Fabbriche recuperate, recuperare le fabbriche! Risposte alla crisi a confronto: in cammino per la coalizione sociale

Michele De Palma responsabile nazionale reparto auto Fiom-Cgil afferma che “… Qualsiasi tipo d’esperienza tu possa mettere in piedi per la tutela e la promozione dell’occupazione nel nostro paese, non può che partire dal ruolo che da una parte hanno l’Europa, lo Stato e le Imprese e dall’altro le lavoratrici e i lavoratori quindi il sindacato. Quella che stiamo attraversando oltre ad essere una crisi da sovrapproduzione è di ricollocazione della filiera produttiva e il tema della riorganizzazione dei processi oggi non viene affrontato dai governi e dalle imprese con i lavoratori e i disoccupati. La nostra Controparte cerca di costruire il consenso nella base sociale del sindacato, l’esempio sono Renzi e Marchionne che in televisione affermano che loro creano il lavoro e noi siamo il problema cercando, in pieno stile Fiat, di zittire l’unico che viene invitato alle trasmissioni a raccontare l’altra metà del cielo. Non dicono che a Melfi il lavoro è interinale e che la scelta del novantacinque per cento dei lavoratori viene fatta attraverso le liste, compilate anche dai sindacati amici: non si dice quali sono i criteri di selezione nella società del merito che ci hanno raccontato. In FCA i team leader si sostituiscono ai sindacati filo aziendali spiegando gli accordi, cercano di convincere i lavoratori ad essere interpellati in caso di contestazione: non andare dal sindacato ti giustifico io! È la strategia del controllo e della militarizzazione della fabbrica, si cerca di costruire la favola della Fabbrica non come ruolo di coercizione, viene costruita una mentalità che nei fatti non c’è con il fine di cancellare autonomia di pensiero e di contrattazione dei lavoratori …”. Una situazione del comparto manifatturiero italiano di grave difficoltà, come afferma Vasco Cajarelli della Segreteria Regionale Cgil “… dobbiamo cercare modelli alternativi poiché, la crisi nella crisi del sistema umbro certificata dai dati disastrosi dell’economia ci impone la ricerca di processi nuovi in cui poter sperimentare la valorizzazione dei lavoratori e delle professionalità perché, situazioni come la stampa Bonucci azienda sana chiusa per raggiunti limiti d’età del datore di lavoro non possono più accadere …” Il Sudamerica è spesso il luogo dove si sperimentano politiche sociali dimenticate nel vecchio continente, modelli di rilancio dell’economia e dei settori produttivi più equi: il Dottor Riccardo Milani ci racconta l’Argentina e il modello delle “Fabricas Recuperadas”, esperienza nata in un paese ciclicamente funestato da violente crisi economiche alimentate da chi cerca di destabilizzare un continente ricco di materie prime da depredare. I lavoratori in un momento come la crisi di fabbrica, oltre a recuperare la propria fonte di sostentamento e i mezzi di produzione, tentano di salvare lo spreco di conoscenze, di ricchezza e capitale ma, anche di suolo e natura che ogni chiusura aziendale provoca, recuperando le fabbriche fallite o sull’orlo della chiusura. In trecentoundici piccole e medie imprese il processo è riuscito e oggi molti lavoratori uniti in cooperative vivono in condizioni economiche e lavorative migliori dopo aver rischiato il baratro della perdita del posto di lavoro. Il movimento delle fabbriche occupate, nato dopo la crisi del 2001 ha acquisito un forte potere mediatico ed è stato in grado di far fare alcune modifiche legislative importanti. Oggi dopo il fallimento, le fabbriche non vengono immediatamente liquidate ma se i lavoratori manifestano la volontà di acquisirle lo Stato interviene rilevandole, diventandone proprietario e dandole in gestione alle cooperative di lavoro neo formate. Le coop non possono assumere dipendenti, l’assemblea dei soci e il consiglio d’amministrazione hanno pari dignità decisionali e inoltre i lavoratori hanno lo stesso reddito, qualunque sia il ruolo ricoperto. Si è instaurato un rapporto di collaborazione con l’università per formare i lavoratori in settori prima sconosciuti ai più come quelli amministrativi, commerciali e gestionali con l’obiettivo di democratizzare i luoghi di lavoro ridistribuendo ricchezza, il sapere e la consapevolezza di quello che si sta facendo. Per ragionare su come esportare questo modello è opportuno analizzare la situazione Italiana. Oggi esistono aziende fallite acquisite dai dipendenti, nel settantotto percento dei casi riescono a sopravvivere (media più alta delle start up). Il capitale arriva soprattutto dal TFR e dai fondi delle associazioni di cooperativa. Parliamo comunque di mosche bianche. Le difficoltà che s’incontrano sono le solite: accesso al credito complicato, mancanza di qualsiasi tutela economica come sgravi fiscali o diritto di prelazione sui beni aziendali. Il Sig. Cesare Putti ex dipendente della “Dolciami trasporti” ci racconta il caso della sua azienda, la “2012 autotrasporti” azienda Perugina di trasporto recuperata dai vecchi dipendenti. I lavoratori all’inizio del loro percorso avevano il parco clienti e la professionalità ma mancavano i mezzi che, dopo il fallimento della vecchia ditta non potevano essere utilizzati, e il credito per acquisirne altri. L’anticipo della mobilità avvenuta grazie ad un accordo sindacale, un impegno di coop fondo impresa e la mediazione di una locale coperativa che si è fatta garante nei confronti degli istituti di credito hanno permesso il Recupero di un’azienda che sembrava morta. Il Prof. Renato Covino afferma che “…un freno è dato anche dall’attuale conformazione del mondo cooperativistico italiano: pieno di contraddizioni e molto spesso simbolo di sfruttamento nei confronti dei lavoratori. Nell’arco del novecento non sono mancati esempi di cooperazione positiva, finanziate dalle Regioni in un percorso virtuoso di instaurazione di diritti. Il passare del tempo ha cambiato le cose e la vittoria dell’imprenditorialità nel mondo cooperativistico sintetizzata nella possibilità di assumere dipendenti, nella distribuzione degli utili e nell’erogazione di stipendi abnormi e spropositati dei dirigenti sono i segnali della sconfitta culturale e politica del sistema …”. Oggi troppo spesso le cooperative sono legate al settore pubblico solamente per una fantomatica diminuzione dei costi tutto a spese dei lavoratori e per il mantenimento di potenziali bacini di voti e clientele. Il recupero da parte dei lavoratori delle aziende può essere una via d’uscita, l’alba di una nuova era in cui oltre a salvare posti di lavoro, conoscenze e competenze, s’instaura un modello aziendale democratico. Un sistema d’impresa alternativo all’attuale in cui troppo spesso i processi e le decisioni sono unilateralmente presi e comandati dal capo-padrone, in cui come afferma Nico Malossi “… non sia necessario affidarsi unicamente all’illuminato imprenditore …”, un sistema in cui in contrapposizione alla strategia di Marchionne la fabbrica o il posto di lavoro torni a essere una parte della tua vita, e non il luogo in cui si realizza passivamente tutto il tuo essere. Le politiche aziendali devono diventare veramente la sintesi di una discussione tra lavoratori consapevoli che tentano di uscire dalle condizioni di crisi insieme: l’antidoto al crescente personalismo, che mette il lavoratore uno contro l’altro in una competizione a ribasso che molto spesso può sfociare in intolleranza. Il Sindacato in queste esperienze potrebbe rigenerarsi: fare in modo che progetti di recupero di aziende in crisi da parte dei propri dipendenti si realizzino, metterli sui tavoli istituzionali come un’alternativa al vuoto che troppo spesso l’imprenditoria italiana lascia, rilanciare un’azione di vertenzialità nella quale rivendicare un sistema fiscale/legislativo di favore e in cui cercare una rete di aziende recuperate, una sorta di mercato protetto nel quale agire. Anche in questa maniera il Sindacato si potrebbe scrollare di dosso il ruolo di “burocrate certificatore di crisi e chiusure” tornando protagonista nella riconquista del lavoro da parte dei lavoratori e nella ricostituzione di una coscienza di classe che sembra ormai scomparsa. La coalizione sociale passa anche da qui.
P.A.

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