Democrazia costituzionale a rischio *

Mauro Volpi –

Dunque il nuovo sistema elettorale, il cosiddetto Italicum, è diventato legge dello Stato, la n. 52 del 2015. Prima dell’estate il disegno di legge governativo che modifica 47 articoli della Costituzione dovrebbe andare al Senato, il quale potrà pronunciarsi solo sugli emendamenti approvati dalla Camera al testo originario. Poi occorreranno altre due votazioni di entrambe le Camere su un testo ormai intoccabile, per le quali occorrerà la maggioranza assoluta, cioè la metà più uno dei deputati e dei senatori. Qual è l’effetto che l’insieme delle due “riforme” produrrà sulla forma di governo e sulla forma di Stato?

Per la forma di governo è presto detto. In base alla Costituzione la nostra continua ad essere parlamentare, quindi incentrata sulla derivazione del Governo non direttamente dal corpo elettorale, ma dal Parlamento, al quale l’esecutivo è legato dal rapporto di fiducia, e sulla sua “flessibilità”, che consente la sostituzione del Presidente del Consiglio nel corso della legislatura senza che si debba necessariamente procedere a nuove elezioni se vi è una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un nuovo governo. È indubbiamente vero che, in modo crescente soprattutto negli ultimi venti anni, il ruolo legislativo del Parlamento è stato fortemente ridimensionato dal ricorso sistematico e abnorme da parte del Governo ai decreti legislativi, adottati in base a leggi di delegazione sempre più generiche e permissive, e ai decreti legge, ormai approvati senza che ricorrano i presupposti della straordinaria necessità ed urgenza anche per varare importanti riforme. Inoltre il Governo ha fatto un massiccio ricorso alla questione di fiducia, che consiste in una sorta di ricatto rivolto ai parlamentari della maggioranza che impone loro di votare a favore di un testo che non condividono se vogliono evitare le dimissioni del Governo. Tuttavia la Costituzione non è stata modificata. Ci ha provato Berlusconi nel 2005 facendo approvare a colpi di maggioranza una “riforma” costituzionale che introduceva un “premierato assoluto” e una legge elettorale, il Porcellum, che grazie ad un abnorme premio di maggioranza ha consentito al centro-destra di ottenere una larga maggioranza sia alla Camera sia al Senato nelle elezioni del 2008. Ma il referendum popolare del 2006 ha bocciato nettamente la legge costituzionale e la maggioranza di centro-destra ha cominciato a perdere pezzi fino a entrare in crisi. Infine ci ha pensato la Corte costituzionale a dichiarare incostituzionale il Porcellum alla fine del 2013. Insomma la forma di governo è restata parlamentare, anche se in forte sofferenza, e nella prassi sono state smentite le affermazioni propagandistiche sulla elezione di fatto del Governo e del Presidente del Consiglio.

Con l’Italicum e con la riforma costituzionale in salsa “Renzusconi” (entrambe nate dall’accordo extra-parlamentare tra Renzi e Berlusconi) vi sarebbe una innegabile derivazione popolare del “capo” del Governo. La legge elettorale impone che ogni forza politica prima delle elezioni indichi la persona del proprio “capo”, come già faceva il Porcellum. Ma qui non si tratterebbe più del leader di una coalizione, ma del capo di un unico partito, quello di maggioranza relativa, al quale la legge regala artificiosamente almeno il 54% dei seggi o al primo turno, purché raggiunga il 40% dei voti, o con maggiore probabilità al secondo turno, riservato solo ai due primi partiti. In questo ballottaggio tra liste, non previsto in nessuno Stato democratico, il voto degli elettori riguarderebbe inevitabilmente la scelta tra due leader e, poiché al secondo turno non è prevista nessuna soglia, né di partecipazione per la sua validità, né di accesso per le due liste ammesse, la maggioranza più che assoluta dei seggi potrebbe essere attribuita ad una lista che avesse ottenuto il 30% dei voti, o anche meno, al primo turno. In questa situazione, già di problematica legittimità costituzionale, verrebbe ad essere ridotto ad una pura formalità il potere del Presidente della Repubblica di nomina del Presidente del Consiglio plebiscitato dal popolo, il quale si approprierebbe di fatto anche del potere di scioglimento anticipato della Camera. Infatti egli potrebbe contare non solo su un maggioranza più che assoluta, ma su un gruppo parlamentare di fedelissimi, eletti in parte grazie al premio, la cui disciplina sarebbe rafforzata dal fatto che i capilista in 100 circoscrizioni sarebbero bloccati (senza preferenza) e, potendosi presentare ciascuno in 10 circoscrizioni, determinerebbero con la scelta di una di queste, anche l’elezione tra i primi non eletti di un buon numero di deputati, che saranno quelli più fedeli al leader supremo. Il rapporto di fiducia sarebbe di fatto svuotato. E qualora vi fosse anche una piccola fibrillazione nel partito di maggioranza su un disegno di legge presentato dal Governo, il “capo” non esiterebbe a porre la questione di fiducia imponendo la disciplina di gruppo. È evidente che il Parlamento diverrebbe un ostaggio nelle mani del Governo e non avrebbe alcuna possibilità di sostituire l’esecutivo né un Presidente del Consiglio incapace o pericoloso. Insomma si realizzerebbe nei fatti quel “premierato assoluto” tanto sognato da Berlusconi e contro il quale il centro-sinistra e tanti democratici si sono in passato mobilitati.

La probabilità che ciò avvenga sarebbe ancora più forte se venisse approvata la riforma costituzionale. Questa infatti attribuirebbe al Governo il potere, tramite la propria maggioranza artificiale, di far approvare una legge entro 70 giorni, ma soprattutto trasformerebbe il Senato in una Camera non eletta dal corpo elettorale, composta da 100 membri, di cui 74 consiglieri regionali e 21 sindaci designati dalle assemblee regionali, con poteri legislativi ordinari comunque aggirabili dalla Camera a maggioranza artificiale. È vero che il Senato parteciperebbe alla revisione della Costituzione e all’elezione di importanti organi di garanzia (Presidente della Repubblica, un terzo dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio superiore della magistratura). Ma il numero ridotto dei senatori e la presenza al Senato di un certo numero di consiglieri regionali del partito in maggioranza alla Camera, consentirebbe a questo di modificare liberamente la Costituzione e di influenzare in modo determinante l’elezione degli organi di garanzia. Il quadro si completa se si considera che nel ddl vi è anche una “riforma della riforma” del 2001 sui rapporti Stato-Regioni (approvata, sarà bene ricordarlo, in fretta e a colpi di maggioranza dal solo centro-sinistra), il cui senso, al di là di singoli aspetti che possono essere condivisi, sarebbe quello di determinare una ricentralizzazione di poteri nelle mani dello Stato, e in particolare del Governo. Le due riforme darebbero un potere enorme al primo partito di minoranza, grazie ad un premio di maggioranza artificiale, e soprattutto al suo leader, del quale il partito o quel che ne resta fungerebbe da comitato elettorale, e indebolirebbero i contrappesi e i poteri di garanzia. Vi sarebbe quindi non solo una modifica surrettizia della forma di governo in senso presidenzialistico (e quindi degenerativa rispetto a quella presidenziale degli Stati Uniti in quanto priva dei suoi contrappesi costituzionali), ma anche uno squilibrio fra i poteri e un loro accentramento che intaccherebbero la democraticità della forma di Stato.

Per contrastare questa deriva si è costituito nei mesi scorsi a livello nazionale il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale su iniziativa di varie personalità, di parlamentari e di un ampio ventaglio di associazioni e di forze politiche. Anche in Umbria si sta operando per dare vita ad un’analoga struttura a livello regionale. Del resto l’attacco alla Costituzione e alle regole democratiche non è una novità e quindi esiste la possibilità che anche stavolta sia respinto in nome non della pura conservazione dell’esistente, ma di principi e di valori non negoziabili, come quelli che contrassegnano la nostra Costituzione e sono posti a presidio dello Stato democratico.

Tratto da Micropolis

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