Melelli/CGIL: dati sulla disoccupazione certificano fallimento del Governo

Alcuni giorni fa l’Istat ha pubblicato i dati relativi alla disoccupazione nel nostro Paese, evidenziando un lieve calo della disoccupazione giovanile nel dicembre 2014 rispetto al mese precedente. Prontamente il Governo, nel chiuso delle proprie stanze, si è felicitato per i dati osservati.

Purtroppo la realtà dei fatti racconta un’altra storia, di cui risulta incomprensibile rallegrarsi. Una storia di precarietà e sfruttamento, che non solo i giovani conoscono bene, ma anche chi in età matura si trova ad elemosinare un lavoro, ad ogni costo. E ricordiamocelo: quest’ultima è la  fetta di disoccupati che più difficilmente ritroverà un impiego.

Gli indicatori dell’Istat mostrano che tra la popolazione giovanile i disoccupati sono diminuiti, ma aggiungono che anche gli occupati hanno subito un calo: ci sono più giovani che non cercano lavoro, scoraggiati dal futuro. Aumentano quindi anche gli inattivi, quelli che Garanzia Giovani si è promessa di aiutare.

Sorvolando la compiutezza o meno degli indicatori, è utile fare alcune brevi considerazioni che possono aiutare a comprendere i meri dati. Se è facile intuire che dicembre è un mese di festività e quindi di lavori stagionali, allora è utile sapere che con la Legge di Stabilità 2015, dal 1° gennaio le Partite Iva non possono più usufruire del regime dei minimi, più conveniente rispetto al nuovo regime forfettario introdotto. Inoltre, sempre con la Legge di Stabilità, sono stati soppressi gli sgravi contributivi legati alla legge 407/1990, cioè l’incentivo alle assunzioni più usato dai datori di lavoro.

Alla luce di questo, nelle parole di chi governa , dovrebbe piuttosto essere  la cautela a prendere il posto della soddisfazione. Le assunzioni effettuate non sono stabili, nella maggior parte dei casi. E’ evidente che si sta ridefinendo il lavoro in termini di precarietà e  ricattabilità, e con il Jobs Act  si compie l’intento di indebolirlo e impoverirlo, a tutto vantaggio di un modello di imprese che non ci fa uscire dall’odierna difficoltà economica.

Gettare fumo negli occhi a chi subisce le pesanti condizioni di un mercato del lavoro che fa di flessibilità virtù è irresponsabile. Considerare il contratto a tutele crescenti come soluzione a precarietà e lavoro al ribasso è irragionevole. Abolire l’articolo 18, monetizzare e mortificare la  dignità del lavoratore non è accettabile.

In questo contesto è necessario che l’azione della CGIL sia forte e decisa. Contro le strumentalizzazioni agitate per indebolire e frantumare i lavoratori e i loro diritti, è fondamentale proseguire iniziative di informazione e mobilitazione a sostegno di un Piano del Lavoro per investimenti ed occupazione stabile, che abbia l’obiettivo di estendere i diritti e creare ammortizzatori sociali realmente universali, contro il taglio del costo del lavoro e che imponga la legalità come principio di dignità nello stesso. Abbiamo grandi responsabilità che ci aspettano: dare voce a chi subisce la condizione di disoccupato, e raggiungere anche i precari di quelle realtà non sindacalizzate, in cui troppo spesso si nasconde sfruttamento e lavoro nero,  devono essere i primi indiscutibili passi per ricostruire una forte coscienza sociale che ridia solide possibilità alle energie migliori di questo Paese.

Marta Melelli,

Direttivo Nazionale CGIL

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