L’economia deve arrivare a patti con la disuguaglianza della ricchezza e del reddito

Traduz.Nicoletta Rocchi

Nel suo ultimo libro Il prezzo della disuguaglianza, Stiglitz sostiene che la divisione della società americana sta riportando indietro il paese. Egli ha esplorato questo tema anche in una ricerca sostenuta da INET. IL 4 dicembre, Stiglitz ha presieduto l’ottava serie seminariale dell’INET alla Columbia University, nel corso della quale ha presentato un paper”Le nuove prospettive teoriche nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra gli individui” Nell’intervista che segue, Stiglitz esplora  i temi del suo paper, del lavoro di Thomas Piketty e il bisogno per il campo economico di arrivare a patti con la crescente distanza tra quelli che hanno e quelli che non hanno. Questa intervista è di Lynn Parromore di INET e pubblicata sul blog di INET.

Hai menzionato il fatto che la disuguaglianza economica ha costituito l’oggetto dei tuoi studi. Come sei arrivato ad interessarti al modo in cui il reddito e la ricchezza producono divisioni nella società?

Primo, quando crescevo  a Gary nell’Indiana, la città era una specie di prototipo delle  divisioni dell’America. C’era molta gente  povera. Non avevamo l’1% ma il 5%. Non avevo idea di cosa fosse la disuguaglianza ma c’erano molte persone al punto più basso. E, secondo, ritornando indietro a quando andai al College e al Movimento per i diritti civili. Ricordate che la marcia di Martin Luther King fu una marcia per la fine della discriminazione e per l’autoaffermazione economica. Così penso che a quel tempo, molti di noi  abbiano realizzato che non avremmo affrontando pienamente  i problemi di un’America divisa – la discriminazione razziale – se non avessimo fatto qualcosa sui differenziali economici.

Cosa c’è di nuovo sul tuo recente lavoro sulla distribuzione del reddito e della ricchezza tra gli individui?

Ci sono diverse cose. C’è stato su questo un pò di dibattito, ma io penso che la maggior parte dei lettori del libro di Picketty (Il capitale nel 21simo secolo) abbiano l’impressione che l’accumulazione della ricchezza – il risparmio – è responsabile della crescita della disuguaglianza e che pertanto c’è, in qualche modo, un legame tra la crescita dell’economia – l’accumulazione di capitale – e la disuguaglianza della ricchezza. Il mio paper comincia con  l’osservazione che nei fatti non possiamo spiegare cosa è accaduto al rapporto ricchezza/reddito attraverso questa analisi. Una visione più ravvicinata a quello che è accaduto suggerisce che una larga parte della crescita della ricchezza è nella crescita del valore della terra, non  nell’ammontare dei beni strumentali.

Quando si dice “terra” non  si sta parlando di terra nel senso di Jane Austen, cioè della terra agricola di proprietà del latifondista.

Non è la terra agricola, ma è il valore della terra urbana e  vi includerei, in senso lato, anche le rendite associate alle risorse naturali. E’ il valore degli assets esistenti. Come nota a margine, oltre  all’aumento del rapporto ricchezza/reddito, è andata avanti anche una capitalizzazione dell’aumento  di altri tipi di rendita, come le rendite monopolistiche. Se le rendite monopolistiche aumentano, se il potere di mercato delle imprese rispetto ai lavoratori aumenta, se solo in pochi, come le banche, possono avere garanzie governative – il valore di tutto ciò cresce e viene capitalizzato. E questo accresce  la ricchezza ma non il capitale. Così a rivelarsi critica è la distinzione tra ricchezza e capitale. Questa è la prima idea.

Allora, significativamente, si comincia una ricerca delle spiegazioni sul perchè sia cresciuto il valore della terra e delle altre fonti di rendita. Buona parte del mio libro “il prezzo della disuguaglianza” è  sulle ragioni della crescita della ricerca della rendita, ma un’altra parte del libro è più esterna in termini di valore della terra o di valore degli assets. Questo, suggerisco, è strettamente legato al sistema creditizio.  Così se si ha un flusso crescente di credito, come abbiamo visto negli ultimi anni –  questo flusso non è andato a maggiore accumulazione di ricchezza nel senso che normalmente intendiamo, cioè in capitale. Si è avuta invece una crescita di bolle di ogni genere.

Negli ultimi anni, ripetutamente, abbiamo avuto autorità monetarie che – attraverso la deregolamentazione e norme permissive – hanno permesso alle banche di prestare di più ma non per creare nuove iniziative o per beni strumentali. L’effetto di tutto ciò è stato la crescita del valore della terra o di altre risorse fisse (edifici, immobiliare ecc): cioè la crescita sproporzionata del valore  di questi assets fissi. Ed è ciò di cui tutti sono preoccupati. Così, nella discussione che c’è stata sul quantitative easing – nessuno lo ha legato alla disuguaglianza o alla complessiva crescita macroeconomica. I legami con la disuguaglianza sono duplici. Uno a livello davvero macroeconomico: se la maggior parte del risparmio in economia porta a un aumento del valore della terra piuttosto che allo stock dei beni strumentali, la produttività del lavoratore non crescerà. E neppure le retribuzioni cresceranno. Dunque sta accadendo che non abbiamo fatto gli investimenti che avremmo dovuto fare.

Ma l’altra parte, probabilmente la più importante, è che  quando si deregolamenta, si consente di fare più prestiti su garanzia. Allora quelli che possiedono più assets utilizzabili come garanzia vedono tali assets crescere di prezzo, come la terra. E quelli che sono ricchi lo diventano ancora di più. I lavoratori che non possiedono ricchezze non beneficiano di tale espansione. Così il legame è il seguente: il credito fa crescere i prezzi della terra e delle immobilizzazioni, appannaggio, in modo sproporzionato, dei ricchi. E questa è la parte maggiore della crescita della ricchezza. Questo è un filo del  mio paper.

L’altro filo è un tentativo di costruire una teoria generale sulla trasmissione della ricchezza e degli altri vantaggi tra le generazioni e il tentativo di identificare le forze centrifughe e quelle centripete  – forze che porterebbero a una distribuzione più disuguale e forze che porterebbero a una più uguale. Potreste quasi dire che è un quadro per pensare attraverso le cose. E quando ci si comincia a pensare, si vede che in questo momento, ci sono molte più forze tese a fare crescere le disuguaglianze.  Questa è solo una cornice per prescrizioni politiche. Così con una maggiore segregazione economica in un mondo in cui si hanno scuole locali – scuole finanziate localmente, creeremo disuguaglianza nella istruzione e pertanto i figli dei genitori ricchi avranno maggiore capitale umano.

Tale modello fornisce in realtà una teoria generale molto robusta  per la spiegazione della disuguaglianza. Ci sono molte altre pieghe nel paper ma la intuizione finale è che quando  si pensa  a politiche per affrontare la disuguaglianza di ricchezza,  si deve essere molto ponderati su quella che gli economisti definiscono “l’incidenza delle  tasse”. Se la maggior parte del risparmio è fatto dai capitalisti e si tassa il ritorno sul capitale, allora essi avranno meno da investire. Ciò, nel lungo periodo, significherebbe una crescita del tasso di interesse che, in qualche modo, metterebbe in discussione l’intento di abbassare il reddito dei capitalisti.

Come eviti questo effetto negativo delle tasse sui capitalisti?

Un modo cui si potrebbe pensare per evitare che questo avvenga sarebbe assicurarsi che il governo investa – prenda parte dei proventi fiscali e li investa in capitale. Questo eviterebbe l’aumento del tasso di rendimento. Non tutto ciò è completamente risolutivo, ma è per cercare di dire che alcune delle affermazioni di Piketty sulla sola tassazione del capitale possono essere complessivamente semplicistiche. Una della critiche è che egli ha molto parlato di r>g (return on capital>economic growth rate/ ritorno sul capitale o tasso di rendimento superiore al tasso di crescita) e uno dei punti del mio paper – questo lo ho mostrato già nel ’69 – non era che r>g fosse la questione principale. Questa ha a che fare con il tasso di risparmio  e con chi risparmia. Il punto più importante è che lo stesso r (return on capital) è una variabile endogena.  Sarà colpita da ciò che accade e dalla politica. E pertanto si può solo dire che se il tasso di risparmio fosse 1, allora r sarebbe alla fine uguale a g. Così è difficile costruire un  modello in cui r sia per sempre più grande di g.

Nel tuo paper indichi che il potere dell’1% di sfruttare gli altri sembra in crescita. perchè sta accadendo? Ci sono limiti a tale sfruttamento?

per metterlo in un modo accademico più attento, direi che una delle spiegazioni di quanto sta avvenendo sia un accresciuto sfruttamento. Si osserva che il rapporto retribuzioni/produttività sta riducendosi e che è certamente coerente con tale crescita dello sfruttamento. E si osserva che è cresciuto invece il rapporto tra le retribuzioni dei CEO (amministratori delegati) e quelle dei lavoratori. Cosi direi che alcune spiegazioni hanno a che fare con  l’indebolimento del potere contrattuale del lavoratore, con sindacati più deboli, con una liberalizzazione asimmetrica, dove  il capitale si sposta ma il lavoro non può, con leggi sulla corporate governance che forniscono poco controllo sugli abusi del potere corporate da parte dei CEOs e con la crescita del potere monopolistico  a causa di un network di esternalità. Così ci sono certamente diversi fattori che ci portano a suggerire che complessivamente c’è una crescita del potere del mercato. Ci sono alcune cose dove c’è più competizione – per esempio a causa di internet c’è più competizione sul fronte di prezzi ma, complessivamente, quando si guarda al rapporto retribuzioni/produttività, c’è una marcata crescita del potere del mercato.

Probabilmente ci sono dei limiti – talvolta il grado dello  sfruttamento è espresso come rapporto tra retribuzioni e produttività marginale del lavoro. Quando tale rapporto si riduce a zero  – questo è il limite! Ciò che voglio dire è che le cose  potrebbero andare molto peggio se  non facciamo qualcosa. Si tratta di un tema rilevante. E’ importante capire se siamo o non siamo su una strada che appare sempre peggiore.

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