Mediterraneo: azioni concrete e non parole

Se un giorno trovassimo in tante e tanti il coraggio di accendere la tv, sintonizzarci su uno dei tanti talk show che parlano di sbarchi, di tragedie, di invasione, togliendo l’audio scopriremmo l’insopportabile distanza fra il vociare confuso e ignorante di tanti commentatori e la schiettezza pura e dolorosa di certe immagini. Ora che il Mediterraneo è sempre più ridotto a quella che, parafrasando Fabrizio De Andrè, potremmo definire “tonnara di passanti”, saremmo magari costretti a porci domande banali – e nel contempo essenziali – a cui uomini in giacca, cravatta o felpa d’ordinanza e donne in tailleur non possono e non vogliono rispondere, perché se lo facessero perderebbe radicalmente di senso il loro ruolo.

La prima domanda, di fronte al susseguirsi di naufragi inaccettabili, nel tratto di mare più battuto da qualsiasi strumento di vigilanza e controllo, è: cosa sta succedendo? Perché ci si accalca in percorsi condannati? Si parte ancora – soprattutto dalla Libia ma anche dall’Egitto e dalla Turchia – ci si imbarca senza sosta nel mare che sembra più clemente, ma solo perché le guerre avanzano. «Sono loro che vogliono salire a qualsiasi costo!» dice un trafficante intercettato dalla polizia; «Preferiamo morire in mare piuttosto che tornare da dove fuggiamo, o restare in Libia» confermano molte voci dei sopravvissuti. Al di là dei blandi tentativi di “pacificare” la Libia, tentando di imporre un governo di unità nazionale (improbabile, in un paese oggi frantumato) e delle minacce di affondare preventivamente i barconi, questo Paese, da cui fugge la percentuale più alta di profughi, sta per esplodere. Si scappa perché la “caccia al nero” diviene sempre più la normalità.
A fuggire non sono solo coloro che hanno affrontato il viaggio dai paesi dell’Africa Sub-sahariana e del Corno D’Africa, ma anche cittadini del Bangladesh, persino del Suriname, che in Libia lavoravano prima che il caos divenisse totale. Si deve andare via, insomma, ora e subito. In questo quadro è sciocco e ipocrita individuare nei trafficanti la causa principale dei disastri annunciati. I trafficanti sono una “causa occasionale”, determinante è quella dei conflitti ormai diffusi e incontrollati, per cui non si cercano reali soluzioni. Ma se quanto detto è vero salta anche – non è la prima volta che lo scriviamo – il discrimine fra profugo e migrante economico. Come incasellare, altrimenti, una persona che per anni ha lavorato a Tripoli e ora è costretta a cercare scampo in Europa?

A seguire un altro quesito: i problemi riguardano solo le coste libiche, tanto da pensare di poterle blindare? Anche qui, invece di invischiarsi in polemiche vuote, è sufficiente seguire quanto sta avvenendo nel resto del Mediterraneo. Bulgaria e Grecia hanno ampliato un muro per chiudere il confine con la Turchia. Quindi riprendono le fughe anche via mare: un’imbarcazione con circa 200 persone è affondata al largo dell’Isola di Rodi; un’altra, di cui le notizie arrivano confuse, sembra essere naufragata davanti alle coste turche nei pressi di Bodrum e non è ancora chiaro quante persone si siano salvate. Erigere muri, inventare misure di contenimento, porta a cercare strade più impervie e rischiose per salvarsi la sola cosa che è in ballo, la vita.
Si riparte, in silenzio, anche dalle coste egiziane. E pensare che Egitto e Tunisia erano stati pensati come i Paesi in cui poter “esternalizzare” le frontiere, dove fare scremature fra aventi diritto all’asilo e non, e gestire da fuori l’emergenza. Ora si cercano soluzioni simili in Paesi ancora più lontani, come Niger e Sudan. Un tentativo di attuare gli elementi peggiori del Processo di Karthoum, in cui non si tiene minimamente conto del fatto che in questi Paesi ci sono forti tensioni interne, che le condizioni minime di trattamento non potranno essere garantite e che, già ora, le condizioni climatiche riprodurranno in maniera amplificata quelle dei peggiori campi profughi mediorientali.
Il quadro che ne emerge è una secca smentita al piano in 10 punti con cui la Commissione Europea intende affrontare quanto accade ma sancisce anche la necessità che, a essere impegnati, debbano sentirsi tutti i paesi U.E. e anche oltre, coinvolgendo le Nazioni Unite. Ad una analisi anche minimale, ci si accorge che i punti in questioni o ripetono cose già dette e affrontate, o sono inutili quanto fonte  di sprechi, o aumentano le condizioni di rischio per  i profughi. Una ennesima sconfitta per chi nutriva flebili speranze. Si rischia di estremizzare ma il problema – su cui ormai anche l’Unhcr va sostenuta – è quello dei 51 milioni di rifugiati nel mondo, per la quasi totalità ammassati in immensi campi profughi ma, in minima parte, in perenne movimento.

E il terzo, conseguente punto su cui trovare una sintesi efficace riguarda il da farsi. Non può essere un solo Paese o una sola area di un continente ad affrontare questa situazione ed è fondamentale un’azione, rapida e immediata, priva di calcoli politici contingenti. Gli organismi U.E. come FRONTEX e le sue missioni di intervento modello Triton si sono rivelati inadeguati, hanno posto dei limiti al raggio d’azione dei propri scarsi mezzi e non contemplano come compito principale quello del salvataggio in mare, tant’è che questa incombenza è demandata sempre più ai mezzi navali dei singoli stati, come l’Italia, e ai mercantili.
L’ecatombe di questi giorni dimostra che vanno trovate altre soluzioni. Nell’immediato va prefigurato un coinvolgimento diretto di una flotta di navi battenti bandiera U.E.; l’utilizzo dei Paesi del Sud Europa come “paesi di transito” e una politica di resettlement condivisa fra i 28 stati membri. Un continente di 509 milioni di abitanti può provvedere ad alcune decine di migliaia di persone (altro che le cifre assurde che ogni tanto rimbombano nelle dichiarazioni di sedicenti esperti) ma questo va fatto sospendendo i vincoli del Regolamento Dublino e imponendo ad ogni Stato, in ragione delle proprie possibilità, di accogliere un quantitativo decente di persone. Questo per garantire l’apertura di veri canali umanitari, con risultati sicuramente più significativi rispetto ai fantomatici affondamenti preventivi dei barconi. Gli affari dei trafficanti, che si dichiara di voler colpire virtualmente, subirebbero un vero e proprio crollo.
Certamente questo richiede uno sforzo straordinario per l’accoglienza, compatibile, anzi risibile rispetto ai bilanci europei. È sufficiente tagliare le inutili spese per agenzie come Frontex e missioni come Triton (che obiettivamente hanno fallito i propri obiettivi), non gettarsi in inutili operazioni propagandistiche di polizia europea per l’identificazione (modello Mos Maiorum o Amber Light). È sufficiente definire un fondo comune a cui ogni Paese sia chiamato a contribuire oppure, meglio ancora, far esporre in tal senso la Banca Centrale Europea.
Ma questo significa pensare anche in prospettiva e, quindi, agire per politiche di lungo corso. Invece, bando alle ciance bipartisan, bisogna agire ora, sapendo che le prossime settimane potrebbero rivelarsi fatali e chiedendo, ad esempio, che le navi che vigilano inutilmente nel Mare del Nord, siano invece immediatamente impiegate per realizzare un vero e proprio ponte di emergenza – o meglio di urgenza – in grado di coprire un area che da Gibilterra arrivi fino alle coste turche.

Ma si può fare anche un’altra scelta, più drastica. I paesi europei rinuncino ad applicare i principi cardine della Convenzione di Ginevra in materia di asilo, tolgano la propria ratifica a uno dei documenti più alti – anche se da rivedere – prodotti dalle diplomazie mondiali. Sarebbe un atto di coerenza, certamente meno ipocrita delle troppe lacrime di coccodrillo e del blaterare inutile dei talk show o dei parlamenti, ormai troppo simili tra loro.

Stefano Galieni

Fonte; corrieredellemigrazioni.it

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