Joseph Stiglitz: la democrazia greca

Traduzione di Nicoletta Rocchi, da Social Europe Journal del 29.6

Agli esterni, il crescendo di litigiosità e acrimonia dentro l’Europa potrebbe apparire come la conseguenza inevitabile dell’amaro finale tra la Grecia e i suoi creditori. Infatti, i leaders europei alla fine hanno cominciato a rivelare la vera natura della disputa in corso sul debito e la risposta non è bella: è molto di più sul potere e sulla democrazia che sul denaro e l’economia.

Certo, la logica economica del programma che, cinque anni fa, la troika (Commissione europea, BCE e FMI) ha rifilato alla Grecia è abissale e ha determinato una caduta del 25% del PIL del paese. Non riesco a pensare ad un’altra depressione che sia stata più deliberata e dalle conseguenza più catastrofiche: il tasso di disoccupazione giovanile greco, per esempio, supera il 60%.

E’ sorprendente che la troika abbia rifiutato di accettarne la responsabilità o di ammettere quanto fossero sbagliate le sue previsioni e suoi modelli. Ma quello che è ancor più sorprendente è che i leaders europei non hanno ancora imparato la lezione. La troika sta ancora chiedendo per la Grecia un surplus primario del 5.5% del PIL nel 2018.

In tutto il mondo, gli economisti hanno condannato questo obiettivo in quanto punitivo, perchè determinerebbe una crisi ancor più profonda. Anche se il debito greco fosse ristrutturato al di là dell’immaginabile, il paese resterebbe in depressione se, nel referendum del prossimo week-end, gli elettori greci accettassero l’obiettivo della troika.

Pochi paesi hanno compiuto qualcosa di simile a quello che hanno realizzato i greci negli ultimi 5 anni in termini di ottenimento di un surplus a partire da una deficit tanto ampio. E, sebbene il costo il termini di umana sofferenza, è stato estremamente alto, le recenti proposte del governo greco si sono molto avvicinate alle richieste dei creditori.

Dovremmo essere chiari: delle enormi somme prestatele, in realtà alla Grecia non è arrivato quasi niente. I soldi sono serviti a pagare i creditori privati – comprese le banche francesi e tedesche. Alla Grecia è andata solo l’elemosina, ma ha pagato un prezzo alto per preservare i sistemi bancari di questi paesi. Il FMI e gli altri creditori “ufficiali” non hanno bisogno del denaro che stanno richiedendo. In uno scenario “normale”, molto probabilmente, il denaro restituito dalla Grecia le verrebbe riprestato.

Ma, di nuovo, non è questione di denaro. E’ questione di “ultimatum” per costringere la Grecia ad arrendersi e ad accettare l’inaccettabile – non solo le misure di austerità ma altre politiche regressive e punitive.

Ma perchè l’Europa lo starebbe facendo? Perchè i leaders europei resistono al referendum e rifiutano persino l’allungamento di qualche giorno della scadenza del 30 giugno per il prossimo pagamento della Grecia al FMI? L’Europa non è forse tutta sulla democrazia?

In gennaio i cittadini greci hanno votato per un governo impegnato a porre fine all’austerità. Se il governo stesse semplicemente rispettando le sue promesse elettorali, avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di pesare su un tema così critico per il benessere futuro del paese.

Tale preoccupazione per la legittimità democratica è però incompatibile con le politiche dell’eurozona che non è mai stato un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi membri non ha cercato l’approvazione del proprio popolo quando ha affidato la sovranità monetaria alla BCE. Quando la Svezia lo ha fatto, gli svedesi hanno detto no. Comprendevano che la disoccupazione sarebbe aumentata se la politica monetaria del paese fosse stata affidata a una banca centrale il cui unico obiettivo era il controllo dell’inflazione (e anche che ci sarebbe stata insufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto perchè il modello economico sottostante l’eurozona si basava su relazioni di potere svantaggiose per i lavoratori.

E è certo che quello cui stiamo assistendo ora, 16 anni dopo l’istituzionalizzazione di tali relazioni da parte dell’eurozona, è l’antitesi della democrazia: molti leaders europei vogliono vedere la fine del governo di sinistra del primo ministro Alexis Tsipras. Dopo tutto, è estremamente sconveniente avere in Grecia un governo che si è fortemente opposto a quel genere di politiche che ha molto contribuito ad aumentare la disuguaglianza in così tanti paesi avanzati e che è così impegnato a frenare lo sbrigliato potere dei ricchi. Sembra che credano di potere abbattere il governo greco costringendolo ad accettare un accordo contrario al suo mandato.

E’ difficile consigliare i greci su come votare il 5 luglio. Non sarà facile nessuna delle alternative – approvare o respingere i termini della troika. Entrambe portano grandi rischi. Un voto per il si significherebbe depressione quasi senza fine. Forse un paese impoverito – che ha svenduto i suoi assets e i cui giovani più brillanti sono emigrati – potrebbe alla fine ottenere la remissione del debito; forse, con un’economia di nuovo arretrata, la Grecia alla fine potrebbe ottenere l’assistenza della World bank. Tutto questo accadrebbe nei prossimi 10 anni o, forse, nei prossimi 20.

Al contrario, il voto per il no, aprirebbe almeno la possibilità che la Grecia, con la sua forte tradizione democratica, riprenda in mano il suo destino. I greci potrebbero avere l’opportunità di costruirsi un futuro che, sebbene forse non prospero come in passato, sia di gran lunga migliore dell’inconcepibile tortura del presente.

Io so come voterei.

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