Riforma delle Banche Popolari: pezzi di democrazia che si frantumano

Isabella Caporaletti* – Quale straordinaria necessità e urgenza ci sia dietro al decreto legge sulla riforma della delle Banche Popolari non è dato saperlo. Si utilizza uno strumento costituzionale che serve nelle emergenze ed è volto a tamponare situazioni che, altrimenti, potrebbero degenerare, ma non si dà una giustificazione credibile se non il tanto paventato ostruzionismo delle opposizioni, come dire: intanto vado avanti, poi ne parliamo. Alla faccia della democrazia.

Con una forzatura inammissibile il governo Renzi ha stabilito per decreto legge la trasformazione delle 10 principali Banche Popolari in SPA.

Ora, che ci sia bisogno di una riforma delle norme che riguardano le Banche Popolari, prima di tutto la rinnovabilità delle cariche sociali, nessuno lo mette in dubbio. Il rischio per le Banche Popolari è di avvitarsi intorno a poltrone incollate sotto al posteriore di personaggi appartenenti a combriccole di potere che con il loro comportamento potrebbero mettere a repentaglio i denari dei risparmiatori.

Tuttavia se l’urgenza sta tutta nell’equazione Popolari=malagestione siamo davvero fuori strada.

Le Banche Popolari, nella stretta creditizia che ha interessato il Paese negli ultimi anni,  hanno sostenuto il sistema economico concedendo più credito della media di sistema, con il loro rapporto privilegiato con le esigenze di famiglie e imprese del territorio, hanno di fatto arginato l’impeto devastante della crisi economica lasciando sul lastricato dell’economia territoriale pezzi importanti del loro patrimonio.

Il radicamento territoriale ha inoltre arginato il fenomeno della diffusione dei titoli spazzatura, che i grandi gruppi hanno spesso rifilato a ignara clientela o addirittura Enti Pubblici.

In sostanza verrà soppresso il voto capitario, che significa che ogni persona ha diritto a un voto, qualsiasi sia la quota di patrimonio posseduta, per contro, con la trasformazione in Spa, tanto più alta sarà la quota di patrimonio, cioè di azioni, posseduta, tanto più incisivo potrà essere il voto espresso nell’assemblea dei soci, insomma, chi ha più soldi comanda di più.

Se la preoccupazione è una sorta di democrazia bancaria che nelle Popolari mancherebbe, forse sarebbe sufficiente ridurre a un solo mandato la possibilità di ricoprire le principali cariche sociali all’interno della società, riformare gli statuti e mettere un tetto ai gettoni di presenza.

I bilanci delle banche mettono in evidenza numeri spaventosi che riguardano i crediti deteriorati, ormai inesigibili e questo ci fa riflettere sul fatto che molto di quel credito sia stato concesso senza adeguate garanzie di rimborso. Dare credito a chi offre adeguate garanzie di rimborso, non significa dare i soldi a chi possiede beni al sole, ma a chi, con la sua progettualità e con i flussi di reddito, dimostra la sostenibilità dell’operazione e la possibilità di creare valore.

Erogazioni al limite della concedibilità e crisi economica con contestuale caduta di redditività delle imprese e perdita di reddito da parte delle famiglie con la crisi del lavoro, si sono dimostrate un cocktail esplosivo che ha prodotto la sottocapitalizzazione di importanti istituti bancari.

La trasformazione in Spa aprirebbe le porte alla speculazione internazionale anche se da parte di autorevoli esponenti del mondo economico, anche di sinistra, serpeggia l’accettazione di un modello che, attraverso l’attrazioni di piccoli capitali dei risparmiatori porterebbe a un azionariato diffuso che, però, lascerebbe inalterati i rapporti di forza all’interno dei consigli di amministrazione. Sarebbe un modo per raccogliere ingenti capitali e polverizzare le perdite e non, come si millanta, un modo per fare del mercato un luogo democratico e partecipativo che consenta lo sviluppo dell’economia.

In questo contesto, i finanziamenti concessi a fini clientelari, dimostrano anche, oltre alla cattiva gestione dei vertici aziendali,  l’inadeguatezza di molti manager e l’infondatezza della necessità che percepiscano le attuali esagerate retribuzioni.

Affrontare il tema della politica del credito come strumento importantissimo per il rilancio dell’economia, questo sì è necessario e urgente.

Recuperare il terreno dei diritti e proteggere lo stato sociale, creare lavoro, questa è la vera urgenza.

* FISAC-CGIL

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