Pensioni: bilancio Inps e prospettive

Sintesi dell’iniziativa organizzata da DielleMagazine mercoledì 4 marzo 2015 con l’intervento di Gianpaolo Patta e Nicola Nicolosi dell’area programmatia Democrazia e Lavoro dal titolo “Per la difesa della previdenza pubblica cambiare la legge Fornero”

Il novecento è stato un secolo denso di accadimenti per la storia dell’umanità, in mezzo ad una rivoluzione industriale tecnologica senza uguali si è passati dallo stillicidio di due guerre mondiali alla conquista di diritti e tutele prima inimmaginabili. Una delle rivoluzioni epocali è stata sicuramente la riconquista del tempo da parte dell’essere umano; la diminuzione del monte ore annuo lavorata e la possibilità dopo una vita di sacrifici di ritirarsi con un reddito in grado di garantire una vecchiaia serena sono stati i capisaldi di una nuova era per l’essere umano: “Lavorare per vivere e non vivere per lavorare”.
In Italia la garanzia di un sistema previdenziale e delle pensioni universalistico trova la sua consacrazione attraverso l’Inps. Sul finire del secolo e all’inizio del nuovo millennio si hanno i cambiamenti che modificano il sistema previdenziale perfezionato negli anni ’60: Amato nel 1992, Dini nel 1995 e ultima Elsa Fornero nel 2011 sono gli autori delle modifiche che portano all’attuale sistema.
Tutte le modifiche e riforme, che sostanzialmente dilatano il periodo lavorativo allungando l’età in cui è possibile andare in pensione e diminuiscono il reddito che si dovrebbe percepire, sono sempre messe in atto ponendo come causale il conflitto intergenerazionale e l’insostenibilità del sistema: “Gli interventi sono necessari per evitare che i giovani si accollino i debiti provocati dai vecchi” è la litania che accompagna ogni sciagurata riforma. Bugia costruita ad arte dai governanti che si susseguono e, sostenuta a spada tratta da media ed economisti compiacenti poiché, il debito non è tra generazioni ma tra quanti l’hanno acquistato in cambio di interessi e il resto della popolazione che li paga: un evidente conflitto di classe. Inoltre la tanto decantata insostenibilità del sistema è causata perlopiù dalla mancata crescita dell’economia. I contributi che alimentano l’Inps valgono il 13% del Pil pertanto una sua diminuzione provocata anche da taglia alle pensioni e alla spesa pubblica non fa altro che aumentare la spirale di recessione/diminuzione entrate. La verità è che sforbiciare sulla spesa pubblica significa spesso tagliare i consumi e, mantenere gli anziani al lavoro impedisce il ricambio generazionale.
Venendo all’ultima riforma, quella effettuata dalla “ministra-coccodrilla” Fornero è opportuno, prima di spiegarne le conseguenze per i poveri lavoratori aspiranti pensionati, capire come incide nei bilanci dell’ente erogatore.
L’Inps è oggi il più grande ente previdenziale d’Europa con la gestione di trentottomilioni di cittadini tra iscritti e pensionati. Le risorse arrivano tutte nella Tesoreria Unica dello Stato e da li sono prelevate per coprire le diverse prestazioni: in sostanza il suo bilancio è parte integrante di quello dello Stato e contribuisce alle sue attività e passività. I due terzi dei 16.4 milioni di pensionati sono titolari di una sola pensione, un quarto ne percepisce due mentre il 7.8% è titolare di almeno tre pensioni. Il reddito medio mensile derivante dalle pensioni percepite è stato nel 2013 di 1.386 euro (lordo annuo/12). Il reddito medio annuale dei nuovi pensionati 2013 (13.152 euro/anno) è inferiore sia a quello dei cessati (15.303 euro/anno) sia a quello dei pensionati sopravviventi (16.761euro/anno) quelli cioè che anche nel 2012 percepivano una pensione. Questi dati ci dimostrano come l’obiettivo che si tentava di nascondere è raggiunto: diminuzione sia della quantità sia della retribuzione delle pensioni. Operazione di cassa riuscita e “assegno di povertà” per la vecchiaia in arrivo.
Il risultato d’esercizio che emerge dall’analisi del consuntivo 2013 dell’INPS è negativo per 12 miliardi, va meglio il patrimonio netto cioè il risultato accumulato nella storia dell’istituto che è in attivo di oltre 9 miliardi di euro. Un’analisi più attenta dei dati fa però emergere delle incongruenze e fa capire chi veramente paga per le pensioni e per l’erogazione di tutti i servizi previdenziali.
I fondi che compensano i passivi patrimoniali sono due: gestione temporanea lavoratori dipendenti (in aggiunta al 33% della loro retribuzione lorda versato per la pensione, i lavoratori dipendenti versano un ulteriore quota per garantirsi indennità di disoccupazione, malattia, cassa integrazione, maternità e assegni familiari) +182 miliardi e fondo dei parasubordinati +89 miliardi.
Il comparto dei lavoratori dipendenti è stato in attivo dal 2004 fino al 2011, avrebbe continuato ad averlo se non avesse dovuto farsi carico oltre che del fondo trasporto, elettrici e telefonici dell’INPDAI (dirigenti dell’industria privata) che provoca il grosso dello squilibrio. In definitiva gli operai pagano per garantire la pensione ai propri dirigenti.
Anche la gestione dei lavoratori autonomi presenta grosse criticità: i fondi dei coltivatori diretti, coloni e mezzadri; artigiani e commercianti presentano un grandissimo deficit di esercizio (-13.270mld) e un grande passivo del patrimonio netto. La differenza dell’andamento tra la gestione dei fondi dei lavoratori autonomi e dipendenti è data sostanzialmente dalle diverse aliquote contributive applicate alle due categorie (che la riforma Dini del 1995 non ha voluto modificare) che porta a un contributo medio individuale annuo di 7.294 euro per i dipendenti, di 4.422 euro per gli artigiani, 4.424 euro per i commercianti e 2.374 per i coltivatori. Anche il CPDEL (cassa del personale degli enti locali) è un fondo molto problematico e con un forte passivo d’esercizio -6.960 miliardi e patrimoniale -43.766 miliardi. In definitiva l’idea di equità tanto sbandierata è la seguente: pagano i lavoratori precari a reddito basso (parasubordinati) e quelli con il lavoro più faticoso che vivono meno a lungo (lavoratori dipendenti soprattutto operai) per coprire i buchi delle altre categorie.
Per quanto concerne le modifiche normative sui requisiti per andare in pensione la situazione non è migliore, anzi è drammaticamente peggiorata. La contro riforma delle pensioni messo in atto per “salvare il paese dalla catastrofe” crea delle prospettive sconvolgenti.
Il pilastro della riforma è il cambio dei requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia quella cioè erogata dall’INPS a coloro che hanno maturato il requisito minimo di età previsto dalla legge. Non sono più sufficienti 20 anni di contributi per gli iscritti prima del 96 e 5 per quelli dopo con 65 anni di età per gli uomini e 60 per le donne. Oggi con il passaggio al sistema contributivo, oltre ai 20 anni di contributi e 66 anni e 3 mesi di età il montante (la somma dei contributi versati) deve essere tale da garantire una pensione che sia 1.5 volte la pensione sociale (circa 155.000 euro di montante che equivale a 23.500 euro di retribuzione annua). Altrimenti la pensione si potrà avere a 70 anni e tre mesi sempre che siano stati versati 5 anni di contributi. Poiché la media delle retribuzioni soggette a irpef del nostro paese risulta meno di 20.000 euro è chiaro che la maggior parte degli attuali lavoratori dovrà lavorare fino a 70 anni. Le categorie più penalizzate sono i prestatori occasionali remunerati con voucher (categoria in espansione), le operaie delle imprese private (saranno necessari circa 44.7 anni per raggiungere il montante), operai agricoli e lavoratori domestici, la gran parte dei lavoratori autonomi (oltre 80%) insomma coloro i quali guadagnano meno. Per quanto riguarda l’anzianità contributiva a qualsiasi età si parte dai 42 anni e 6 mesi di quest’anno fino ad arrivare ai 46 anni del 2050.
Infine come saranno le pensioni? Non ci sarà più l’assegno minimo, l’assegno oscillerà tra 40 e 80 % delle retribuzioni: naturalmente le cose andranno meglio per i pochi che avranno carriera lavorativa e quindi una contribuzione lunga e continua praticamente quasi nessuno!

P.A.

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