Sull’ “ideologia del gender”

Intervista a Sara Garbagnoli

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito in Italia all’apparizione nello spazio pubblico di alcuni gruppi che manifestano in difesa di una fantomatica « famiglia naturale » e contro una non meno spettrale « ideologia del genere ». Basti pensare alle « veglie » in piazza delle « Sentinelle in piedi » o ai convegni promossi dall’associazionismo cattolico (Alleanza cattolica, Giuristi per la Vita) patrocinati non di rado da regioni o comuni.

Le lotte e le rivendicazioni di uguaglianza formulate da parte dei movimenti e delle persone lgbtqi (riconoscimento delle coppie di fatto, matrimonio egualitario, riconoscimento dell’ omogenitorialità, legge di contrasto alla violenza omo-transfobica) vengono tacciate di essere un attacco a « la famiglia » pensata non come un’istituzione ma come un fatto di natura. Nell’ottobre scorso, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una mozione presentata dalla Lega Nord che impegna la Giunta ad individuare una data per la celebrazione della « Festa della Famiglia Naturale » (sic!) « fondata sull’unione tra un uomo e una donna ». A poche settimane di distanza, la Giunta ha fissato la data all’ultimo giorno di lezioni scolastiche prima della pausa legata alle vacanze di Natale. Una mozione simile era già stata presentata e approvata in Lombardia, presentata anche in tale occasione dalla Lega Nord.

Una tale campagna politica mira a contrastare qualunque forma di avanzamento in termini di uguaglianza giuridica da parte di persone non-eterosessuali. Oltre ad istituire una festa che mira a stigmatizzare le persone omosessuali e i figli delle persone omosessuali, la mozione veneta invita le istituzioni a « provvedere allo stanziamento di pubblici sussidi al fine di garantire ai genitori un’effettiva libertà ». Detto altrimenti, la Regione dovrebbe aumentare i finanziamenti alle scuole private, che, come è noto, sono nella maggior parte dei casi gestite dalla Chiesa cattolica. Come se, poi, la scuola pubblica non versasse in condizioni economicamente drammatiche.

L’esplosione di questa nuova ondata di conservatorismo che si presenta sotto l’etichetta « anti-gender » non è specifica all’Italia. Manifestazioni simili a quelle italiane hanno occupato le piazze francesi in concomitanza con il dibattito parlamentare sull’approvazione della legge che ha aperto il matrimonio civile a coppie dello stesso sesso. Per comprendere meglio la genesi di tale crociata abbiamo fatto alcune domande a Sara Garbagnoli (dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne – École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris) che sta studiando le caratteristiche di questa mobilitazione.

– Da dove nasce il concetto « ideologia del genere »?
La nebulosa espressione « ideologia del genere », così come le sue fantasiose e numerose varianti – « teoria del genere », « teoria del genere sessuale », « teoria del genere queer », « ideologia delle femministe del gender » – non sono concetti o categorie analitiche, ma sintagmi inventati dal Vaticano a fini polemici e politici reazionari. Tali espressioni hanno cominciato a diffondersi in modo virale nel campo mediatico e politico di numerosi Paesi, non solo europei, nel corso dell’ultimo triennio. Il fenomeno ha per ora principalmente toccato due contesti nazionali di tradizione cattolica, la Francia e l’Italia.

Si tratta di due Paesi che sono attualmente attraversati da accesi dibattiti politici che riguardano, da un lato, la questione delle discriminazioni subite dalle persone omosessuali, trans, queer (e eventuali loro figlie e figli) e l’opportunità di prevedere riforme giuridiche che contribuiscano a ridurre tali discriminazioni (se non ad eliminarle) e, dall’altro, la questione degli stereotipi e della violenza di genere e di come la scuola pubblica possa non solo non riprodurli, ma essere un luogo che promuova l’uguaglianza di opportunità tra i sessi. La genesi dell’espressione « ideologia del genere » risale però ad almeno un decennio prima (all’inizio degli anni 2000) ed è il precipitato della reazione della Chiesa cattolica ai documenti discussi e approvati nel corso della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo (organizzata dalle Nazioni Unite al Cairo nel 1994) e della Conferenza mondiale sulle donne (convocata dall’ONU l’anno seguente a Pechino).

Le prime occorrenze del sintagma sono rinvenibili tanto in alcuni lemmi del dizionario enciclopedico Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, redatto da più di settanta autrici e autori sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pubblicato in italiano nel 2003 e successivamente tradotto in otto lingue, quanto in interventi di saggisti vicini all’Opus Dei o attivi nell’ambito dell’associazionismo cosiddetto « pro-vita » o promotore delle « terapie riparative » dell’omosessualità. Da allora sono decine i testi pubblicati in numerosi Paesi di diversi continenti da case editrici legate alle strutture della gerarchia ecclesiastica dedicati a presentare i « pericoli » di questa « ideologia », che per la Chiesa sarebbe più dannosa di quella marxista perché, operando attraverso una « manipolazione linguistica », produrrebbe un « indottrinamento » dell’opinione pubblica e la « colonizzazione della natura umana ».

« Ideologia del genere » e i suoi sinonimi costituiscono un repertorio di etichette che funzionano all’interno di un dispositivo retorico reazionario che mira, ad un tempo, ad individuare, deformare e delegittimare un fronte avversario costituito da un insieme assai eterogeneo di attori. Tale dispositivo reazionario si articola in due parti, differenti e complementari. Da un lato – è la pars construens del discorso ecclesiastico sull’ordine sessuale – , viene riformulata la visione tradizionalmente espressa dalla Chiesa sui rapporti tra i sessi. A partire dal pontificato di Giovanni Paolo II, la nozione di sottomissione delle donne agli uomini lascia il passo a quella di « complementarietà naturale » tra i sessi. Esisterebbero « disposizioni » e « missioni » specifiche a ciascun sesso: un «genio femminile » e un « genio maschile » che, per « determinismo fisico » e in accordo con la « legge morale naturale » sarebbero iscritti nella struttura dei loro corpi. Dall’altro – è la pars destruens del discorso vaticano – l’opposizione a qualunque intervento culturale, giuridico e politico di denaturalizzazione dell’ordine sessuale opera attraverso una stigmatizzazione ed una caricaturizzazione della posizione degli avversari. Qui interviene l’invenzione delle etichette « ideologia del genere » and Co. che operano come specchi deformanti.

La principale caricaturizzazione delle ricerche prodotte nell’ambito degli studi di genere consiste nell’invisibilizzazione dell’approccio genetico strutturalista che caratterizza tali lavori. Lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, tali studi indagano il funzionamento dell’ordine sessuale e delle gerarchizzazioni che lo definiscono. Storicamente costruito, l’ordine sessuale è solidamente naturalizzato attraverso un sistema di strutture sociali che iscrivono le norme che lo caratterizzano nelle categorie mentali, nelle categorie istituzionali e nelle divisioni del mondo sociale come fossero un fatto di natura. Da due anni a questa parte, i sintagmi « teoria del genere » e « ideologia del genere » hanno poi cominciato a funzionare anche come vere e proprie categorie di mobilizzazione politica.

Il loro impiego è progressivamente migrato dai testi vaticani per diventare parte degli slogan scanditi da migliaia di manifestanti mobilitatisi (in Francia e in Italia, soprattutto) contro l’adozione di riforme giuridiche miranti alla riduzione delle discriminazioni subite dalle persone non-eterosessuali (matrimonio tra persone dello stesso sesso, riconoscimento dell’omogenitorialità, legge di contrasto alle violenze omotransfobiche). Entrambe le formule sono costruite attorno alla nozione di genere, ovvero si riferiscono al concetto impiegato a partire dagli anni ’70 dalle femministe antinaturaliste per nominare, e, per tale via, disinvisibilizzare il sistema di inferiorizzazione materiale e simbolico subito dalle donne e dalle persone non-eterosessuali. In seno al campo degli studi di genere esistono diverse teorizzazioni, teorie, significati e usi del concetto di genere. Così come pure esistono analisi antinaturaliste dell’ordine sessuale che non impiegano tale categoria analitica.

Per la Chiesa, il genere non è necessariamente da osteggiare – ad esempio il Vaticano stesso propone nel Lexicon una definizione di genere per lui accettabile. Lo è quando è uno strumento analitico che denaturalizza l’ordine sessuale. Le più violente reazioni della Chiesa si sono scatenate non in reazione a interventi o produzioni intellettuali elaborate nell’ambito degli studi di genere, ma in opposizione a interventi giuridici o che toccano i programmi scolastici. Se si osservano le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche, emerge chiaramente come il diritto e la scuola costituiscano gli ambiti in cui si produce un sistema di norme, di categorie di percezione o di azione che può costituire un minaccioso concorrente per il discorso teologico sulla natura e lo statuto dei gruppi sessuali.

Il Vaticano si oppone a qualunque forma di denaturalizzazione dell’ordine sessuale – l’ordine tra i sessi e tra le sessualità è per la Chiesa cattolica dell’ordine del trascendente (il Vaticano è lungi dall’essere la sola istanza a sostenere una tale posizione!) – venga esso dal fronte delle rivendicazioni portate dai movimenti femministi e/o lgbtqi, dalle analisi prodotte nel campo degli studi di genere e sessualità o da politiche messe in atto da istituzioni transnazionali o statali volte a ridurre l’inferiorizzazione patita dalle donne e/o dalle persone omosessuali, trans, queer.

– Quali sono stati i meccanismi di diffusione di questo discorso ?
Come ti dicevo, la retorica cosiddetta « anti-gender » dai suoi inventori e promotori ha cominciato a circolare in testi redatti dal Vaticano, in particolare dal Concilio Pontificio per la Famiglia e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, all’inizio degli anni 2000. I primi interventi sono simultaneamente pubblicati in diverse parti del mondo : in Italia, in Spagna (all’Università di Navarra, fondata e gestita dall’Opus Dei), in Perù, in Ecuador, negli Stati Uniti (penso agli scritti di Dale O’Leary). Ma fino agli inizi degli anni 2010, la « teoria del gender » attraversa un periodo di relativa latenza, anche se convegni per « rivelarne i pericoli » cominciano ad essere organizzati dall’associazionismo cattolico in Spagna e in Italia. (Detto tra parentesi l’uso polemico di gender in inglese riattiva il topos conservatore secondo cui tale concetto sarebbe un’importazione made in USA, estraneo a contesti culturali e sociali non anglofoni al punto da essere intraducibile!).

La circolazione del discorso costruito attorno all’etichetta « ideologia del genere » opera principalmente attraverso le strutture transnazionali della Chiesa cattolica (in particolare attraverso le Conferenze episcopali nazionali, i Concili e le Accademie pontificie). L’Opus Dei, « prelatura personale » che dipende direttamente dal Romano Pontefice, è un altro dei principali vettori della crociata. La struttura transazionale della Chiesa e le sue ingenti risorse economiche hanno permesso una diffusione rapida e capillare non solo del dispositivo retorico di cui l’etichetta « teoria del genere » è il cardine, ma anche della strategia di comunicazione e di presentazione di sé degli attivisti che l’hanno veicolata e, nel corso delle manifestazioni di piazza, incarnata (stesso logo, stessa grafica, stessi slogan). Una delle caratteristiche di tale crociata è stata proprio quella di poter coniugare una dimensione strutturalmente transnazionale (che spesso passa inosservata nei diversi contesti nazionali in cui essa si dispiega) ad una grande capacità di adattamento ai differenti spazi nazionali (penso, ad esempio, al diverso uso della nozione di omofobia o al riferimento al femminismo in Francia e in Italia).

– Quali i motivi del suo successo sia a livello sociale che istituzionale?
La domanda è tanto importante quanto difficile è la risposta! Per poter fornire qualche elemento di risposta e di riflessione, direi che una tale etichetta ha funzionato politicamente come un segnale di adunata che, costituendo un nemico comune, ha permesso la costituzione di un vasto fronte di mobilizzazione che va ben oltre la Chiesa cattolica e riunisce istanze (religiose o meno) che difendono l’idea della trascendenza dell’ordine sessuale. L’espressione è, poi, uno slogan ed uno specchio deformante di analisi e rivendicazioni (spesso non omogenee, né comparabili), che ha facilmente impressionato i media, anche grazie alle « strategie di presentazione di sé » dei militanti che l’hanno impiegata. In pochi mesi, in Francia e, poi, in Italia sono spuntati come funghi nuovi gruppi militanti che si presentano sotto nuove vesti, rielaborando sovente codici di presentazione di sé dei loro avversari.

Una tale operazione di lifting formale si è combinata con forme di eufemizzazione delle retoriche utilizzate. Il pathos ha lasciato il passo al logos (in realtà a forme di tautologia!): dalla patologizzazione delle persone queer si passa ad affermare che la famiglia naturale esiste e che è quella coniugale ed eterosessuale. Si inventa la figura del bambino che avrebbe diritto ad una madre e ad un padre (ma i bambini non hanno diritto di crescere con i genitori che li hanno voluti e che li amano in un ambiente che non li discrimina in base al sesso o al numero dei genitori?). Si lotta in nome della « libertà di espressione » presentandosi come le vittime di una dittatura colonialista – tra le icone usate dai militanti reazionari c’è Gandhi! – (ma i pregiudizi sull’inferiorità delle persone omosessuali e trans non cozzano contro il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancito dalla nostra Costituzione?).

I militanti « antigender » si dicono apolitici laddove i principali attori della campagna sono, prendo il caso dell’Italia, gli stessi che si sono mossi in occasione del Family Day del 2007. Tra di essi: il Forum delle Associazioni familiari, e, tra i più attivi, Giuristi per la Vita, Alleanza cattolica (cui, ad esempio, le «Sentinelle in piedi» sono giuridicamente riconducibili). La « teoria del genere » è, dunque, un’etichetta-slogan al cuore di un dispositivo retorico che riformula una visione in cui l’eterosessualità e la complementarietà tra i sessi sono pensati come fatti di natura. Il sintagma è pensato per impressionare e convincere non gli avversari – che d’altronde non possono riconoscersi nella caricaturizzazione delle loro posizioni – ma i terzi: i legislatori, i parlamentari, i giornalisti, gli elettori sono i veri destinatari di tale discorso.

– Come vedi in questo momento la situazione in Europa e in particolare in Italia?
Il periodo politico che stiamo attraversando mi pare particolarmente preoccupante, caratterizzato com’è da un neoliberalismo e da un neoconservatorismo egemonici e, per così dire, autorinforzantisi. Ciò produce, da un lato, una doxa in cui il mondo sociale è pensato come luogo di incontro ed interazione tra individui (e non tra classi sociali legate da rapporti di dominazione) e, dall’altro, forme di riontologizzazione dei gruppi (in particolare dei gruppi di sesso!). L’acritica reazione dei media francesi rispetto alla retorica dei conservatori dell’ordine sessuale durante il dibattito parlamentare sulla legge detta “mariage pour tous” è stata sconfortante. Non solo, salvo rarissime eccezioni, non hanno analizzato la genesi e il contenuto del discorso cosiddetto « anti-gender», ma hanno contribuito a veicolarlo! Non di rado una delle domande che venivano formulate agli invitati nei diversi media era: « Lei è a favore o contro la teoria del genere? ».

La forza, la violenza e il successo di una tale crociata reazionaria hanno anche prodotto forme di reazione collettiva da parte di militanti o ricercatori. Penso, ad esempio, al convegno Habemus Gender! Decostruzione di un contrattacco religioso che ha riunito decine di ricercatrici e ricercatori all’Université libre de Bruxelles nel maggio del 2014, costruendo uno spazio di dialogo e di confronto che ha permesso di indagare il modus operandi di tale dispositivo reazionario, studiandolo in modo diacronico e sincronico. Da un lato, esso è apparso come una rielaborazione inedita di ben note posizioni reazionarie della Chiesa in tema di questioni sessuali.

In tal senso, « l’ideologia del gender » è un nuovo episodio nella lotta di più lunga durata che il Vaticano conduce nei paesi di tradizione cattolica per il mantenimento del privilegio di definire cos’è famiglia (o coppia) in un dato contesto nazionale. Dall’altro, lo studio comparato di tale dispositivo ha permesso di far emergere come esso si declini plasticamente a seconda dei diversi contesti nazionali. In Italia sono state molte le forme di risposta militante alle veglie delle Sentinelle di Alleanza cattolica. Sono inviti per tutt* noi a continuare a lottare per contrastare la forza e la pervasività del sistema di inferiorizzazione materiale e simbolica delle persone omosessuali, trans e queer.

fonte: zeroviolenza.it

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