Direttivo confederale CGIL: la relazione di Susanna Camusso

sintesi:

Sullo sciopero del 12 dicembre il giudizio è ampiamente positivo, ma abbiamo l’onere di una valutazione ulteriore: cosa ci rimandano quelle piazze? Come il 25 ottobre le piazze del 12 dicembre erano piazze di lavoratori come non ne vedevamo da tempo.
Il lavoro di preparazione dello sciopero è stato determinante e la presenza della uil ci ha favoriti ed ha messo in difficoltà la Cisl, tant’è che alcuni della Cisl hanno partecipato, allo stesso modo hanno aderito anche non iscritti ai sindacati
Le piazze ci domandano consapevolezza.
Nessuno pensava che fossimo alla spallata, ma tutti erano consapevoli che questo è solo l’inizio di una stagione di mobilitazione, la seconda consapevolezza è la centralità del tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti: il lavoro è l’unica risposta possibile alla crisi e c’è stato un forte senso civico.
Abbiamo una piattaforma su cui si è costruita la mobilitazione, che la Uil ha sostenuta coerentemente, anche se resta il tema del rapporto con la Cisl.
Tutto questo ci dà la responsabilità di decidere oggi come continuare coinvolgendo i lavoratori e garantendo l’unità nel mondo del lavoro.
Dobbiamo deciderlo tenendo conto del contesto.
Al di là delle dichiarazioni rese, dobbiamo constatare che il nostro paese è in crisi profonda e non ci saranno per lungo tempo accenni di ripresa.
In questi giorni è sempre più evidente che la gestione della crisi ci potrà portare alle condizioni della Grecia.
Noi oggi siamo il paese europeo più esposto alla crisi e siamo i maggiori detentori del debito greco.
Una drammatizzazione della Grecia ha effetti diretti su di noi e siamo troppo grandi perché l’Europa possa, anche volendo, salvarci.
All’inizio del prossimo anno il Fmi potrebbe chiederci un maggiore contributo.
Contributo che ad oggi il governo italiano sta raccogliendo a suon di privatizzazioni e tagli.
La legge di stabilità, al netto di alcune modifiche positive ad es. su pensioni e disabili, non ci soddisfa.
Come sono trattati i precari di comuni e province, il blocco dei contratti, i tagli alla sanità sono solo alcuni esempi.
Ciò che viene definito in termini espansivi è la libertà di licenziare e l’ invito generico alle aziende ad investire, senza un piano industriale che lo sostiene, mentre di sviluppo non se ne parla, lo si affida alle imprese, il welfare ne esce distrutto ed il lavoro, specie quello pubblico, è sotto attacco.
La legge delega sul Jobs Act non ha visto sviluppi positivi attraverso emendamenti e manteniamo su di essa giudizio negativo. Siamo alla stagione dei decreti applicativi che non conosciamo, sebbene ci siano stati promessi per il 24 dicembre.
Il contratto a tutele crescenti è fallimentare, perché tra i datori di lavoro è incentivato chi non stabilizza alla fine del percorso: licenziare è facile, basta pagare un indennizzo monetario di una busta paga.
Ma il 19 dicembre siamo convocati e questo è frutto della mobilitazione, se ci informeranno e basta o vorranno discutere qualcosa lo scopriremo solo vivendo.
Tanta parte del l’accelerazione sui lavori parlamentari sono indice del fatto che a gennaio l’oggetto del lavoro governativo cambierà. Il tema lavoro sarà considerato archiviato e sostituito dalla chiusura del semestre europeo, elezione presidente della repubblica, legge elettorale etc.
Sarà archiviata l’idea che nel determinare la via di uscita dalla crisi la variabile determinante è il lavoro.
Cosa dobbiamo fare noi?
Continuare a tenere al centro il lavoro, ma anche lavoro di qualità: tutele, prospettive, stabilità, etc…
Cosa facciamo ora per dare continuità alle mobilitazioni e al nostro rapporto con chi sta fuori di noi?
Con la Uil andiamo benino, con la Cisl non riusciamo a riaprire la discussione: la Furlan non sarà nemmeno all’ incontro col governo del 19. I pubblici almeno sulle province stanno insieme: gli iscritti Cisl in molti stanno con noi. Non rinunciamo a provare a costruire iniziative unitarie laddove possibile.
Ora serve fantasia per andare avanti: vi cito alcune iniziative su cui andare avanti:
– sciopero a rovescio (così da creare alleanze col cittadino);
– mantenere il rapporto con il mondo studentesco anche oltre la buona scuola;
– continuare la campagna sulla legalità;
– attenzione agli appalti, alla cooperazione, alle partecipate, alla delega sul terzo settore/impresa sociale/volontariato che in realtà è lavoro: raccolta firme per la nostra proposta di legge sugli appalti nei luoghi di lavoro strutturati;
– tema del pubblico e delle partecipate in cui la confusione regna sovrana.

Rapporto col governo: molte politiche governative sono frutto di un patto con Confindustria.
Dobbiamo riportare a unità e tutele il mondo del lavoro, non deve esistere impresa su cui si avviano a contratti a tutele crescenti in cui non subentri contrattazione. Possiamo provare a cancellare il contratto a tutele crescenti ma dobbiamo anche gestirlo, normarlo, contrattualizzarlo, modificare quella situazione anche in via contrattuale, il che è più facile laddove si assume.
Deve essere evidente che la riuscita delle nostre iniziative influenza il nostro peso contrattuale.
La contrattazione sociale è parte della mobilitazione generale su legge di stabilità ed in parte anche sul lavoro.

Adesso dobbiamo immaginare come rendere visibile con continuità la nostra presenza a presidiare le diverse situazioni, dobbiamo mantenere al nostro interno tratto confederale.
Non escludiamo iniziativa giudiziaria e vertenziale contro Jobs Act, non escludiamo tentativi abrogativi, l’unica cosa che non si può fare è andare a casaccio, dividerci, fare un gran casino e perdere. Nessuno si deve lanciare alla riscossa senza sapere dove sta andando, ma dobbiamo decidere collettivamente.

Infine abbiamo il fronte della difesa del ruolo del sindacato, che nella visione del governo dovrebbe avere solo un ruolo sulle singole condizioni vertenziali e per il resto non disturbare il manovratore.
Vero è che stiamo stimolando su alcune vertenze delle risposte, ma vero è altrettanto che siamo in assenza di una più ampia prospettiva di politica industriale; noi continueremo a chiederle, fatte di investimenti pubblici e sviluppo, la nostra proposta l’abbiamo.

Dobbiamo riflettere su questo sul lungo periodo ma anche sul breve.
Confermiamo anche gli appuntamenti seminariali

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