L’egemonia tedesca e la democrazia europea

Tonino Lettieri e Stuart Holland – La Grecia è in uno scontro testa a testa con la Germania, su un fronte ristretto, non dissimile  da quello che ha affrontato alle Termopoli, quando non solo gli spartani ma gli altri stati greci si opponevano alla allora supposta potenza egemonica, la Persia.

Il successo di Alexis Tsipras e di Syriza alle elezioni greche del 25 gennaio scorso  ha innescato la prima crisi politica dell’eurozona dalla sua fondazione, 15 anni fa. Ma questa non è solo la crisi della Grecia. E’ anche una crisi per i principi e la pratica della democrazia  che si supponeva il progetto europeo postbellico potesse assicurare anzichè subire il diktat tedesco.

Le prospettive della Grecia a breve termine sono terribili. In termini gramsciani il testa a testa tra il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Scahuble e quello greco Yanis Varoufakis è una strategia della posizione, con la Grecia inizialmente svantaggiata da un debito gigantesco: 320 miliardi di euro pari al 175% del PIL.

La maggior parte degli economisti sono convinti che, data la sua dimensione, il debito non è rimborsabile. Alan Greenspan è stato brutalmente chiaro sull’impossibilità della Grecia di ripagare il debito e, alla fine, sulla sua uscita dall’euro: “Credo che alla fine la Grecia lascerà….è solo questione di tempo prima che tutti riconoscano che la sua uscita è la strategia migliore” (intervista alla BBC 8.2.2015).

Il governo Tsipras è consapevole delle difficoltà, ma si sta muovendo nella direzione opposta a quella prevista da Greenspan. Il programma del nuovo governo è su due linee: la prima concerne le condizioni della restituzione del debito; la seconda è centrata sulla revisione delle politiche economiche e sociali imposte al paese dalla autorità europee.

Sul primo punto, il governo greco propone la ristrutturazione del debito basata sulla sua indicizzazione rispetto alla crescita del PIL. Sostiene inoltre che il surplus primario dovrebbe essere limitato all’1.5% del PIL anziche il 4.5% potenzialmente deflattivo richiesto dalla Troika, per lasciare spazio all’investimento e ai consumi collettivi necessari a favorire la crescita, che è un nonsenso se l’economia stessa è in depressione.

Il secondo punto del programma è meno finanziario e più politico. Si concentra sulle misure interne. La troika – il gruppo tecnocratico che rappresenta la Commissione europea, la BCE e il FMI – ha causato una enorme distruzione economica e ha provocato una catastrofe sociale. Il cosiddetto “debito sovrano” della Grecia – sul quale ha poca o alcuna sovranità – è aumentato dal 110% del PIL dell’inizio della crisi all’attuale 175%. Intanto il PIL si è ridotto di un quarto e la disoccupazione ha superato il 25% della forza lavoro.

Il governo Tsipras vuole definire un ponte di qualche  mese come base di un nuovo accordo complessivo. Nell’immediato, l’European Financial Stability Facility (FEFS) rimarrebbe fermo al suo impegno di fornire l’ultima tranche di 7.2 miliardi di euro legata al salvataggio.

Con un compromesso dell’ultima ora, si è ottenuta una tregua di 4 mesi. Ma le autorità europee non hanno intenzione di concedere molto di più. L’equilibrio del potere resta impari. Ciononostante Wolfang Munchau scrive sul FT: “Il mio consiglio a Yanis Varoufakis sarebbe quello di ignorare gli sguardi esasperati e le velate minacce e restare fermo. Egli è membro del primo governo nell’eurozona con un mandato democratico a sollevarsi contro un regime di politicy completamente disfunzionale che si è dimostrato economicamente analfabeta e politicamente insostenibile. Atene deve rimanere ferma  contro le politiche fallimentari dell’eurozona” (FT 15.2).

A prescindere dall’esito finale, la sfida greca chiarifica i temi chiave. Quello centrale non è a proposito del debito ma dell’altra faccia della moneta: le riforme strutturali. A proposito del debito, come abbiamo visto, il governo greco ha presentato una proposta complessiva ed è pronto a negoziarne i termini. Invece,  sono le riforme strutturali il lato oscuro dell’austerità.

Le  autorità dell’eurozona reclamano il pieno controllo della politica economica e sociale degli stati membri. E il cuore delle infami riforme strutturali è costruito dalle privatizzazioni, i tagli ai sistemi di welfare, la radicale deregolamentazione del mercato del lavoro che essenzialmente è la libertà di licenziare e di tagliare le retribuzioni.

Una gigantesco piano di privatizzazioni è richiesto dalla Commissione in cambio  di un salvataggio e potrebbe portare nelle casse dello stato 50 miliardi. L’aspetto più intrigante è che  i suoi proventi dovrebbero essere usati per pagare i debiti delle banche greche nei confronti di un certo numero di banche tedesche, francesi e olandesi. Un tipico modo per passare i debiti privati sul bilancio pubblico.

L’Economist, sebbene tradizionalmente favorevole alle privatizzazioni, ha scritto: “Con un obiettivo di 50 miliardi entro il 2015, il piano di privatizzazioni greco mira a  raccogliere più denaro come quota del PIL  di quanto sia mai riuscito a fare prima un paese dell’OCSE………la tabella di marcia per disegnare un ambiente regolatorio per le utilities privatizzate è assurdamente stretta” (l’illusione della privatizzazione 15.7.2011.

In ogni caso, il cuore delle riforme strutturali non è tanto la privatizzazione quanto la riforma del mercato del lavoro e del sistema di welfare. Qui il fondamentalismo ideologico dell’eurozona è evidente. Le proposte principali del governo greco, dirette a alleviare le condizioni di povertà di gran parte della popolazione, sono state rifiutate o messe sotto stretta verifica di compatibilità con i vincoli di bilancio imposti dalla Commissione.

Le riforme strutturali nelle specifica versione delle istituzioni europee sono di natura strategica. Prima o poi, quando le misure di austerità avranno esaurito il loro compito, le riforme strutturali avranno introdotto un cambiamento radicale nel modello e nell’equilibrio delle relazioni sociali – l’obiettivo di lungo termine delle riforme essendo infatti  la drastica riduzione dell’intervento dello stato in economia, la compressione e la progressiva privatizzazione dei sistemi di welfare e la marginalizzazione del sindacato e della contrattazione collettiva.

In passato questa sarebbe stata giudicata una politica reazionaria. Ma è diventata il paradigma dominante dell’eurozona. Nel periodo post bellico in tutti i paesi europei ha avuto un connotato di destra. In Germania contrastava con  il Sozialmarktwirtschaft di Erhard e la co-determinazione della Mitbestimmung. Ma con le Hartz reforms di Schroder e le politiche pro-market anzichè pro-labour di Blair la differenza tra destra e sinistra si è dissolta.

Una risposta dominante è che l’eurozona manca di governance politica. Questa affermazione è vera solo in parte,  se ci si riferisce specificatamente alla politica estera e della difesa. Ma è priva di fondamento se ci si riferisce alle politiche economiche e sociali. Con il graduale cambiamento dei trattati europei e la loro interpretazione, le iniziali “procedure di sorveglianza” sul debito e il deficit da parte della autorità europee  si sono estese a tutti gli aspetti della politica economica e sociale che ora sono totalmente soggetti a scrutinio anticipato e sanzioni da parte della tecnocrazia di Bruxelles e di una troika non eletta.

Vale la pena tenere a mente questo contesto per comprendere appieno la caratteristica “sovversiva” del governo Tsipras. Non è una coincidenza se il governo greco è rimasto solo di fronte all’assalto del ministro delle finanze tedesco Schauble. In effetti l’opposizione al governo greco  ha messo insieme tutti i governi dell’eurozona sia pure con qualche differenza più tattica che sostanziale. Tutti concordano infatti sulla necessità di riportare la Grecia all’interno dell’impianto stringente della disciplina collettiva. Mostrando una benchè minima tolleranza nei confronti del governo Tsipras, rischierebbero infatti di contraddire  le loro stesse scelte politiche profondamente impopolari.

La moneta unica è stata  realizzata anche per rafforzare  l’area all’interno delle dinamiche della globalizzazione. Il compito è miseramente fallito. Le politiche neo-liberiste adottate per rispondere alla crisi globale hanno prodotto una impressionante regressione economica dell’eurozona rispetto a tutte le altre regioni sviluppate del pianeta.

Il fallimento economico è tuttavia solo una faccia della medaglia. Le conseguenze in assoluto più serie riguardano la sua faccia coperta: che è il profondo danno inflitto alla democrazia con il progetto europeo postbellico di Adenauer e Brandt. Syriza ha evidenziato quello che fino ad ora era mascherato. Nessun governo può rivendicare la propria autonomia politica. Il consenso popolare e democratico è considerato sorpassato, fondamentalmente inutile. L’agenda politica essenziale è quelle stabilita al centro dell’impero sotto l’ideologia dell’austerità  e l’egemonia politica tedesche. Sugli aspetti economici e sociali di rilievo, gli stati membri hanno meno autonomia e opzioni per l’aggiustamento interno di quella dei piccoli stati negli USA. Sono province di un nuovo impero neo-liberista.

La Grecia non può, neppure gradualmente, portare il minimum wage  al livello pre-crisi di 750 euro che, incidentalmente, sarebbe meno della metà di quello tedesco, francese o belga. Non può ripristinare una normale contrattazione collettiva dei salari e delle condizioni di lavoro; nè decidere quali servizi cedere alla speculazione privata nazionale e internazionale ecc.  In breve, un governo in gabbia.

Il progressivo scivolamento dell’eurozona verso un regime autoritario coperto che ha il suo centro a Berlino e il suo braccio esecutivo a Bruxelles ha creato un contesto di profondo deterioramento delle regole democratiche in cui, con facilità, acquistano spazio  i movimenti di destra, come dimostra il Front Nazional di Marine Le Pen in Francia  e la vecchia Lega Nord in Italia.

La politica dell’eurozona  ha profondamente sfilacciato la struttura delle democrazia negli stati membri. In questo quadro, le elites economiche e finanziarie hanno usato la combinazione dell’austerità con le riforme di struttura per  portare avanti quelle politiche liberiste che si aggiravano da molti anni in un certo numero di paesi europei senza trovare un ancoraggio stabile. Hanno trovato la strada per guidare una lotta di classe globale   senza alcun patrocinio ideologico, ma usando la mediazione della tecnocrazia europea che porta avanti le sue politiche neo-conservatrici,

Il 25 gennaio 2015, con la vittoria di Syriza i sepolcri imbiancati dell’eurozona sono stati violati. Il governo di Syriza non può con un colpo abbattere la “Dark Force” delle politiche imperiali dell’eurozona. Ma ha sfidato l’arroganza e la presunta invincibilità della sua leadership. La richiesta inusuale di aprire un negoziato è, in se stesso, un’eresia che sfida  il dettato ideologico fondamentalista dell’eurozona.

Nei prossimi mesi, settimane o giorni, possono accadere molte cose. Ci può essere una grexit e un fallimento sul debito che persino George Osborne, ministro delle finanze britannico, ha avvertito potrebbe significare un serio collasso dell’eurozona e una crisi finanziaria globale.

Ma il governo Tsipras ha preso una posizione che può mobilitare una strategia gramsciana di manovra su molti fronti, compresa la Spagna, dove Podemos  ha buone possibilità di vincere le elezioni generali di fine anno. Ed è questa la cosa che i governi dell’eurozona temono di più. Perciò, come alle Termopili, su un fronte stretto e in grande inferiorità numerica, la Grecia ha preso una posizione che può, nel breve periodo, determinare una sconfitta ma può ispirare il resto dell’Europa perchè inverta quella che altrimenti minaccia di essere la sconfitta della democrazia.

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