Matteo Gaddi: L’urgenza di un partito dei lavoratori

In Italia manca, da oltre vent’anni, un partito che rappresenti le ragioni e gli interessi del mondo del lavoro. Meglio ancora: manca un partito che consenta ai lavoratori di organizzarsi politicamente; mancanza che riduce alla sola dimensione sindacale l’organizzazione di classe nel nostro Paese.

Questa assenza non è rimasta senza conseguenze: non a caso, soprattutto da quando venne aperta la questione della trasformazione del PCI in altra “cosa”, ogni intervento in materia di lavoro da parte dei vari Governi e Parlamenti che si sono succeduti ha portato ad arretramenti sempre più pesanti (cancellazione della scala mobile, riforme delle pensioni, manomissione dell’articolo 18, legge 30 e precarietà, deroghe al contratto nazionale; al tempo stesso attacchi al sistema di welfare – sanità, scuola, casa ecc.). La politica, infatti, ed in particolare i luoghi istituzionali, sono ambiti preposti alla mediazione tra interessi diversi: chi riesce a rappresentarne una determinata parte come partito in questi luoghi li può far valere e affermare; al contrario chi non dispone di partito e quindi di rappresentanza si limita a rivolgersi alla politica chiedendo che le proprie ragioni vengano ascoltate da altri. Per essere espliciti: Confindustria dispone, oltre agli strumenti di comunicazione e di pressione, anche di rappresentanza politica diretta e immediata dei propri interessi attraverso formazioni politiche o frazioni di esse. I lavoratori non dispongono di niente di simile. Questa assenza risulta ancor più rilevante nella fase di crisi in cui ci troviamo che, con particolare violenza in Italia, determina da tempo rapide distruzioni dell’apparato produttivo, chiusure di fabbriche, delocalizzazioni, con le note e sempre più pesanti conseguenze occupazionali. In Europa, ed in Italia in particolare, i Governi non hanno definito nessuna strategia di uscita dalla crisi (nessuna politica industriale, nessun intervento pubblico in economia) se non in termini di politiche di bilancio improntate all’austerità, con la conseguente accentuazione degli effetti recessivi. Anche per questo oggi si pone con drammatica urgenza il problema di costruire una sponda politica per il movimento operaio: c’è bisogno di una politica economica che affronti organicamente la crisi dal punto di vista dei lavoratori, cioè avendo come priorità la difesa della loro condizione, e in generale di quella delle classi popolari. C’è bisogno di uno strumento politico che consenta ai lavoratori di disporre di uno dei mezzi necessari alla conduzione della loro lotta di classe in opposizione a quella che i padroni non hanno mai cessato di condurre, dall’alto, per demolire le conquiste del movimento operaio. Almeno a partire dal 1980 (Governi Thatcher e Reagan, sconfitta Fiat ecc.), è cominciata, intensificandosi sempre più, questa lotta di classe dall’alto da parte delle classi dominanti, per recuperare il terreno perduto in precedenza.

Utilità concreta di un tale soggetto politico: cenni storici

E’ nella storia delle movimento operaio la costituzione di forme di organizzazione scelte in base all’utilità concreta delle stesse. Basti pensare a come sono nati alcuni dei primi partiti socialisti. In Italia, la nascita del Partito Socialista fu preceduta dalla costruzione e diffusione di strumenti di solidarietà di classe larghi, in grado di produrre sia interventi sociali immediati sia forme di solidarietà tra sfruttati. Fu in particolare nei territori della Val Padana che a fine Ottocento si rivelò particolarmente significativa, in termini di diffusione ed efficacia, la creazione degli istituti del mutualismo, delle leghe di resistenza, delle case del popolo, delle scuole e dei circoli di cultura popolare, del movimento cooperativo. Essi promuovevano processi di socializzazione popolare; partecipazione alla vita sindacale, economica, politica, culturale delle classi subalterne; autogestione e auto-organizzazione di servizi e interventi sociali. Nella fase finale dell’Ottocento il mutualismo seppe rispondere a bisogni concreti, reali, quotidiani, costruendo ed attuando risposte altrettanto concrete, da cui si sono sviluppati i caratteri di classe delle varie organizzazioni: a partire quindi dalla capacità di costruire solidarietà e sostegno alle lotte dei lavoratori, che sempre più si liberavano dal paternalismo borghese e cattolico per abbracciare la lotta di classe. Nel 1892 furono tutti questi istituti popolari a dare vita al Partito dei Lavoratori Italiani (poi diventato Partito Socialista): 195 soggetti tra società operaie, circoli operai, società di mutuo soccorso, associazioni di lavoratori, sindacati, circoli culturali, società morali parteciparono alla fondazione del partito politico. Che aveva già avuto un precedente nel Partito Operaio Italiano (POI, 1881), che aveva raccolto nelle proprie file solo operai, artigiani, braccianti, contadini, disoccupati: cioè le classi subalterne sfruttate. Non c’è spazio per descrivere l’esperienza della nascita del Parti Ouvrièr Belge (1885), risultato di un ampio processo di raggruppamento di oltre un centinaio di associazioni operaie e democratiche, le esperienze del Vooruit di Gand, la Maison du Peuple di Bruxelles, gli scritti di De Pape e Vandevelde, la Carta di Quaregnon sono solo i titoli di una straordinaria storia, purtroppo dimenticata.

Ma anche la I Internazionale, l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, aveva tra i propri caratteri fondanti il fatto di essere costituita da lavoratori salariati, tanto che una associazione statunitense venne espulsa perché, come dichiarò Marx, “era composta da borghesi ciarlatani che avevano un mucchio di tempo da spendere e sovrastavano con le loro chiacchiere gli operai”. Erano i lavoratori, dunque, a dirigere, con le loro organizzazioni di base e i loro congressi, l’Internazionale, che perciò assunse una struttura molto partecipata e orizzontale. Radicalmente al contrario, nella II Internazionale si produsse, anche per la gestione di risultati nuovi (presenze nelle assemblee parlamentari e locali ecc.) che necessitavano di competenze specialistiche, una ascesa nelle organizzazioni operaie di figure borghesi, inoltre si produsse la costituzione di apparati burocratici separati (Michels), costituiti da professionisti della politica che spesso orientati all’ascesa personale di status. A fare da modello in questo senso per tutti gli altri partiti fu la socialdemocrazia tedesca, il partito più forte. Non era un esito necessitato, ma così andò.

La III Internazionale stalinizzata si orienterà nel medesimo senso. Ma il Partito Bolscevico dei tempi di Lenin, con l’eccezione necessaria del primo periodo di illegalità, fu al contrario un partito organicamente operaio: nel periodo di semilegalità seguito alla Rivoluzione del 1905 in ogni organizzazione di base per ogni intellettuale dovevano esserci almeno cento operai. Con ciò furono aperte le porte del partito bolscevico alla massa del proletariato russo, giovane e combattivo, garantendogli al tempo stesso piena libertà di iniziativa.

Marx e Lenin quindi risultano convergenti per più aspetti. Innanzitutto da una concretezza pragmatica che fa si che i caratteri di base del partito (programma, obiettivi particolari, tattica ecc.) siano determinati dall’ “analisi concreta della situazione concreta”; in secondo luogo, da un rapporto di “internità” (Dussel) del partito e della totalità dei suoi quadri alla materialità delle condizioni di esistenza delle vittime del capitalismo.

Anche l’esperienza italiana si presta all’analisi in tema di diversi modelli di partito. Al modello settario (quasi militare) di Bordiga si contrappone di Gramsci che sostiene la necessità di un partito fortemente organizzato nei luoghi di lavoro ma anche a livello territoriale, in modo da aggregare tutti gli strati popolari; inoltre Gramsci, rifuggendo l’illusione dell’esistenza di una “scienza astratta della rivoluzione” gestita da un ristretto gruppo dirigente, sottolinea il primato della prassi in primo luogo come primato dell’azione concreta di classe.

Quindi, quale partito

Dobbiamo essere per la costruzione di un partito di classe, cioè che organizzi direttamente i lavoratori e li faccia protagonisti diretti dell’attività politica. Non quindi un partito “per” i lavoratori, ma un partito “dei” lavoratori; e ai lavoratori dunque proponiamo di smetterla con la lamentazione di una politica sorda alle loro ragioni e lontana dai loro concreti bisogni. Per far valere i loro interessi e ottenere risultati sul piano generale, quindi sul piano politico, i lavoratori devono organizzarsi politicamente ovvero costituirsi in partito di classe, cioè orientato nella sua struttura a rispondere ai bisogni e alle richieste concrete manifestate dai lavoratori, a difesa della propria condizione materiale. E’ unitamente ai lavoratori che vanno definiti obiettivi e programmi di uscita dalla crisi: ma ciò richiede un Partito di classe. Nelle sue strutture, nel suo funzionamento, nei meccanismi decisionali e di iniziativa politica questo Partito deve essere perciò inteso e impostato come strumento organicamente utile alla classe che in esso si organizza; non quindi uno spazio per comizianti e ciarlatani, né uno strumento di promozione sociale per piccolo-borghesi in carriera. Cosa serve, quindi: a) concretezza della discussione improntata al ragionamento di merito e non a teatrali chiacchiere sui problemi dell’universo mondo e sulle ricette per risolverli in una botta sola; b) definizione precisa dei temi da sottoporre ad analisi e conseguente precisione nel definire posizioni e iniziative politiche; c) metodo della verifica dell’attività svolta dai compagni chiamati ad assumere ruoli di direzione o di rappresentanza istituzionale; d) organizzazione di partito funzionale alle lotte dei lavoratori attraverso la messa a disposizione di strumenti e di servizi di supporto con conseguente riduzione al minimo indispensabile delle strutture verticali e d’apparato (da rendere comunque pienamente fungibili allo sviluppo delle iniziative concrete nei luoghi di lavoro e nei territori), ecc.

Un partito, ancora, dal quale venga bandita la litania per la quale con le trasformazioni della produzione e del lavoro non è più possibile intercettare i lavoratori, o, peggio ancora, che in essi non si può più manifestare alcuna coscienza di classe. Innanzitutto questo dato è smentito dalla realtà concreta: la stessa partecipazione alle recenti mobilitazioni della CGIL (25 ottobre e sciopero generale del 12 dicembre) dimostra la disponibilità dei lavoratori alla lotta e all’iniziativa organizzata. Inoltre occorre rammentare che la riaffermazione di un punto di vista solidale tra lavoratori, e di converso conflittuale col capitale, è sempre stato il risultato di un lungo processo di costruzione, di interpretazione dei bisogni, di selezione degli obiettivi (Maria Grazia Meriggi). Non è un caso che da parte del nostro gruppo di compagni si sia sempre privilegiato lo strumento dell’inchiesta, sia per costruire interventi immediati in situazioni di crisi e di lotta, sia per costruzioni di medio-lungo periodo. Come ci ricordava sempre Vittorio Rieser, in Mao l’inchiesta è utile sia come strumento di analisi delle classi, sia per istituire un “rapporto dialettico” tra il partito e le “idee della masse”. E’ in queste idee che si trovano quelle “giuste”, ma spesso mescolate ad altre (anche di tipo reazionario), sta al partito di selezionarle e riproporle alle masse. Ma solo con l’inchiesta si può fare questa cosa: per questo “chi non ha fatto l’inchiesta non ha diritto di parola” (Mao). E’ con l’inchiesta, poi, che si possono ricostruire elementi di conoscenza della composizione di classe oggi, delle varie classi, dei rapporti tra esse. I dati ci possono essere utili per una descrizione scientificamente fondata (facendo piazza pulita anche di fandonie sulla presunta scomparsa degli operai ecc.) della società italiana: ma per cogliere gli aspetti della “coscienza di classe” lo strumento dell’inchiesta è l’unico che può consentirci di rifuggire da letture metafisiche (sia in positivo che in negativo) lontanissime dalla realtà. L’inchiesta è un punto di partenza ineliminabile, per chi intenda contribuire alla ricostruzione di un vero Partito di classe.

Si dovrebbe procedere alla velocità della luce alla costruzione di un Partito strutturato e organizzato nei luoghi di lavoro. Si tratta di una posizione, va sottolineato, che non cancella la dimensione territoriale ma la integra. Da decenni mancano strutture partitiche organizzate nei luoghi di lavoro e i partiti oggi esistenti non sembrano affatto interessati a questa dimensione organizzativa e politica. Un Partito organizzato direttamente nei luoghi di lavoro significa un Partito di cui concretamente i lavoratori possono servirsi per: a) affrontare i problemi che riguardano la loro condizione lavorativa immediata (per es. per far fronte ad una situazione di crisi, di attacco ai livelli occupazionali o ai diritti dei lavoratori; ma anche, sul piano più ampio, per sostenere politiche industriali di settore o cose analoghe ecc.); b) fare opera di orientamento, chiarificazione ecc., in primo luogo, sui temi generali che interessano la condizione dei lavoratori (pensioni, mercato del lavoro, leggi finanziarie con aspetti fiscali ecc.). Al tempo stesso le forme organizzative radicate nei luoghi di lavoro concorreranno con le strutture territoriali a integrarne la visione delle altre realtà locali (questo significa anche individuare gli strumenti organizzativi utili a includere i lavoratori “sparsi” occupati in quelle micro-attività che contano pochissimi dipendenti).

L’elemento centrale della posizione sin qui proposta, come si è visto, è il protagonismo diretto dei lavoratori. Oltre 50 anni fa Panzieri e Libertini (nelle loro “Tredici tesi sulla questione del partito di classe”) scrivevano, a ragione, che “è un inganno e un imbroglio parlare di rapporto dialettico tra il partito e la classe (…) se poi all’interno del partito i lavoratori non sono protagonisti, ma i sudditi di un gruppo di vertice il quale decide per loro, magari appellandosi ad una presunta volontà di indistinte masse elettorali”. Purtroppo ciò è quanto è avvenuto nella sinistra politica italiana.

Non pensiamo certo a costruire un micro-partito o a mimare una delle tante sette parareligiose presenti nell’estrema sinistra: pensiamo ad un partito inclusivo, nel quale non si viene misurati sulla base di una qualche purezza ideologica fasulla, ma nel quale tutto (programma, obiettivi particolari, tattica ecc.) venga determinato dalle condizioni e dalle circostanze concrete. Anche per questo sollecitiamo una nuova propensione unitaria a sinistra e, tramite essa, la fine della frammentazione della già atomizzata (ed anche per questo sostanzialmente inutile) sinistra politica. Ma neppure serve che si continui a denunciare astrattamente la mancanza di unità a sinistra, rifiutandosi di constatare l‘elevata densità, in talune formazioni, di settari o di pazzoidi. Ciò significa solo perdere tempo. Si proceda, invece, e da subito, con chi ci sta.

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