Crisi della CGIL e il disegno strategico che non c’è

Il deficit attuale riguarda la prospettiva politica, non solo organizzativa. Nicolosi: “Votiamo ‘No’. Il documento politico presentato è vuoto e debole, non emendabile”

Pubblichiamo di seguito la sintesi dell’intervento pronunciato da Nicola Nicolosi al Comitato Direttivo Nazionale Cgil, svoltosi lo scorso 14 maggio, a proposito della Conferenza d’Organizzazione L a quinta conferenza di Organizzazione della CGIL dal 1943 ad oggi rischia di passare alla storia come un evento inutile. L’organizzazione è necessaria, nelle grandi come nelle piccole associazioni sociali o politiche. Ma le Conferenze devono segnare svolte storiche, che non intravediamo in questa del 2015. Nel passato, come in quella del 1954, nel pieno della guerra fredda e dopo le scissioni sindacali di CISL e UIL, quando partiti di sinistra e associazioni sociali imbastirono la lotta contro la legge truffa (legge elettorale decisamente migliore di quella approvata nei giorni scorsi dal Parlamento e contro cui la CGIL organizzò uno sciopero generale per la difesa della democrazia), la CGIL decise la costituzione delle sezioni sindacali nei luoghi di lavoro, per aprire successivamente alla contrattazione aziendale. Così come i temi della Democrazia d’organizzazione e del decentramento furono la risposta della nostra organizzazione alla rottura dei rapporti unitari che sfociò nell’accordo di San Valentino con il conseguente taglio dei salari. Ma ancora, nel ’93 il tema centrale fu per il sindacato dei diritti, la riorganizzazione delle Camere del lavoro e i servizi, la nascita dell’Auser e l’avvio, dopo la conclusione definitiva dell’esperienza delle componenti di Partito, del Sindacato di Programma. A distanza di sette anni dall’ultima Conferenza che non ha lasciato traccia positiva (2008), la centralità del lavoro e la dimensione del territorio non hanno avuto, anche per responsabilità di tutto il gruppo dirigente, l’impulso propositivo e, di conseguenza, sono rimasti semplici enunciati. Oggi dentro la crisi economica, sociale e politica più grave della storia contemporanea, non siamo capaci di leggere lo stato della crisi se non in termini organizzativistici. La crisi della nostra organizzazione, dopo la frattura storica con la politica e le sue scelte su diritti, politiche economiche e industriali, mercato del lavoro e il conseguente stravolgimento della giurisprudenza sul lavoro, ha bisogno di un disegno strategico che oggi non intravediamo. La crisi della Cgil è crisi di prospettiva politica e non solo organizzativa. Il documento politico presentato è vuoto e debole, non emendabile. Nel merito, sul piano politico, si fanno enunciazioni di principio, importanti, come quello di perseguire la riunificazione del mondo del lavoro, tuttavia non si intravede dentro quale strategia politica. Nelle politiche di contrasto al Job’s Act, occorre mettere al centro la riconquista dei diritti, a partire dall’art.18, per proseguire con l’estensione delle tutele ai soggetti che raramente ne sono stati coinvolti e, quindi, ai giovani che gravitano intorno al mercato del lavoro. Così come si ritorna al passato con il ruolo delle RSA che rischiano di andare in rotta di collisione con le RSU e i comitati degli iscritti. Sulla contrattazione non viene declinato il concetto di “contratto inclusivo” e non si rilanciano forza e valore del Contratto nazionale che per noi è strategico, al pari del diritto di voto di tutti i lavoratori sulle piattaforme contrattuali. Su Democrazia e Partecipazione siamo al “barocchismo”: si dice tutto e il contrario di tutto. Servono messaggi chiari: i comitati degli iscritti vanno eletti in tutti i luoghi di lavoro! Quindi dobbiamo operare per dare forza e ruolo ai nostri terminali dentro i luoghi di lavoro e destinare risorse economiche per il loro finanziamento. Questa Conferenza di Organizzazione si sta caratterizzando invece, quasi esclusivamente, sulle modalità con cui eleggeremo il Segretario generale e la Segreteria. Questa è l’epoca dello svilimento dei luoghi della rappresentanza. Avviene in politica e nelle istituzioni. I consigli comunali, regionali e il Parlamento contano sempre meno e i cittadini- elettori diventano il “Popolo” da arringare e ammannire. I corpi intermedi delle società vengono marginalizzati o derisi dalla politica che vuole l’uomo solo al comando. Per la Cgil ci deve essere un salto qualitativo. Siamo contro il populismo vecchio e nuovo, la sua filosofia e i suoi assunti organizzativi. Dobbiamo operare un’inversione di tendenza valorizzando il nostro “parlamentino”; il Direttivo deve essere composto dal 50% dei componenti che vengono dai luoghi di lavoro e deve espletare i poteri previsti dallo Statuto della Cgil. La stessa assemblea generale non può e non deve sovrapporsi al Direttivo, e il nostro dibattito deve essere l’occasione per coinvolgere e far partecipare i nostri delegati alle scelte politiche che maturano nell’arco del tempo della nostra azione sindacale. In ultimo, ma certamente non per importanza, riteniamo che la Conferenza di Organizzazione non riesca ad alimentare un dibattito rispetto alla grave crisi di rappresentanza presente nel paese. Non vi è la contestualizzazione sulla perdita di ruolo delle tematiche lavoro all’interno delle varie Istituzioni, finanche a non considerare l’impoverimento dell’azione sindacale orfana, in questi ultimi anni, di una seria interlocuzione con la politica. In ordine al tema della riconquista dei diritti e del Contratto nazionale, si rilancia una stagione per la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori, senza peraltro definire con esattezza la ripresa delle condizioni politiche che possano determinare un piano di fattibilità per lo stesso. Per queste ragioni, per assenza di strategia e di cuore politico, esprimiamo un voto contrario al documento politico proposto per la quinta Conferenza di Organizzazione della CGIL.

Nicola Nicolosi

fonte: Progetto Lavoro

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