Matteo Gaddi: la Coalizione sociale, il mutualismo e radici del movimento operaio

La proposta della FIOM di costituire una coalizione sociale ha destato grande stupore, suscitando attacchi di varia natura. In realtà, nella sua lunga storia, il movimento operaio ha segnato passaggi di grande portata proprio con la costruzione di “coalizioni sociali”.

E’ infatti nella storia del movimento operaio la creazione di strumenti di solidarietà di classe larghi, in grado sia di produrre interventi sociali immediati sia forme di solidarietà tra sfruttati. Fu in particolare nei territori della Val Padana, che a fine ottocento, si rivelò particolarmente significativa, in termini di diffusione ed efficacia, la creazione degli istituti del mutualismo, delle leghe di resistenza, delle case del popolo, delle scuole e dei circoli di cultura popolare, del movimento cooperativo. Istituzione che si mettevano in rete, che cooperavano, dando vita a vere e proprie “coalizioni sociali”. Nella storia si può ritrovare un insieme, molto ricco, articolato, differenziato di istituzioni che il movimento operaio e socialista si è dato per: 1) promuovere processi di sociabilità popolare attraverso feste, cerimonie, occasioni conviviali dalle quali solitamente le classi subalterne rimanevano escluse; 2) promuovere partecipazione alla vita sociale, sindacale, economica, politica, culturale delle classi subalterne; 3) promuovere autogestione e auto-organizzazione di servizi e funzioni. Si è trattato di istituzioni molto diverse fra loro che svolgevano, di conseguenza, anche funzioni molto differenziate. Tuttavia, nonostante questa ampia diversificazione, di finalità, di strutture, di modalità di organizzazione e funzionamento, l’aspetto che va rimarcato è il seguente: non funzionavano ciascuna per i fatti suoi, erano sì diverse e articolate, ma profondamente cooperanti perché intrecciate e collaboranti. I casi storici più rilevanti sono quelli del socialismo italiano e del socialismo belga. Nella fase finale dell’Ottocento il mutualismo ha saputo rispondere a bisogni concreti, reali, quotidiani, costruendo ed attuando risposte altrettanto concrete, reali e quotidiane. In questa fase storica cominciano i primi processi di industrializzazione e anche le campagne sono investite dalle trasformazioni in senso capitalistico dell’organizzazione del lavoro che rompono i legami tradizionali, travolgono le tradizionali forme di solidarietà comunitarie e persino familiari, che avevano consentito al tessuto sociale di reggere precedentemente. L’individuo nelle campagne si trova di fronte a questi processi sociali di grande trasformazione e di sconquasso che, in assenza di un welfare pubblico, lo vedono da solo a fare i conti con i propri bisogni. Nasce da qui la risposta del mutualismo ai mutati bisogni e alle mutate condizioni delle classi subalterne.

Non a caso le prime Case del Popolo sorte nelle campagne dell’area padana, quelle di cui parla il medico condotto Romeo Romei, con la loro ricca rete di associazioni mutualistiche si proponevano di ricreare una sorta di “struttura familiare” a sostegno dei proletari e dei loro bisogni. Poiché non esisteva un servizio di welfare pubblico, il sistema di protezione sociale venne costruito dal basso attraverso il mutualismo. Tuttavia, per dare un chiaro segno di classe al mutualismo si resero necessarie alcune cesure, quali l’assunzione di un chiaro orientamento alternativo a quello borghese e cattolico (che pure promuovevano forme di mutualismo, cooperativismo ecc.). I socialisti lottarono all’interno delle SMS per trasformarle o ne fondarono di nuove: esse comprendevano anche funzioni di Miglioramento e Resistenza; in tal modo andavano ben oltre il mutualismo e potevano porsi il problema della lotta contro il padrone e lo sfruttamento dei lavoratori, anche attraverso la costituzione di Casse di Resistenza.

Si verificò inoltre il passaggio da un sistema di rappresentanza degli interessi dal modello corporativo a quello classista, cominciando  a promuovere e praticare una solidarietà di classe che non rimane confinata alla singola fabbrica; questa solidarietà di classe prima si comincia ad espandere al medesimo settore di appartenenza e poi a tutti gli sfruttati. È quindi la medesima condizione sociale, più che il medesimo mestiere, a costituire l’elemento di solidarietà.

Per quanto concerne il Belgio, sono almeno tre gli elementi da segnalare: a) l’assunzione, nella pratica politica e sociale, del binomio “resistenza – mutualità” in grado di coniugare e intrecciare azioni di lotta nel lavoro e interventi di tutela negli ambiti di vita (come ha ben sottolineato Pino Ferraris, questo binomio è riuscito a costruire legami tra solidarietà negative – il momento della resistenza – e solidarietà positive – il momento del mutualismo); b) l’organizzazione di un sindacalismo a insediamento multiplo che si è rivelato capace di tutelare e organizzare anche i lavoratori precari e dispersi; c) l’uso dello sciopero generale sostenuto con mezzi e servizi prodotti da altre istituzioni popolari (su tutti l’esempio degli scioperanti delle miniere del Borinage ai quali veniva inviato il pane prodotto dal Vooruit).

La multifunzionalità, l’integrazione di più funzioni svolte da più istituti popolari trovarono un momento di messa in rete grazie al fatto che esse trovavano spazio in un unico luogo (Casa del popolo). La società Vooruit stessa, fondata a Gand nel1880 non era soltanto una cooperativa di consumo, ma costituiva una sorta di centro di tutto il movimento operaio del distretto costituendo un luogo di incontro per ogni tipo di istituzioni popolari come i sindacati, le società di mutuo soccorso, i circoli educativi e culturali. I fondi che raccoglieva venivamo messi a disposizione sia delle iniziative economiche (avvio di cooperative ecc.) sia politico-sociali.

Una cosa analoga succede in Italia. Nel cremonese Giuseppe Garibotti scrive, a proposito della Case del Popolo di Cremona, che queste devono ospitare una pluralità di servizi: magazzini di consumo, laboratori di produzione, camere del lavoro, servizi sanitari, sale per riunioni, scuole… in questo modo si perseguiva interazione, cioè attraverso una stretta collaborazione fra istituzioni popolari che faceva sì che le diverse funzioni si sostenessero e si integrassero a vicenda.

L’integrazione tra funzioni era talmente forte da far scrivere allo storico Rinaldo Salvadori che “…La casa del popolo si configura pertanto come un’isola nella quale si realizza il primo nucleo di una società nuova (…) Nelle province dell’Emilia e della Romagna, nel Mantovano e nel Cremonese si segue sempre lo stesso processo; sono le cooperative che si pongono il problema della casa del popolo…”.  In particolare nella realtà di Reggio Emilia si realizza una forte alleanza tra resistenza, cooperazione e previdenza con l’iscrizione del militante socialista al partito, alla lega di resistenza, alla cooperativa quasi a significare la simultanea importanza delle diverse dimensioni dell’agire politico, sindacale e sociale. Ma le case del popolo italiane, il Vooruit belga, non si accontentano si rappresentare le fortezze del proletariato in terra nemica: hanno l’ambizione di diventare strumenti di trasformazione sociale dell’ambiente circostante. Da qui anche il rapporto con il municipalismo socialista. In Italia la conquista del municipio e la sviluppo dell’associazionismo e dell’auto-organizzazione procedono di pari passo, anzi: spesso la conquista del municipio è la conseguenza dell’egemonia nella associabilità popolare che gli operai socialisti si sono costruiti attraverso gli istituti popolari che si sono dati (Marco Fincardi). Quindi il self help, l’auto aiuto di cui parla il medico socialista Romeo Romei, “il far da sé”, di cui parla il sindacalista Osvaldo Gnocchi Viani, non sono in contrapposizione con le istituzioni pubbliche e non rappresentano un antecedente della sussidiarietà della destra che vuole spogliare il livello pubblico delle funzioni in base al principio dell’auto-organizzazione sociale, che in realtà nasconde corposi interessi economici dei vari gruppi imprenditoriali.

Va segnalato anche il ruolo fortissimo della democrazia di base che consente ai proletari di partecipare e decidere direttamente: sia sulle cose da fare sia sui gruppi dirigenti.

Al contrario, il fenomeno ed il processo storico di “specializzazione della politica” hanno favorito la costituzione e la perpetuazione di gruppi dirigenti delle organizzazioni del movimento operaio sempre più staccati e lontani dalla classe, cioè figure che non condividevano quasi nessuno dei problemi materiali e quotidiani di coloro che pretendevano di rappresentare. E che però dirigevano in posizioni rigidamente gerarchizzate.

Non si trattava di un destino inevitabile: i braccianti agricoli dell’area padana di fine Ottocento erano semianalfabeti, così come i minatori del Belgio e i vetrai o gli operai tessili, che scioperavano grazie al pane del Vooruit e alle casse di resistenza delle case del popolo. Ma braccianti agricoli e operai belgi partecipavano direttamente alle istituzioni popolari attraverso le quali rispondevano direttamente e concretamente ai loro bisogni quotidiani: acquistare generi alimentari a prezzi contenuti, disporre dei primi servizi medici e sanitari, avere garanzie assicurative in caso di infortunio o malattia, disporre di circoli ricreativi e culturali per il tempo libero ecc.

Da qui anche un possibile modello di democratizzazione delle strutture partecipative delle classi popolari che, mai come ora, si rende urgente e non più eludibile.

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