Lotta senza classe: un film sull’Acciaieria di Terni.

Osvaldo Fressoia – Un film autoprodotto, fatto con quattro soldi e con il lavoro volontario di operatori, fonici, addetti alle luci, regista. Un documentario di 40 minuti teso, che concede poco e nulla alla retorica delle belle immagini. La regista è Greca Campus e il registro narrativo si muove lungo due direttrici. La prima è la storia della fabbrica che si concentra nel periodo che va dalla cessione dell’Acciaieria alla finlandese Outokumpu alla riacquisizione da parte della ThyssenKrupp, con le lotte sviluppatesi per tutto il 2013 e nel primo semestre del 2014, finalizzate a comprendere quale sarebbe stato il futuro dell’azienda e culminate con le cariche alla stazione di Terni, quelle in cui vennero malmenati anche il sindaco, alcuni assessori, sindacalisti. E’ la storia di una trasformazione che inizia con la vertenza del magnetico e che ha posto le premesse per le vicende degli ultimi mesi che hanno portato al ridimensionamento dell’occupazione e della produzione. Una storia pubblica, nota, documentata che si ferma a giugno 2014 con l’inizio dell’ultima fase di lotte. La regista ha spiegato il motivo di questa scelta. Mentre partiva a luglio la vertenza, il cortometraggio era  già in montaggio. Aggiornarlo era impossibile, si trattava di girarlo di nuovo, di cambiarne l’impianto. Si è preferito concluderlo, impegnandosi successivamente a produrne uno nuovo, Ma se questo è il contesto, diversa è la situazione per quello che concerne l’altra direttrice lungo cui si svolge la storia che è rappresentata dal racconto di tre testimoni privilegiati, tre operai di fabbrica: un immigrato indiano, un ingegnere con la passione del jazz e  un membro della Rsu iscritto alla Cgil. E’ dai loro racconti che nasce il titolo del cortometraggioLotta senza classe. Emergono, infatti, diverse concezioni della fabbrica e del lavoro industriale, la fine dell’orgoglio del mestiere e delle aspettative che in esso vengono riposte, dello stesso lavoro sindacale. In altri termini, si sostiene non esiste una classe operaia socialmente compatta, con ideali, culture, valori sostanzialmente omogenei, con una sua identità. Negli ultimi due decenni quello che era un aggregato apparentemente roccioso si è andato progressivamente frammentando, è stato attraversato da processi che hanno investito l’insieme della società cittadina: dalla scolarizzazione di massa ai nuovi consumi. Cosi se l’operaio indiano vede nel lavoro di fabbrica un processo di autorealizzazione e di integrazione in una società altra, da cui rimane separato dal legame con le sue origini; l’ingegnere amante del jazz assume la sua presenza in azienda come cessione di una parte del suo tempo in cambio di un salario  dignitoso che gli permetta di coltivare il suo vero interesse: la musica; lo stesso membro della Rsu che teoricamente dovrebbe essere più vicino allo stereotipo dell’operaio ternano appare più come espressione di una forma di volontariato che dedica il suo interesse a rispondere ai bisogni e alle esigenze degli altri lavoratori più che a dirigerli. Si tratta, insomma, di un punto di vista diverso, di una lettura controcorrente rispetto a quella tradizionale. La questione è che corrisponde solo in parte alla realtà del lavoro operaio e della sua presenza nella città. La classe e la lotta di classe riappare quando meno ce lo si aspetta, come ricompaiono gli spiriti sovversivi, l’ansia di autonomia e di protagonismo dei lavoratori, che in questi casi tornano ad essere classe generale, come è emerso nelle lotte di luglio-dicembre. Ma questa è un’altra storia che Greca Campus e i suoi collaboratori forse ce la racconteranno nel prossimo film.

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