Landini: mutualismo e solidarietà per riunire ciò che la crisi ha diviso

Serve una riforma profonda delle organizzazioni sindacali perché il mondo del lavoro oggi è frantumato e non ha rappresentanza. E serve più democrazia perché i lavoratori possano eleggere i dirigenti sindacali e votare sugli accordi che li riguardano. Insomma in prospettiva serve un nuovo sindacato unitario e pluralista

Landini, ma lei è favorevole a riaprire il cantiere dell’unità sindacale come ha detto la Camusso nella lettera inviata a Cisl e Uil, o no?
Sono assolutamente favorevole all’unità. Ma se si tratta di rimettere insieme le tre segreterie, magari riproponendo la Federazione unitaria degli anni Settanta penso che sia insufficiente. Mi sembra poco e nel contempo un vecchio modo di affrontare il problema. Guardi che negli anni Settanta i metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil erano a un passo dallo scioglimento poi intervennero le confederazioni e i partiti politici e non se ne fece nulla.

Pensa, dunque, che in futuro dovranno sciogliersi Cgil, Cisl e Uil per dar vita a un nuovo soggetto?
Sì, se si vuole fare qualcosa di nuovo perché l’unità d’azione va bene ma non è sufficiente. Da tempo sostengo che il nodo è rappresentato dalla democrazia. Se si vuole davvero aprire la strada verso un processo unitario bisogna coinvolgere i lavoratori, fondare il nuovo soggetto sulla partecipazione dal basso, sulla democrazia.

Di fatto lei ha in mente un altro sindacato. È così?
Dobbiamo superare la frantumazione che c’è nel mondo del lavoro, contrastare la diffusione impressionante di lavoratori poveri. Se questi sono gli obiettivi non si può pensare che si possano affrontare solo mettendo insieme Cgil, Cisl e Uil.

Perché? Un sindacato diviso non è più debole, come dice la Camusso?
Sì, ma non solo. Bisogna guardare a ciò che accade fuori dal sindacato: il lavoro frantumato, la maggioranza dei lavoratori non iscritta al sindacato, milioni di lavoratori che noi non rappresentiamo, e l’affermarsi di un modello di impresa che non vede nella contrattazione lo strumento per risolvere i problemi. Mi permetto di dire che la nostra proposta della Coalizione sociale parte proprio da qui, dalla crisi nel mondo del lavoro. È in qualche modo un ritorno alle origini, quando, nell’800, i lavoratori strapparono il diritto a coalizzarsi. Il superamento della frantumazione del lavoro e l’allargamento della rappresentanza passa attraverso una riforma complessiva del sindacato non basta, ripeto, l’unità d’azione di Cgil, Cisl e Uil.

Perché dice che è necessaria più democrazia nel sindacato? Non ce n’è?
C’è una caduta di democrazia nel sindacato italiano. Va bene, per misurare la rappresentatività, la certificazione degli iscritti insieme ai voti ottenuti nell’elezione delle rappresentanze in azienda. Ma per portare le democrazia dentro il sindacato, i lavoratori debbono poter votare sugli accordi che li riguardano e debbono potere eleggere i dirigenti sindacali. Oggi gli unici a metterci la faccia e ad essere eletti dai lavoratori sono i delegati. Noi dirigenti non siamo eletti dai nostri iscritti, siamo cooptati.

Ma la sua Coalizione sociale non è alternativa all’unità sindacale?
Assolutamente no. La Coalizione punta a riunificare ciò che è diviso, riproponendo forme mutualistiche e di solidarietà che sono andate perse. Per costruire un sindacato unitario dobbiamo tornare alle radici.

Attività sindacale o politica? Perché anziché con i sindacati europei, sabato alla Festa della Fiom a Bologna dibatterà di Europa con Syriza e Pomedos?
Lo faremo anche con i sindacati. Con Podemos e Syriza ci interessa capire cosa sta accadendo in Spagna e in Grecia.

fonte: repubblica.it

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