Call center. Sfuttamento avanzato

Storie emblematiche quelle di Key for up e di Overing, due aziende ternane (in realtà una) operanti nel settore dei call center, investite tra il 27 febbraio ed il 2 aprile da un conflitto lacerante. Emblematiche da più punti di vista: da quello delle dinamiche imprenditoriali che operano in Umbria, in generale e specificamente in un settore che viene definito di “terziario avanzato”; poi da quello delle dinamiche salariali e della condizione dei lavoratori; infine per quanto concerne il comportamento di sindacati e istituzioni nei confronti delle imprese, con specifico riferimento al comparto preso in considerazione.

Le aziende e gli imprenditori

La Key for up è una società a responsabilità limitata fondata nel 2006 che opera su mandato della Telecom Italia; Overing invece, anch’essa una srl costituita nel 2012, è una subappaltante di una impresa romana del ramo per Eni luce. Si è detto in precedenza che si tratta in realtà di un’unica impresa, non solo perché le due srl operano nella stessa sede, ma per il fatto che hanno la stessa compagine sociale. Il capitale è diviso paritariamente tra quattro soci: Manuela Andreucci, Moira Andreucci, Maria Cristina Ciocci, Leonardo Antonini. Ognuno di loro ha il 25% delle due società e assume i ruoli dirigenziali nelle stesse. Manuela Andreucci è l’amministratrice della Key for up, Maria Cristina Ciocci ha lo stesso ruolo nella Overing, Moira Andreucci è impiegata alle risorse umane, Leonardo Antonini è responsabile dei servizi tecnici per entrambe le società. Ma il vero motore dell’azienda è il direttore generale Fabrizio Ciocci, fratello di Maria Cristina, avventuroso imprenditore del settore, sopravvissuto a più di un fallimento. I soci delle due imprese sono stati suoi compagni di strada in alcune esperienze di cui è stato protagonista. Non siamo in grado di stimare il fatturato, tuttavia è certo che tra le imprese che operano su mandato di Telecom la Key for up era la terza in Italia per qualità e per produttività. Insomma un’azienda dinamica e sostanzialmente sana, anche nella fase di crisi in corso, collocata in un settore in espansione, con clienti sicuri.

Organizzazione del lavoro e salari

Il personale si divide in due fasce: i lavoratori a tempo indeterminato e i co.co.pro. Sono i lavoratori a tempo indeterminato (circa 25) che garantiscono le funzioni staff e di controllo. In generale a Key for up lavorano circa 100 operatori, ad Overing circa 30. Essi si strutturano in tre fasce. La prima è quella dei nuovi assunti che – secondo il contratto integrativo provinciale – percepiscono 6,70 euro lordi l’ora, seguono gli operatori di media esperienza (dopo due anni) il cui salario è pari a 7,30 euro e gli esperti (dopo altri due anni) che raggiungono gli 8,80 euro. Il grosso degli operatori è collocato nella fascia mediana (circa un’ottantina), i salari netti oscillano da 400 a 900 euro al mese. Data la natura del rapporto di lavoro – anche se si tratta a tutti gli effetti di lavoro subordinato – non c’è diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità.

Gli antefatti

Lo stato di agitazione è durato dal 27 febbraio al 2 aprile. Stato di agitazione, con una presenza costante davanti all’azienda, e non sciopero in quanto gli operatori sono co.co.pro. Hanno scioperato solo alcuni dei lavoratori a tempo indeterminato, soprattutto per solidarietà con i precari. In realtà le tensioni cominciano dal novembre 2014. E’ infatti nel corso di quel mese che viene aperto un tavolo contrattuale tra direzione aziendale e sindacati. Il tema in discussione è l’applicazione del contratto nazionale dei call center siglato nell’agosto del 2013. Si tratta di armonizzare quest’ultimo con l’integrativo provinciale. In realtà la direzione in dicembre prende unilateralmente le decisioni, applicando ad Overing una diversa tipologia di contratto, definendo una sorta di contratto aziendale (un mix tra volontà aziendali e contratto nazionale). Anche i contratti per i nuovi assunti di Key for up vengono modificati in senso peggiorativo. In sostanza per i nuovi assunti e meno esperti la paga oraria scende da 6,70 a 5,70 euro lordi. In gennaio avanza il sospetto che il il progetto aziendale sia far scomparire Key for up, che sembra avere forti posizioni debitorie, e assorbirla in Overing. E’ infatti qui che ci si libera dell’integrativo provinciale e si applica un contratto aziendale che si colloca tra integrativo e contratto nazionale.

A febbraio i sindacati vengono messi al corrente dagli operatori stessi del cambio contrattuale, nonostante il tavolo aperto a novembre sia ancora in essere. Il clima già pesante si fa ancora più pesante. Il 27 febbraio si comunica verbalmente il licenziamento agli operatori di Overing. La decisione, comunicata all’ultimo momento anche ai supervisori, viene motivata con la non redditività del subappalto della commessa Eni, contemporaneamente viene pagata solo la metà del salario di gennaio, lasciando capire che la causa va individuata nell’incongruenza dei pagamenti da parte di Telecom. A questo punto scatta lo sciopero dei dipendenti e la mobilitazione dei co.co.pro.

La vertenza

E’ questa anomalia – l’agitazione per alcuni e lo sciopero per altri – che spinge a spostare il tavolo della trattativa in prefettura. L’obiettivo è quello di coinvolgere i committenti (Telecom ed Eni), di cui peraltro l’azienda non fornisce i recapiti. Scatta così un’operazione verità che mette a nudo le inadempienze dell’impresa e le sue difficoltà economiche. Uno stato debitorio non quantificato in modo preciso ma che ha come creditori una pluralità di soggetti, tra cui lo stesso committente. Quello che è certo è che le due aziende non pagano i contributi dei co.co.pro., che il debito con l’Inps è di alcuni milioni, che esso è stato rateizzato, ma le rate non sono state onorate. C’è di più: le trattenute contributive dei dipendenti vengono ritirate, ma non versate all’Inps, come quelle per le tessere sindacali anch’esse ritirate e non versate. I mancati versamenti dei contributi non consentono ai lavoratori, cui non viene rinnovato il contratto, di accedere al sussidio di disoccupazione. L’azienda assicura di aver richiesto un prestito bancario. Le istituzioni promettono molto, non mantengono nulla e vivono nel terrore che l’azienda, ormai in evidente difficoltà, chiuda. I tavoli prefettizi alla fine risultano inutili e non c’è nessun coinvolgimento dei committenti. In questa situazione si arriva all’assemblea dei lavoratori i sindacati propongono di riaprire un tavolo diretto di trattativa azienda-sindacato, quello chiuso il 27 febbraio. Le motivazioni di tale scelta sono duplici: lo sciopero rischierebbe di compromettere definitivamente la situazione aziendale (il 30 aprile dovrebbe essere rinnovato il mandato da parte di Telecom), in secondo luogo non favorirebbe il pagamento degli arretrati e dei contributi, impedendo l’accesso agli assegni di disoccupazione. Poco conta che l’azienda non abbia prodotto un documento che ne attesti lo stato di crisi; che abbia in corso procedimenti con la Direzione provinciale del lavoro – per il passaggio di quote di lavoratori da parasubordinati a subordinati – e con l’Inps; che abbia pagato solo il 31 marzo la tredicesima ai lavoratori a tempo indeterminato e la metà delle retribuzioni di gennaio e i conguagli agli operatori, mentre resta in sospeso lo stipendio di febbraio. L’idea è che bisogna mantenere in vita l’azienda costi quello che costi, pur sapendo che al più di vita precaria si tratta. La reazione dei lavoratori è durissima, gran parte degli operatori non si sentono più rappresentati dalle organizzazioni sindacali. Fatto sta che viene revocato lo sciopero (che per quanto riguardava i lavoratori a tempo indeterminato coinvolgeva solo i supervisori) e di conseguenza si toglie la copertura sindacale allo stato di agitazione. Viene riaperto il tavolo di trattativa, nonostante l’assemblea dei lavoratori abbia, in maggioranza, rifiutato tale soluzione. Circa 70 co.co.pro. continuano a stare fuori mentre l’impresa provvede a sospendere e licenziare per giusta causa (adducendo motivazioni come scarsa produttività e qualità) cinque dipendenti a tempo indeterminato (il responsabile di commessa, il responsabile di sala e tre supervisori). La vertenza è ancora aperta. E’ ragionevole pensare che non si raggiungerà l’accordo: l’azienda continuerà a navigare a vista, restando in bilico tra sopravvivenza e chiusura; i sindacati continueranno a predicare la moderazione per evitarne il collasso; le istituzioni locali e statali continueranno a osservare la situazione evitando di intervenire. Insomma una storia ordinaria nell’epoca del jobs act, della flessibilità e del “meglio un lavoro precario che nessun lavoro”.

tratto da Mocropolis

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