A cosa servono le province

di Saverio Cipriano, Provincia Regionale di Palermo condiviso dal coordinamento nazionale rsu cgil #senzaprovince

Care compagne e cari compagni,
Care colleghe e cari colleghi,
La vicenda delle Province sta assumendo sempre più le dimensioni di una farsa nazionale ed è lo specchio di un paese che privilegia, in tutte le sue forme, l’apparire all’essere. Il dramma è riassunto in una considerazione di premessa: la “Provincia” è un Ente formalmente previsto dalla Costituzione Italiana. Con legge del Governo non è stata abrogata ma rinominata Ente di area vasta. Qualifica che però non le si può attribuire in mancanza della legge di revisione costituzionale che dovrà ancora decidere del futuro e/o della sopravvivenza dell’Ente. Nel frattempo una sola cosa è chiara: nei momenti di crisi economica tutte le operazioni demagogiche hanno bisogno di un capro espiatorio e tale sono diventate le Province! Eppure,nel nostro Paese, a fasi alterne, discutere di Democrazia e di sistemi di partecipazione o, ancora, di livelli istituzionali o gestionali di ambito sovracomunale, significava occuparsi dei problemi reali del paese e di razionalizzazione di risorse economiche e umane per la migliore resa dei servizi al cittadino. Come dimenticare le annose discussioni per la definizione dei piani di ambito per la gestione dei rifiuti o dei servizi idrici, storicamente confinate dal legislatore nazionale in contesti amministrativi di ambito provinciale? Ma i tempi sono cambiati, la sovrastante ed emergente spinta verso la riduzione dei costi della politica ha finito per prevalere su ogni discussione di merito e metodo, e la lunga crociata contro il fannullonismo della casta oramai sommerge le Province, insieme ad altre amministrazioni ritenute superabili. Secondo una superficiale vulgata, alimentata con furore ideologico da una spending review autenticamente nemica dello stato sociale di prossimità, le Province finiscono per rappresentare Enti con poche competenze e poco personale. La composizione degli organici di 55.000 addetti, pari a 1.8 % dei dipendenti pubblici,con un costo pari all’1.08% contro il 7.95 dei comuni il 19.34 delle regioni e il 71.03 dello stato centrale, riesce quindi a sedimentare l’idea di un’appendice istituzionale, da sopportare quasi a titolo di abbellimento. Poco importa alla dimentica opinione pubblica che, ancora fino a un paio d’anni fa, l’istituzione di nuove province, in ogni appuntamento elettorale, era presente nei programmi di tutti partiti e su tutto il territorio nazionale. Le Province nel tempo sono quindi state etichettate come amministrazioni lontane dalla vita reale delle persone poiché si occupano di servizi non a richiesta diretta come quelli erogati dai Comuni, in particolare della costruzione e cura delle strade extracomunali, per un totale di km.111.513, della costruzione e manutenzione di 7036 scuole superiori, di ambiente, di centri per l’impiego, di Protezione Civile, di assistenza ai diversamente abili di dissesto idrogeologico, di difesa del suolo, di cultura, di biblioteche, di sviluppo economico, di turismo, dei musei, per non parlare dei compiti propri della Polizia Provinciale la cui specifica professionalità è unica nel Paese e permette la prevenzione e soppressione degli ecoreati, la tutela dell’ ambiente eccetera. Oggi, pertanto, hanno tutte le caratteristiche necessarie affinché possano essere individuate come l’organo da dare in pasto ad una opinione pubblica sempre più “affamata”, desiderosa di saziarsi di motivazioni effimere atte a giustificare il proprio disagio; di conseguenza siamo dinnanzi ad una campagna forsennata contro l’inutilità delle Province, foraggiata da tutti e a tutti i livelli: dai partiti politici di nuova istituzione fino ai vecchi partiti, con un potere di interdizione esercitato dai sindacati, compreso il nostro, a fasi alterne e senza la capacità di agguantare il merito della discussione. La difesa è stata etichettata come battaglia di corporazione, senza alcun riferimento alle reali problematiche dei servizi. Adesso, bisognerebbe evidenziare che prima Monti con la spending rewiew, i cui contributi alla finanza locale sono ancora attuali e poi il governo Renzi , hanno di fatto tagliato non solo i trasferimenti statali e regionali per lo svolgimento delle funzioni, ma anche risorse proprie di questi Enti acquisiti sui territori governati tramite la propria capacità impositiva, attuando di fatto un federalismo al contrario che succhia risorse ai territori per veicolarli nel bilancio dello Stato, azzerando quasi la possibilità per questi Enti di erogare i servizi ai quali sono deputati. Inoltre le Province sono state costrette “ex legge” a fare un piano di 22 mila esuberi che mette a rischio il lavoro di 3 mila precari in servizio, oltre ai lavoratori impiegati nelle società in house, per i quali il capitolo è ancora da discutere.
C’e da aggiungere che quasi tutte le Province, anche quelle floride, sono state indotte ad un dissesto “strutturato” dalla norma, non riassorbibile in alcun modo, neanche utilizzando le risorse disponibili alla maniera di un buon padre di famiglia, che trovandosi disoccupato deve “stringere la cinghia” per assicurare il pane ai propri figli. Le uniche riduzioni ancora possibili riguardano la chiusura delle scuole, dei musei, delle biblioteche, dei centri per l’impiego, delle strade…
Diverse province ormai non solo non riescono afornire i servizi ma alcune non pagano piu gli stipendi ai dipendenti da mesi,come Vibo Valentia e Biella che già dal 2013 sono in dissesto finanziario, percause diverse dal processo di riordino, ma restano pur sempre appendici delloStato lasciate a morire senza alcun rimorso.
Il processo di riordino doveva essere delegato ad una fase applicativa, attraverso leggi di riforma, in realtà sulla riforma il caos regna sovrano.
Le incertezze normative, addebitabili sia al Governo che non ha deciso sul futuro delle politiche per il lavoro e della polizia provinciale, sia alle stesse Regioni, che hanno promosso un vero e proprio conflitto istituzionale con lo stesso Governo sul “nodo” risorse per l’avocazione delle funzioni cd “non fondamentali”, stanno logorando il sistema dei servizi pubblici locali di area vasta. Anche nei pochi casi in cui le regioni hanno prodotto una legge di riordino in realtà consegnano una sorta di balcanizzazione revisionale che non solo non offre chiarezze ma è soggetta a pesanti interventi della Corte dei Conti. Ad oggi solo alcune Regioni hanno legiferato, in maniera anche opinabile, ma non c’è ancora nessuna garanzia né sul futuro della maggior parte degli enti (Città metropolitane e Province) nè sulle risorse, né sul futuro occupazionale dei dipendenti. Assistiamo ad un degrado progressivo dei servizi, dell’urbanizzazione e dell’ambiente, con strade colabrodo spesso soggette a limiti di velocità ai limiti della possibilità di mobilità, a una diminuzione dell’offerta di TPL, alla necessità di quadrare il bilancio attraverso la chiusura delle scuole e di tutte le utenze collegate, che di questo passo a settembre non riapriranno. In questo quadro drammatico forte è il nostro grido di protesta. Abbiamo contribuito a creare dal nulla competenze e servizi delle province da quando la riforma della pubblica Amministrazione ideata da Bassanini cominciò ad attuare il decentramento delle funzioni a favore degli utenti prossimi. Abbiamo contribuito allo sviluppo del Paese attraverso la costruzione di strade, di una rete scolastica capillare sul territorio, di una rete di trasporti che permettesse la mobilità in ambito sovra comunale, lo sviluppo delle attività produttive attraverso l’accesso ai fondi europei ai quali nessuno dei piccoli comuni italiani avrebbe diversamente potuto accedere in proprio.
Oggi non ci stiamo a vedere volatilizzare il lavoro e i sacrifici che nel tempo abbiamo fatto a favore della collettività. Siamo favorevoli alle riforme, ma le riforme devono essere fatte per il popolo, non contro il popolo. Siamo disposti a razionalizzare le spese ma non a discapito esclusivo dei servizi che eroghiamo.
Oggi il Governo ci chiede di approvare i piani industriali senza dirci con quali risorse e con quali funzioni. Parla di funzioni fondamentali e non fondamentali senza riguardo al fatto che le funzioni delle province, fintanto che non saranno attribuite ad altri Enti, sono tutte funzioni istituzionali, quindi fondamentali. Ora, se vuole, ha l’occasione di correggere il tiro con normativa ah hoc, permettendoci di strutturare una proposta di ente “service” del territorio, con competenze uniche ed univoche maturate nel tempo, che mette a disposizione un bagaglio di competenze e professionalità che lo Stato potrebbe realmente utilizzare a supporto dello sviluppo e della crescita dell’Italia.
La vertenza non può quindi concludersi in questi termini ed ogni iniziativa politica e sindacale indirizzata a fare chiarezza sui servizi, sulle risorse, sui nuovi assetti e sul futuro del personale, troverà l’appoggio delle lavoratrici e dei lavoratori delle vecchie province che non intendono essere messi da parte né soccombere ad un’operazione di stampo mediatico e assolutamente contraria agli interessi della cittadinanza.

Palermo, 8 giugno 2015

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