Ora la Grecia chieda i danni alla Troika

Tsipras è l’avanguardia nella battaglia europea contro l’austerità. E l’Italia? Sta a guardare.

Simboli, comunicazione e, come si dice oggi, narrazione sono importanti in politica. Forse oggi sono addirittura  la politica: viviamo più di politica “percepita” che di politica effettiva, e noi italiani lo sappiamo forse meglio di ogni altro al mondo. Il simbolo della vittoria di Syriza in Grecia è: “via la Troika”, basta con la supervisione di Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Bce. Questo attacco alla “governance” delle crisi europee è avvertito come un pericolo da chi è chiamato ad intervenire in queste crisi. Per questo, nella comunicazione, questo atto di accusa alla Troika, per la sua incapacità professionale e la sua non responsabilità, viene spesso mischiato e sapientemente confuso con la questione della rinegoziazione del debito, che era una necessità nota a tutti e abbiamo scoperto era già stata concordata in novembre. E talvolta viene anche confuso con la questione dell’uscita della Grecia dall’Euro.

Invece è importante proprio per il futuro dell’Europa che la battaglia di Tsipras e del suo ministro delle finanze Yannis Varoufakis sia chiara nei fini e nei toni. Non c’è quindi contraddizione e confusione tra le parole di rassicurazione che Tsipras spende in queste ore sul servizio del debito pregresso, particolarmente verso Fmi e Bce, oltre al fatto che abbia incaricato Lazard della rinegoziazione, e le parole di Varoufakis: «Qui la Troika non la vogliamo più». Forse, quest’ultimo messaggio è addirittura pacato, e potrebbe essere addirittura rafforzato da un atto di comunicazione tangibile, con la richiesta formale della testa di chi ha la responsabilità della macelleria economica e sociale perpetrata in Grecia.

Da parte delle istituzioni della Troika, dopo la vittoria di Tsipras abbiamo assistito a una sequenza di dichiarazioni arroganti e a ricatti, e in nessun caso a una autocritica. Per arroganza si è distinta Christine Laguarde, direttore generale del Fmi, nell’intervista a Le Monde, riportata su Repubblica. Grida vendetta la sottolineatura dello status preferenziale di creditore (senior) del Fondo Monetario e l’attribuzione manichea delle responsabilità al sistema giudiziario greco, e alla società greca. Nessuna menzione invece alla necessità di migliorare la professionalità degli interventi del Fondo, che dovrebbero tenere conto delle frizioni del sistema istituzionale, che non si allentano da un giorno all’altro. Nessuna menzione a chi porti la responsabilità di decisioni così irresponsabili, al di là della firma di Christine Laguarde che racchiude la responsabilità di tutta l’organizzazione. È un problema di reclutamento delle risorse del Fondo? È un problema di allocazione di queste risorse?

Nel commento degli economisti che diffidano di Tsipras, ci si diffonde su concetti di azzardo morale e garanzie implicite, senza padroneggiarne bene i concetti e soprattutto senza curarsi di sapere quanto valgano. Non discutono invece di un problema che fa parte del loro dominio di economisti, cioè il moltiplicatore della finanza pubblica: di quanto diminuisce il Pil per un taglio di spese. Da una recente ricerca svolta da un mio coautore sulla letteratura sul tema, mi sembra di ricordare che questo moltiplicatore, la cui misura è molto instabile in periodi di crisi, è 1,25 su un orizzonte di due anni. In concreto, nel caso greco, questo vuol dire che l’avanzo primario del 4% che la Troika avrebbe richiesto comporterebbe una contrazione del Pil del 5% nei prossimi due anni. Possibile che gli esperti della Troika non abbiano questa informazione? E se ne hanno altra, perché non la rivelano in maniera trasparente?

Se vogliamo aprire una parentesi per appassionati di asimmetrie informative, contratti e compagnia bella, facciamo notare che la situazione sarebbe meno tesa se la remunerazione dei prestiti del Fmi e del resto della Troika fosse indicizzata al Pil. Di questo però il Fmi si limita solo a far scrivere i suoi economisti in qualche ricerca, ma si guarda bene dal metterlo in pratica. Fatto sta che oggi la Grecia, con un avanzo primario dell’1,5% del Pil ha a disposizione solo la mossa del gesto dell’ombrello alla Troika, e questa mossa ha giocato. Del resto, una scorsa alla produzione scientifica del ministro delle finanze, sul quale torneremo, mette in luce un’esperienza in teoria dei giochi, anche se per questa mossa non c’era proprio bisogno di tanta scienza.

La teoria dei giochi può servire invece a capire cosa può succedere sul fronte delle banche. Su questo punto, la Troika ha parlato con la voce di Errki Liikanen, membro del consiglio Bce, che ha ricattato: «Senza un accordo non garantiremo altri finanziamenti da fine febbraio».  Ma ci sono ragioni per ritenere che si tratti di un bluff. In primo luogo, l’assistenza alla liquidità delle banche greche può essere garantita dalla banca centrale locale, attraverso i cosiddetti interventi Ela (Emergence Liquidity Assistance). Sono interventi nella piena disponibilità delle banche centrali e rispetto alle quali – come mi diceva un insider di quel mondo – ci possono essere tirate di orecchio da parte della Bce, ma non sono previste sanzioni. E sappiamo, da una bella rassegna di Bruegel sul tema, che l’Eurosistema delle banche centrali prevede che la banche locali possono avere, per periodi di tempo limitati (non si sa quanto) un patrimonio netto negativo. In secondo luogo, non succederà nemmeno questo, perché non converrebbe oggi alla Bce distinguersi nel gioco della Troika proprio sul tema delle banche: senz’altro qualcuno a Francoforte avrà fatto la faccia rossa leggendo sul Financial Times il sarcasmo senza pietà sul fatto che delle quattro banche greche sottoposte agli stress test, tre risultavano solide, e una bisognosa di un apporto marginale di capitale. In terzo luogo, è oggi di dominio comune l’informazione, che la Troika avrebbe dovuto dare, che i quasi 250 miliardi di aiuti sono finiti in misura preponderante al sistema finanziario, greco ed europeo, e non a impieghi per la crescita reale.

In questo panorama in cui tutti hanno sbagliato, o possono ancora sbagliare, le loro mosse, il Ministro delle Finanze greco Varoufakis sta cercando di applicare un principio fondamentale del principe dei giochi, gli scacchi: l’iniziativa. Con il surplus primario e l’imbarazzo del mondo delle banche, Varoufakis spera di avere la possibilità di prendere l’iniziativa, per l’appunto, e proporre un piano all’Europa. Poco importa se questo programma verrà poi negoziato e limato: riuscire a prendere l’iniziativa con l’Europa, e con la Troika stessa, sarebbe una rivoluzione copernicana della politica europea. E rappresenterebbe l’inizio di una egemonia greca nella sinistra europea.

Uno sguardo, anche superficiale, alla produzione scientifica di Varoufakis, mostra come l’innovazione nel panorama della sinistra possa essere molto più profonda, e arrivi alla cultura economica. Se scorrete i titoli e gli abstract dei suoi lavori scoprite una cultura di sinistra molto lontana da quella che osserviamo in Italia. Non trovate la confusione tra Keynes ed economia pianificata che trovate tra i nostri keynesiani. Non trovate la confusione populista tra politica monetaria e intervento pubblico con cui è stato da qualcuno criticato il Quantitative Easing della Bce. Trovate invece lavori su tentativi di introdurre la solidarietà e lo spirito cooperativo nel comportamento economico. Una prospettiva sulla condivisione e la ripartizione dei rischi, più che la richiesta di spesa pubblica tout court. E questo suggerisce ancora di più che l’intervento di spesa pubblica che invece lo stesso ministro propone di attuare in Grecia è motivato da una macelleria da parte della Troika che non lascia spazio, almeno nel breve periodo, a comportamenti ispirati alla solidarietà.

La strada è ardua e rischiosa e il passaggio è stretto, ma si sa che i greci danno il meglio di loro alle Termopili. C’è un altro paese che ha lo stesso problema di alto debito pubblico e un notevole avanzo primario, da sempre: siamo noi, l’Italia. Noi avremmo potuto prendere l’iniziativa con l’Europa con più facilità della Grecia, perché non abbiamo mai fatto default. Purtroppo non abbiamo una classe politica in grado di farlo. Il nostro dibattito con l’Europa si è snodato tra la discussione su punti base di spazio per manovre insufficienti per un’economia che ormai richiede un colpo di defibrillatore e il ritornello “l’Italia ce la farà da sola”, che è quanto di più anti-europeista ci sia.

Anche la recente manovra di Matteo Renzi sul Quirinale è stata tutta giocata all’interno, e l’Europa è stata considerata più o meno quanto l’Oceania, nella scelta del nuovo capo dello stato. Il Financial Times, pur riportando i commenti santifichi della nostra stampa interna, ha chiosato: «praticamente sconosciuto all’estero».  Tutto in sintonia con la teoria di Matteo Renzi: guardarsi in casa, farcela da soli. Ora Matteo Renzi potrà assistere, se non vuole partecipare (ma da “secondo” nel duello) alla partita che la Grecia si accinge a giocare con l’Europa. Se riuscirà a proporre e fare approvare un piano, se magari il piano verrà sottolineato dal primo colpo di bazooka della Bce – quello vero,l’OMT, l’acquisto di titoli sovrani sul mercato secondario, non su quello primario in cui operano le banche -, la crisi greca andrà a soluzione, e la sinistra europea guarderà a Tsipras e Varoufakis come loro leader naturali. E chissà, magari un giorno si dirà: «Non siamo mica l’Italia…noi siamo europei».

fonte: linkiesta.it

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