E’ la forza del sindacato a garantirne l’autonomia

diellemagazine.com vuole esprimere i più sinceri auguri a Pietro Ingrao per il suo centesimo compleanno; lo facciamo a modo nostro, riproponendo un articolo pubblicato dal dirigente comunista su Rinascita il 20 gennaio del 1967 sulla questione sindacale. 

Al punto in cui è giunto il dibattito su Rinascita, non credo sia necessario un ulteriore pronunciamento di principio a favore dell’autonomia-unità del sindacato. Concordo con il Piero Boni quando afferma che il movimento sindacale non ha molto tempo dinanzi a sé e che esso si trova di fronte alla necessità di uscire dal piano delle enunciazioni per venire ai fatti. E però anche questa resta solo la enunciazione di una esigenza. Si tratta di capire attraverso quali processi reali possa giungersi a nuovi fatti sulla via della unità e dell’autonomia del sindacato.

Negli ultimi mesi c’è stato un ristagno del discorso unitario: esso si è rallentato anche se non si è fermato, a livello delle grandi categorie che erano state all’avanguardia, né ha avuto sviluppi al livello più alto delle centrali confederali. Bisogna dirselo con franchezza, avendo coscienza che non è attraverso forzature esterne che è possibile superare le difficoltà oggettive e le resistenze in atto.

Il dato quanto mai significativo di questi anni è che il discorso sull’unità sindacale organica si è aperto non per decisione delle forze politiche ma è scaturito dall’interno del movimento sindacale, dalle esperienze unitarie compiute nel corso delle lotte rivendicative, dalle elaborazione comune di piattaforme, dalla ricerca di una strategia sindacale nuova. Per quel che posso capire, il rilancio del processo unitario non può essere separato dai grandi temi che si presentano alle grandi organizzazioni di categoria alla soglia di questo 1967. Dinanzi a esse sta la decisiva questione della gestione del contratto. Come il sindacato riuscirà a muoversi negli spazi che sono stati aperti dalla contrattazione aziendale? Quali sono gli aspetti della condizione operaia in cui questo diritto potenziale di contrattazione riuscirà meglio a mutarsi in forza reale e quali conseguenze ne deriveranno per il volto, la presenza del sindacato nell’azienda? Che cosa riusciranno a essere nella realtà gli organismi unitari, previsti per tale espansione della contrattazione nella fabbrica? Come verranno affrontati i problemi di conoscenza della condizione operaia, di qualificazione di quadri, di diffusione e articolazione della milizia sindacale che una simile contrattazione esige? Dinanzi ai sindacati, che hanno testé conchiuso le loro lotte contrattuali, stanno oggi due modi di gestire il contratto: uno a carattere esteriore e formale, e sostanzialmente burocratico,; un altro, che faccia del gestione del contratto la base di un rapporto nuovo con le masse operaie, di una loro profonda partecipazione, e che punti non solo sul rafforzamento della democrazia nel sindacato, ma faccia del sindacato il centro di promozione di una grande battaglia per la democrazia nella fabbrica.

Basta porre il dilemma per misurare la complessità del compito e per avvertire come l’impegno sul terreno della lotta sia decisivo per la maturazione del processo unitario. E’ evidente che non ci potrà impegnare con speranza di successo sulla seconda strada, se i sindacati non sapranno compiere altri passi nella elaborazione di una politica sindacale comune, se non cominceranno a costruire organismi comuni anche a livello di categoria, se non sapranno liquidare le divisioni e le discriminazioni per impegnarsi assieme in un grande lavoro di propaganda e di mobilitazione. E dunque: o la rinuncia a gestire in modo vivo ed efficace il contratto oppure la necessità di nuovi sviluppi sulla vita dell’unità e dell’autonomia. Qui – mi sembra – è la chiave e la condizione per il rilancio del discorso unitario.

Non penso in alcun modo che ciò significhi eludere le questioni più brucianti che sono in discussione all’interno del movimento sindacale. Anzi: ritengo che questa sia la strada per accelerare e rendere compiuta, impegnativa, operante, la risposta a tali questioni. Si è detto – e lo hanno ripetuto sulle colonne di Rinascita Santi, Boni, e Macario – che bisogna affrontare in modo più spedito, per autonoma convinzione e fuori da mercanteggiamenti, la questione delle incompatibilità parlamentari e di partito. Per quel che posso giudicare dall’esterno del movimento sindacale, ritengo che passi avanti in questo campo devono venire e verranno. Se ho capito bene, l’affermazione delle incompatibilità serve a evitare una commistione di funzioni e di sedi che oscuri l’autonomia della posizione del sindacato e possa favorire le strumentalizzazioni. Ma questa è solo la faccia formale, “giuridica”, dell’autonomia, che sarà tanto più naturale, e logica, quanto più verrà maturando nella lotta l’autonomia sostanziale del sindacato; voglio dire: quanto più verrà maturando in concreto la capacità del sindacato di elaborare in nome delle sue ragioni non solo una piattaforma contrattuale, ma una sua risposta ai problemi della società, e quindi una sua posizione sulle riforme che la difesa e la valorizzazione del lavoro esigono e sollecitano, e quindi sulla politica di programmazione, e sulla costruzione di un nuovo ordinamento statale. Non ho titoli per pronunciarmi nel merito della questione delicata delle affiliazioni internazionali dei sindacati. Riconosco l’importanza del problema e la necessità di non eluderlo. So però che il dibattito sulla  collocazione internazionale dl movimento sindacale italiano rischia di impantanarsi in una insolubile rissa, se esso si svolge nella carenza di una esperienza di lotta internazionale, che si sforzi di dare una dimensione europea alle lotte dei lavoratori del nostro paese, e che avvii un confronto di piattaforme e dia un minimo di continuità e di consistenza allo scambio di esperienze. Si sciolga dunque il nodo delle affiliazioni: ma in nome di quale politica sindacale a livello internazionale? E non sarò più difficile sciogliere quel nodo – domando a Macario – se e fintantoché la definizione di tale discorso sindacale internazionale non verrà almeno avviata o resterà monca e unilaterale?

Lo sappiamo bene. C’è la preoccupazione (e la convinzione) che esista un condizionamento esterno, dei partiti, il quale ostacola la soluzione di alcuni nodi generali in discussione fra i sindacati. Dico schiettamente che non mi convince questo giudizio sui  “partiti” in generale: non accetto che si metta sullo stesso piano la posizione del partito comunista, che si è pronunciato chiaramente e autorevolmente per l’autonomia e l’unità del sindacato e quella di altre forze politiche che o sono del tutto reticenti oppure accettano o subiscono posizioni quali quella del “sindacato di partito”            e così via. Ma non sto qui a mettere voti sulla pagella. Stiamo per un attimo al discorso generale e generico sui “partiti”. I sindacati e i sindacalisti temono condizionamenti esterni? Ebbene provvedano a gestire sempre più e sempre meglio l’autonomia del sindacato. Non c’è dubbio: incontreranno resistenze esterne, opposizioni, incomprensioni. Ma queste resistenze e incomprensioni saranno tanto meglio superate quanto più il sindacato disporrà di un potere reale nella fabbrica e nella società; quanto più insomma disporrà della forza e dell’autorità per motivare la sua autonomia, per renderla trascinante e obbligante, per scoraggiare e vanificare tutte le strumentalizzazioni. Il sindacato sarà tanto più forte di fronte alle possibili strumentalizzazioni da parte dei partiti quanto più saprà rendere operante ed effettiva la sua autonomia rispetto al padronato e al sistema.

E’ chiaro che il sempre più ampio esercizio dell’autonomia sindacale porrà alle forze politiche problemi nuovi, a cui non tutte sono preparate, nemmeno per ciò che concerne lo schieramento di sinistra. C’è stato un relativo distacco tra le grandi battaglie combattute dai sindacati nel ’66 e lo schieramento di sinistra. Non parlo della partecipazione concreta alle lotte: centinaia e centinaia di scioperi hanno avuto successo per l’impegno, il contributo, lo spirito di sacrificio di militanti comunisti, socialisti, cattolici. Mi riferisco invece al posto e al ruolo che le battaglie contrattuali del ’66 hanno avuto nel discorso e nell’iniziativa politica della sinistra (e anche qui non sto a fare le necessarie del resto evidenti differenze tra l’impegno nostro e quello di altre forze politiche).

Eppure, la portata politica di tali lotte era ancora più grande di quella del ’62, se è vero che stavolta il padronato ha tentato di imporre prima il blocco contrattuale e poi la centralizzazione della trattativa, non solo sulla dinamica salariale, ma sugli stessi diritti di contrattazione, mirando chiaramente a dare un colpo decisivo alla contrattazione aziendale, a cancellare l’autonomia delle categorie, a imporre la burocratizzazione dei sindacati. Come mai – essendo questa la portata della lotta e mettendo essa in discussione apertamente qualche cosa della natura stessa del sindacato – il posto che lo scontro sindacale del ’66 ha avuto nel discorso politico della sinistra è stato minore che non nel ’62? C’è una spiegazione possibile. Le lotte sindacali del ’66 hanno avuto un’ampiezza unitaria e una comunanza di piattaforme che esprimevano una divaricazione rispetto ai processi in atto al vertice degli schieramenti politici. Diciamolo pure: non c’era corrispondenza tra la logica antiunitaria che era divenuta dominante nel centro-sinistra e i processi unitari di grande portata che venivano accelerandosi nel fuoco delle grandi battaglie contrattuali. C’era qui un segno della originalità dei processi sindacali, della loro non dipendenza dagli orientamenti dei vertici e delle forze politiche. Prenderne atto e assumere ugualmente nel discorso generale della sinistra il valore politico delle lotte contrattuali significava davvero accettare nei fatti l’autonomia dei processi sindacali. Così non è stato.

Lo annotiamo non già per piangere sul latte versato, ma perché il problema sta tuttora intatto dinanzi alle forze democratiche e prima di tutto dinanzi ai partiti operai. Se è vero che la gestione dei contratti di alcune grandi categorie, richiede che cominci ad affermarsi una nuova presenza operaia nella fabbrica che non è mai esistita nel nostro paese; se è vero – come abbiamo cercato di dire – che questa crescita del sindacato è condizione per la sua autonomia-unità, allora bisogna concludere che i partiti della sinistra sono chiamati a impegnarsi a fondo per creare il clima politico, le condizioni economiche e sociali (e quindi le riforme e il tipo di sviluppo) che sono necessari perché quella democrazia nella fabbrica abbia spazio, perché le tensioni che attorno a essa si creeranno non si risolvano in ritorno reazionari, ma in equilibri più avanzati. Se i partiti della sinistra credono all’autonomia-unità del sindacato devono prepararsi a dare una risposta a questi problemi.

Ciò non vuol dire in alcun modo passiva registrazione o accomodamento dei partiti al sindacato. Anzi: vuol dire (concordo con Pajetta e con Foa) ancor più iniziativa e autonomia dei partiti e assunzione delle questioni operaie nella politica dei partiti. Ci possono essere anche casi in cui il partito operaio è chiamato a dire no a questa o a quella rivendicazione particolare dei sindacati: e può farlo in nome degli interessi generali della classe di cui è espressione – degli interessi non solo immediati ma futuri – e dei compiti di direzione e trasformazione della società a cui deve guidare la classe. Non mi spaventa questa ipotesi e non la respingo . Ciò che conta è che l’azione del partito politico, e prima di tutto del partito operaio, non solo sappia “tener conto” delle proposte e delle posizioni del sindacato, ma ancor più sappia cogliere e garantire spazio ai valori che porta con sé l’autonomia e unità del sindacato. Sappiamo che non è possibile oggi una delimitazione di “aree” di intervento tra partiti e sindacato, ma una distinzione di angoli visuali. Il sindacato organizza una lotta, che anche esprimendo la coscienza dello sfruttamento generale a cui è soggetto l’operaio, tende prima di tutto a salvaguardarlo adesso e così come è possibile oggi; e anche quando per tutelare l’operaio sfruttato allarga la sua azione dalla fabbrica all’insieme della società, esso lo fa sempre in nome della particolarità e della specificità della condizione operaia. Qui è la sua ragione e la sua forza. Il partito parte invece dalla immediatezza della condizione operaia per chiamare la classe a dirigere tutta la società, a proporsi come futuro di tutta la società: e perciò tende sempre, anche nelle soluzioni più contingenti e particolari, a preparare quello sbocco generale. Non si chiede dunque un’attenuazione del momento politico, del momento del  partito, ma che anzi la mediazione politica si presenti più forte e più ricca proprio perché si giova della elaborazione, dell’autonomo punto di riferimento, dell’essenziale momento di formazione della coscienza di classe e di sviluppo democratico che è rappresentato dal sindacato. Si tratta di comprendere che si può e si deve giungere alla costruzione di una volontà politica unitaria attraverso una via che preveda non solo un pluralismo di forze politiche, e un decentramento del potere politico, ma anche un’articolazione della società in profondità.

Perché camminare su questa strada? Perché in una società neocapitalistica qual è la nostra, la costruzione di una volontà politica rinnovatrice diviene assai difficile se già nel profondo della società non è operante un processo di aggregazione, che fa maturare una coscienza di classe e di autonomia rispetto al padronato e consente una partecipazione di base al processo unitario. E per un’altra ragione ancora: perché senza il punto di riferimento costituito dall’immediatezza della rivendicazione operaia espressa da un sindacato forte, autonomo e unitario, senza di ciò, la costruzione di una volontà rivoluzionaria può mutarsi in forzatura volontaristica, in coercizione settaria, che non ha i piedi piantati per terra e che finisce per colpire, tagliare, respingere forze vive.

Ma qui allarghiamo lo sguardo a cose ancora lontane. Il fascino del discorso sull’unità-autonomia del sindacato sta appunto qui: che ci riporta subito alle lotte e ai bisogni più urgenti di oggi e contemporaneamente getta un germe della città futura.

                                                                                                                                  Pietro Ingrao

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