UNIONS, camminare ancora la via maestra

Micol Tuzi* – Un corteo la cui coda, da piazza Repubblica, doveva ancora partire, mentre la sua testa era già in piazza del popolo. Tanti lavoratori, delegati rsu, cittadini, studenti. Una importante presenza di delegati della funzione pubblica (nonostante la categoria avesse deciso di non dare formale adesione alla manifestazione), a dimostrare che il risultato delle elezioni rsu nel pubblico impiego ci consegna la responsabilità di una azione anche politica oltre che contrattuale, poiché attraverso la politica e non più attraverso la contrattazione – da Brunetta in poi – si agisce la regolazione (o meglio lo scempio) del rapporto di lavoro pubblico e della qualità dei servizi pubblici erogati ai cittadini. Sabato non mancava nessuno: aderendo come categoria o ciascuno individualmente, l’intera cgil era rappresentata. Assieme ad associazioni ed importanti pezzi della società civile. Siamo scesi in piazza tutti accomunati dalla volontà di ricostruire quella coesione sociale che decenni di cattiva politica hanno progressivamente eroso e disgregato, fino a rendere il povero nemico del povero e tutti più deboli nei confronti dei veri nemici, che stanno fuori di noi, fuori dalla nostra “classe”. Il concetto di “classe” potrebbe apparire un termine complicato o antiquato da usare, se l’evidenza empirica non ci consegnasse una rappresentazione della moderna società secondo cui il mondo si divide solo in due classi: quella dei pochi che hanno (risorse, potere) e prendono, contrapposta a quella dei tanti che non hanno e ai quali viene sempre più sottratto (in termini di rappresentanza, risorse, diritti). Il giorno in cui il pensionato povero ed il ricercatore precario, l’impiegata pubblica col contratto fermo da 10 anni ed il facchino straniero con la cooperativa in crisi, l’assistente agli anziani rumena ed il trentacinquenne italiano che ancora lavora gratis per “fare curriculum” (mantenuto dai sacrifici dei suoi genitori), l’operaio sfruttato e l’educatrice precaria – questo elenco potrebbe continuare – si renderanno conto di appartenere tutti, senza distinzioni, alla seconda delle classi (quella cui stanno togliendo persino i diritti di cittadinanza costituzionalmente sanciti, insegnando loro che tale operazione è un sacrificio necessario e che devono contendersi tra loro risorse limitate), quello sarà il giorno in cui sarà generata una nuova coscienza collettiva, assimilabile a quella di un “nuovo movimento operaio”. Movimento, tuttavia, non più solo operaio, ma che, proponendosi di allargare ed includere sempre più persone entro il perimetro dei diritti, parte comunque dal lavoro. Lavoro come base dei diritti di cittadinanza (si ricordino gli articoli 1 e 36 della costituzione); lavoro pubblico che produce gratuitamente servizi di qualità al cittadino (asili nido, scuola, sanità, assistenza), che si fa volano di nuova occupazione e di redistribuzione della ricchezza, oltre che garanzia dei diritti; lavoro che accantona anche i contributi pensionistici coi quali garantire a chi ha già lavorato o non è in grado di lavorare un reddito equo ed una esistenza dignitosa. Un passo importante si è compiuto, dunque, sabato – attraverso una straordinaria partecipazione popolare – lungo la strada che porta a riallacciare i fili di una nuova coesione sociale, la quale metta al centro i diritti ed il lavoro. Democrazia e Lavoro Cgil sabato era là, tra quelle persone, col suo striscione, a simboleggiare il valore politico della partecipazione alla manifestazione come area e non come somma di singoli individui. A camminare ancora, con instancabile determinazione e senso collettivo, lungo la via maestra che ci indica la costituzione.

*direttivo nazionale CGIL

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