queste ultime sembra ci sia spazio per aumentare i proventi fiscali attraverso una varietà di misure, compreso l’ampliamento della base fiscale attraverso  la transizione di lavoratori e imprese dall’economia informale a quella formale, così come   migliorando la raccolta delle tasse. Introiti accresciuti permetterebbero, a loro volta, di ampliare e migliorare i sistemi di protezione sociale che spesso non sono pienamente sviluppati in tali economie.

La necessità di un’azione politica combinata

Le retribuzioni costituiscono la parte più grande della fonte del reddito delle famiglie nei paesi sviluppati e in quelli emergenti, con solo poche eccezioni. Al tempo stesso, le retribuzioni forniscono un contributo più piccolo al reddito familiare  per i gruppi a reddito più basso. Nelle economie sviluppate, dove i trasferimenti sociali costituiscono le più importanti fonti di reddito per questi gruppi, è necessaria una combinazione di politiche  che aiuti gli individui i queste famiglie a trovare un’occupazione con misure che aumentino la qualità dei compensi per il lavoro che riescono a trovare. In alcune economie emergenti e in sviluppo,  l’aumento del reddito dei gruppi a basso reddito è stato ottenuto attraverso programmi diretti per l’occupazione (come in India e in Sud Africa) e attraverso trasferimenti monetari (come in Brasile, e in Messico, tra altri paesi). Alla fine, la rotta più sostenibile ed efficacie per uscire dalla povertà per la popolazione in età di lavoro è un’occupazione produttiva e buona.  Le politiche dovrebbero mirare a questo obiettivo.

Alcuni riferimenti del report

le economie sviluppate: retribuzioni medie- alcune variazioni tra i paesi

Dal 2006 i tassi di crescita delle retribuzioni medie reali tendono a fluttuare all’interno di un range stretto. Questo andamento è particolarmente evidente nel 2012 e nel 2013, anni virtualmente a retribuzione piatta, che contribuiscono nell’attuale contesto di bassa inflazione a possibili rischi di deflazione.

All’interno di questo trend generale, tra le economie del G20 esiste una varietà di situazioni. In Francia e negli US le retribuzioni medie  sono in linea con il trend generale essendo rimaste relativamente stagnanti solo con piccole fluttuazioni. Tuttavia Australia e Canada mostrano una crescita più positiva delle retribuzioni medie in parte attribuita alla loro crescita economica basata sulle risorse naturali, durante il boom delle materie prime. Per contro,  si osservano notevoli riduzioni in Italia e nell’UK. dove una recessione profonda è stata accompagnata da un periodo di riduzione delle retribuzioni reali senza precedenti. Secondo la Low Pay Commission, le retribuzioni britanniche si sono ridotte nel modo più consistente da quando, nel 1964, si sono cominciate a fare le rilevazioni statistiche.

Fino a che punto sono cambiate le retribuzioni nei paesi europei più colpiti dalla crisi: Più sconvolgente è il grosso declino delle retribuzioni greche che è scaturito da una serie di misure politiche, compresa una riduzione, nel 2012, del 22% del minimum wage per i lavoratori non professionalizzati   sopra i 25 anni e una riduzione del 32%   per quelli sotto i 25 anni. Inoltre la contrattazione collettiva è stata decentrata ed è stata data priorità  agli accordi a livello aziendale nel caso di conflitto con accordi di più alto livello, cosa che ha teso a facilitare l’aggiustamento retributivo verso il basso.

(i dati OIL dimostrano che fatto 100 il 2007, nel 2013 l’Australia è a 108.9, il Canada a 105, la Germania a 102.7, la Francia a 102.3, gli US 101.4, mentre il Giappone registra una contrazione a 98.7 e l’Italia una anche maggiore a 94.2, preceduta in questa graduatoria alla rovescia dall’UK a 92.9)

Le retribuzioni del settore pubblico sono state più volte  ridotte durante la crisi, contribuendo (con riferimento ai compensi dei dipendenti nel periodo 2008-2012), per il 23% alla riduzione della spesa pubblica. In altri paesi colpiti dalla crisi, la riduzione generale delle retribuzioni è stata meno drammatica ma il focus  sulle retribuzioni medie tende ad oscurare la dimensione piena della turbolenza retributiva.

AD esempio in Spagna, al netto dell’effetto del cambiamento della composizione della forza lavoro, le retribuzioni medie di quelli che sono rimasti occupati sembrano si siano ridotte del doppi rispetto alla tendenza generale dei paesi più colpiti. In Irlanda, la proporzione di lavoratori che hanno avuto tagli nelle retribuzioni nominali ha superato il 50% sia nel 2009 che nel 2010. In Portogallo le retribuzioni dei dipendenti pubblici  che guadagnano più di  1.500 euro al mese  e dei lavoratori blue collars sono state ridotte e quelle di circa il 40%   degli altri salariati sono state congelate.

La produttività supera la crescita retributiva

Tra il 1999 e il 2013 il rapporto tra    retribuzioni e produttività in quei paesi del G20 in cui la produttività del lavoro è definita in termini di PIL pro capite (Una definizione che si basa sul contributo alla produzione del lavoro produttivo, ma  anche sul contributo alla produzione di altri elementi come il cambiamento nelle ore lavorate, nella composizione delle professionalità, nel contributo del capitale, mentre la definizione dell’OIL è l’indicatore di un lavoro decente e, dal 2013, è l’unica disponibile per tutti i paesi).

Il trend rilevato dall’OIL in tale rapporto è che, dopo una restrizione della differenza tra l’indice della produttività del lavoro e l’indice delle retribuzioni reali nel momento di massima crisi,tra il 2008 e il 2009, la produttività del lavoro ha continuato  a superare la crescita del salario reale in questo gruppo di paesi.

Il quadro complessivo per le economie sviluppate è fortemente influenzato dalle più grandi economie del gruppo, in particolare dalla Germania, del Giappone e dagli US. Tra il 1999 e il 29013, la relazione tra produttività e compenso reale pro capite  per alcune economie sviluppate dimostra che in alcune di esse  la produttività è cresciuta più rapidamente del compenso reale pro capite  del lavoro (termine diverso dalla retribuzione ma usato perchè più strettamente legato alle tendenze nella quota di reddito del lavoro)

La quota di lavoro nel reddito misura la distribuzione del reddito nazionale tra lavoro e capitale; quando si riduce, significa che una parte più piccola del reddito nazionale va ai lavoratori. E’ ampiamente dimostrato il declino della quota del lavoro nel reddito nazionale avvenuto in parte per il cambiamento dell’occupazione da settori labour-intensive a settori capital intensive. Ma la parte più grande del trend da 1999 si spiega  con la caduta della quota del reddito da lavoro all’interno  delle industrie, in particolare nel manifatturiero di alta e media tecnologia e nei servizi finanziari dove i profitti sono cresciuti questo può essere dovuto alla combinazione della pressione dei mercati finanziari per più alti ritorni sul capitale, della globalizzazione, del commercio internazionale, del cambiamento tecnologico e della simultanea erosione del potere redistributivo delle istituzioni del mercato del lavoro. Le conseguenze macroeconomiche della continua riduzione della quota di reddito nazionale a favore del lavoro dipendente possono essere significative e ricomprendere gli effetti di costrizione del reddito e dei consumi delle famiglie  che può a sua volta  contribuire alla stagnazione della domanda aggregata. minando in tal modo l’incentivo delle imprese ad investire

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