Unione Europea: non investimenti ma riforme, fino a quando l’economia ringrazia di nuovo

Roland Janssen, traduzione di Nicoletta Rocchi

Fino ad ora, alla Commissione entrante è stato dato il  beneficio del dubbio sul fatto che la sua nuova partenza per l’Europa avrebbe significato anche un nuovo e diverso corso politico. Dopo gli eventi dell’ultima settimana, tuttavia, questo non vale più.

Un piano europeo per gli investimenti o un piano europeo assicurativo?

Primo, è emerso  che la lungamente attesa iniziativa della commissione per il rilancio degli investimenti in Europa non è in realtà un piano di investimenti in quanto tale ma un piano che assicura contro i rischi relativi a qualche specifico progetto di investimento. Una domanda è se il “controllo del rischio” sia sufficiente ad affrontare la causa reale del fiacco investimento in Europa che è la diffusa mancanza di domanda.

Un’altra preoccupazione è che  il piano di investimento  soffra di un certo pregiudizio. Il presidente Juncker insiste sul fatto che il suo piano non prevede nuovi contributi nè nuovi debiti degli stati membri. Tuttavia, dopo una attenta lettura, appare che la base  su cui poggia l’intera costruzione (i 60 miliardi di capitale)  si pensa  debba essere fornita   dagli stati membri o dalle loro banche di sviluppo nazionali.

Ciò presenta il pericolo  che esattamente quegli stati membri che hanno più bisogno di una spinta all’investimento saranno i meno coinvolti nello schema complessivo poichè sono proprio i paesi  che devono fronteggiare  costrizioni nell’accesso ai mercati finanziari. Oppure, non tutti gli stati membri hanno una propria banca nazionale di sviluppo e sono pertanto  molto meno nella posizione di partecipare al piano di investimento di Juncker.

Ritorna la vecchia agenda: riforme, riforme, riforme. Tuttavia, venerdì scorso c’è stata un’esperienza che ha dato ancor più da riflettere, con i commissari  Dombrovskis e Thyssen  che hanno presentato l’indagine 2015 sulla crescita annuale. Dalle loro relazioni e con entrambi i commissari  che in realtà usavano i termini “riforme strutturali” ogni due frasi, la vera principale priorità politica di questa nuova commissione diventa abbastanza chiara. Sono le riforme, più riforme e ancor più riforme.

Certo,  questa definizione di “riforma strutturale” può significare molte cose   e potrebbe pertanto riferirsi specificatamente a quelle che sarebbero altamente benvenute, come, per esempio, investire di più nella cura dei bambini. Purtroppo non è questo il caso. La Commissione è invece impostata su “più della stessa cosa”. Ciò diventa chiaro  dall’affermazione fatta venerdì scorso  alla conferenza stampa che “le riforme stanno pagando e cominciano a dare frutti”. Considerando il fatto che la larga maggioranza delle riforme perseguite in tutta Europa negli ultimi anni hanno riguardato soprattutto l’indebolimento o addirittura lo smantellamento delle istituzioni del mercato del lavoro che proteggono i lavoratori, questo tipo di affermazioni non promette nulla di buono.

Ulteriore conferma può essere trovata nel testo della stessa indagine annuale sulla crescita. Qui, di nuovo, le cose sono presentate come se la segmentazione del mercato del lavoro fosse causata dalla protezione del lavoro e dai lavoratori regolari. Specificatamente, l’indagine 2015 lega l’intervento sulla segmentazione all’eliminazione (si prenda nota della formulazione!)delle barriere occupazionali per i disoccupati, i sottooccupati e i contratti temporanei. Questo suggerisce fortemente che l’idea  non è quella di contrastare la segmentazione ri-regolando molti dei varchi alla protezione del lavoro regolare che i datori di lavoro  hanno ora a disposizione nella forma di tutti i tipi di contratti precari. Al contrario, l’opinione della Commissione è che il problema della segmentazione si debba risolvere  indebolendo in modo significativo la protezione del lavoro regolare. Un approccio che  può finire col rendere precari tutti i lavoratori.

Le paghe sono un altro esempio. Qui, l’indagine afferma che ” alcuni membri devono ancora completare la correzione dei loro trends pre-crisi, con le retribuzioni che superano la produttività. In altre parole, si fa pressione sugli stati membri come Spagna e Grecia, dove le retribuzioni sono già state tagliate all’osso con conseguenze disastrose per l’attività economica e anche per la coesione sociale perché facciano di più.

Una verifica della realtà: cosa stanno esattamente portando  le riforme?

Se si paragona l’evoluzione cumulata delle retribuzioni con la prestazione di lavoro a partire dal 2008, il primo indicatore può essere visto come la misura al lordo dell’intensità delle riforme derogatorie,  con la contrattazione collettiva più debole e le istituzioni di protezione del lavoro che si traducono in costi del lavoro molto più bassi. In realtà, i dati statistici rilevati dimostrano che c’è stata una correlazione positiva tra la crescita dei costi unitari del lavoro e l’occupazione. In altre parole, la crescita retributiva maggiore tende, nel periodo, ad essere associata a una migliore performance lavorativa.

Tutto ciò va completamente contro l’economia mainstream e anche contro il modo di pensare della commissione che ha preso la posizione opposta, quella cioè di creare nuovi posti di lavoro  abbassando i salari il più rapidamente e più duramente possibile. La correlazione si spiega con l’esperienza di quegli stati membri (es. Grecia, Spagna e Portogallo) che hanno davvero applicato la ricetta della svalutazione salariale interna. In questi paesi, i costi del lavoro sono stati tagliati ma a tali tagli ha fatto seguito una distruzione di lavoro anche maggiore. In questi casi, qualsiasi ripresa della domanda di export è stata, nell’insieme, insufficiente a recuperare il collasso della domanda interna causato dalla politica di stretta salariale.

Tutto questo contraddice fortemente la visione della Commissione per la quale  le riforme strutturali stanno dando risultati. E’ più probabile infatti che spingere ulteriormente in basso le retribuzioni in Spagna, in Grecia e negli altri paesi in difficoltà peggiori le cose. Si rischia di distruggere ancor più posti di lavoro e di imprigionare queste economie nella trappola della deflazione.

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