Cancellano le Province. Un altro duro colpo per i servizi pubblici,per i cittadini e per chi lavora.

La vicenda delle Province sta assumendo sempre più le dimensioni di una farsa nazionale ed è lo specchio di un paese che privilegia, in tutte le sue forme, l’apparire all’essere.

Nei momenti di crisi economica tutte le operazioni demagogiche hanno bisogno di un capro espiatorio. Chi meglio delle Province può rappresentare ciò?

Eppure, nel nostro Paese, a fasi alterne, discutere di Democrazia e di sistemi di partecipazione o, ancora, di livelli istituzionali o gestionali di ambito sovracomunale, significava occuparsi dei problemi reali del paese e di razionalizzazione di risorse economiche e umane per la migliore resa dei servizi al cittadino.

Come dimenticare le annose discussioni per la definizione dei piani di ambito per la gestione dei rifiuti o dei servizi idrici, storicamente confinate dal legislatore nazionale in contesti amministrativi di ambito provinciale?

Ma i tempi sono cambiati, la sovrastante ed emergente spinta verso la riduzione dei costi della politica ha finito per prevalere su ogni discussione di merito e metodo, e la lunga crociata contro il fannullonismo della casta oramai  sommerge le Province, insieme ad altre amministrazioni ritenute superabili.

Secondo una superficiale vulgata, alimentata con furore ideologico da una spending review autenticamente nemica dello stato sociale di prossimità,  le Province finiscono per rappresentare Enti con poche competenze e poco personale.

La composizione degli organici di 55.000 addetti, pari a 1.8 % dei dipendenti pubblici, riesce quindi a sedimentare l’idea di un’appendice istituzionale, da sopportare quasi a titolo di abbellimento.

Poco importa alla dimentica opinione pubblica che, ancora fino a un paio d’anni fa, l’istituzione di nuove province, in ogni appuntamento elettorale, era presente nei programmi di tutti partiti e su tutto il territorio nazionale.

Le Province sono quindi state etichettate come amministrazioni lontane dalla vita reale delle persone poiché si occupano prevalentemente di strade extracomunali, di manutenzione delle scuole superiori, di ambiente , di centri per l’impiego, di assistenza ai diversamente abili e di competenze minori.

Oggi, pertanto, hanno tutte le caratteristiche necessarie affinché possano essere individuate come l’organo da dare in pasto ad una opinione pubblica sempre più “affamata”, desiderosa di saziarsi di motivazioni effimere atte a giustificare il proprio disagio;di conseguenza siamo dinnanzi ad una campagna forsennata contro l’inutilità delle Province, foraggiata da tutti e a tutti i livelli: dai partiti politici di nuova istituzione fino ai vecchi partiti, con un potere di interdizione esercitato dai sindacati, compreso il nostro, a fasi alterne e senza la capacità di agguantare il merito della discussione.

La difesa è stata etichettata come battaglia di corporazione, senza alcun riferimento alle reali problematiche dei servizi.

Adesso, bisognerebbe evidenziare che il governo Renzi ha di fatto tagliato le risorse, bloccando i servizi erogati dagli Enti e costringendo quest’ultimi a fare un piano di 22 mila esuberi che mette a rischio il lavoro di 3 mila precari in servizio.

E mentre il tutto sarebbe stato delegato ad una fase applicativa, attraverso leggi di riforma, in realtà ci sono numerose incertezze normative e, le stesse Regioni, che avrebbero dovuto approvare il riordino degli assetti istituzionali, in realtà ci consegnano una sorta di balcanizzazione revisionale che non offre chiarezze.

Ad oggi solo alcune Regioni hanno legiferato: non c’è ancora nessuna garanzia sul futuro degli enti (Città metropolitane e Province) e soprattutto sulle risorse.

A questo si aggiunga una particolare situazione vissuta dalle lavoratrici e dai lavoratori siciliani.

In Sicilia, dopo due anni di tira e molla, l’Assemblea Regionale ha recentemente respinto con voto segreto (e ad ampia maggioranza,) il disegno di legge tanto pubblicizzato dal “governatore” regionale Crocetta sulla riforma delle Province siciliane. Ciò manda nel panico i dipendenti delle Province siciliane che contestano la Legge di riforma in discussione nel Parlamento siciliano, in quanto non offre nessuna garanzia occupazionale per i lavoratori, nè individua le risorse necessarie al loro funzionamento e neanche le competenze da attribuire ai nuovi Enti.

Gli Enti dopo aver raschiato il fondo sui residui attivi, già nei prossimi mesi non potranno più garantire gli stipendi ai dipendenti. Il deficit strutturale del quale soffrono le nove Province tocca i 140 milioni, cui si aggiungeranno  circa 120 milioni annui, già programmati con la legge di stabilità dell’anno scorso ; impegni per i quali  i Consorzi dovranno partecipare al risanamento delle casse dello Stato, attraverso i tagli pretesi dal governo Renzi.

In Sicilia, inoltre, a differenza delle altre 19 Regioni il personale in esubero non potrà essere facilmente assorbito dai Comuni, poiché negli stessi operano già circa 14.000 precari.

Non si comprende, pertanto, la scelta della Fp Cgil siciliana di non partecipare alla iniziativa unitaria nazionale delle Province italiane che si svolgerà a Roma l’11 aprile e che pone come tema proprio le garanzie per il personale delle ex Province.

La vertenza non può quindi concludersi in questi termini ed ogni iniziativa politica e sindacale indirizzata a fare chiarezza sui servizi, sulle risorse, sui nuovi assetti e sul futuro del personale, troverà l’appoggio delle lavoratrici e dei lavoratori di questi Enti che non intendono soccombere sotto un’operazione di stampo mediatico e assolutamente contraria agli interessi della cittadinanza.

Saverio Cipriano fp cgil provincia di Palermo, Adriano Sgrò fp cgil nazionale.

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