Micol Tuzi: la buona scuola siamo noi

Micol Tuzi, direttivo nazionale CGIL.

I servizi educativi e scolastici 0-6 anni, elementi di qualità del lavoro e del servizio.

Riferimenti normativi:
Legge delega “La buona scuola”Art 22 comma I.
Maxiemendamento “Puglisi” al senato, art 1, comma 178, lettera e.
DDL Puglisi depositato in senato, n. 1260

Iscritte ed iscritti, delegate e delegati rsu della cgil settore nidi e infanzia, hanno in questi anni dato vita ad un percorso di elaborazione di proposte volte a contrastare la progressiva privatizzazione dei servizi all’infanzia e dismissione da parte del soggetto pubblico (stato ed enti locali) del suo ruolo di gestore diretto di asili nido e scuole dell’infanzia, con particolare riferimento ai comuni.
Dalle manovre di Brunetta e Monti ad oggi, sono stati smantellati i pilastri su cui si reggeva il sistema di educazione ed istruzione Pubblico descritto nella costituzione: laico, inclusivo, gestito direttamente dallo stato e dalle autonomie locali, entro cui il privato può esistere ma “senza oneri per lo stato”. In un contesto così delineato, vi sono interventi politici e sindacali che non possono più essere rimandati nel tempo. Tra essi lavoratori e delegati individuano:
La necessita’ di ripristinare il fondo nazionali per gli asili nido, per la non autosufficienza e tutti gli altri fondi nazionali e regionali dedicati al welfare ed all’istruzione;
Ripristinare pieni trasferimenti di risorse economiche agli enti locali gestori diretti di servizi di educazione/istruzione/assistenza;
Lo sblocco del turnover imposto da Brunetta, almeno per quanto riguarda i servizi educativo/scolastici, nei quali occorre rispettare rapporti adulto/bambino fissati per legge;
Trarre la spesa per il personale educativo e scolastico fuori dai patti di stabilità interna delle autonomie locali e da ogni vincolo ad esse imposte in materia di finanza generale;
Stabilire la differenza tra i servizi educativi e scolastici e quelli conciliativi e di cura, mantenendo al centro del ragionamento i diritti dei bambini e non le richieste del mercato;
Chiarire una volta per tutte che cosa significa per noi “offerta pubblica”, partendo nel fare questo da presupposti costituzionali e di garanzia dell’universalità del diritto di bambini e lavoratori;
Stabilire, entro i sistemi misto/integrati, una percentuale minima garantita di servizi a gestione diretta pubblica. Questo perchè se un ente locale disimpara a fare, col tempo disimpara anche a controllare. Inoltre non deve scomparire lo standard di servizio che costituisce il parametro rispetto al quale tutte le altre tipologie di offerta e di gestione devono tendere (in termini di qualità del servizio e trattamento dei lavoratori) per poter concorrere sul mercato rispetto ad un’offerta gratuita e qualitativamente alta.
Riprendere i processi di stabilizzazione del personale precario, anche alla luce delle recenti sentenze della corte europea, al fine di garantire continuità educativo/didattica per i bambini ed occupazionale per i lavoratori;
Prevedere inquadramenti contrattuali e trattamenti salariali dignitosi per chi lavora con l’infanzia. Occorrono uno stipendio adeguato agli standard europei, la garanzia dei diritti (malattia, infortunio, maternità, riposi, ma anche la libertà di insegnamento), il rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro e prevenzione del burn-out (il lavoro educativo è un lavoro usurante), la previsione di adeguati percorsi di uscita e ricollocazione professionale quando non si è più in grado di lavorare nella scuola, la riapertura di un ragionamento relativo all’età pensionabile di chi lavora con i più piccoli, la formazione iniziale ed in servizio garantita, turni di lavoro non troppo lunghi, una quota di “monte ore” qualificante il lavoro frontale coi bambini da spendere per progettazione, incontri collegiali, formazione, cura delle relazioni con le famiglie. In educazione la qualità del lavoro ed il trattamento riservato al personale non possono essere considerati variabili indipendenti rispetto alla qualità del servizio erogato;
Generalizzare la figura del coordinatore pedagogico;
Porre attenzione straordinaria al sud Italia, territorio nel quale, purtroppo, siamo ben lontani sia dagli standard di copertura di servizi per l’infanzia previsti a Barcellona (33% sull’asilo nido), che da forme gestionali, modelli organizzativi e progettazione pedagogica in grado di garantire tanto la qualità del servizio che del lavoro;
Un’attenzione particolare dev’essere dedicata, assieme allo stanziamento di risorse ad hoc, al personale di sostegno all’integrazione/inclusione dei bambini disabili;
Rivendicare per tutte le lavoratrici ed i lavoratori dei settori privati o privato sociali “parità di trattamento a parità di prestazioni”, in termini di salario, trattamento previdenziale, inquadramento e diritti. Naturalmente i contratti da prendere a riferimento nel fare questo sono quelli delle autonomie locali o della scuola.
Mettere mano una volta per tutte alla normativa sugli appalti, poiché è insostenibile il concetto che possano garantire le condizioni di cui sopra le cooperative che si aggiudicano la gara per “migliore offerta economica”.
ANALISI CRITICA DEL MAXIEMENDAMENTO PUGLISI PASSATO AL SENATO: UN GIUDIZIO A LUCI E OMBRE
Articolo 1, comma 178, lettera E : si parla di 0-6 anni.
Ho avuto la fortuna di incontrare ieri (24 giugno) per lavoro Lorenzo Campioni del gruppo nazionale nidi, il quale ci ha presentato e spiegato pro e contro di questo maxiemendamento, suggerendoci – in caso esso passi – di prestare grande attenzione alle circolari applicative.
Stante l’analisi di Campioni, gli elementi di pregio sono i seguenti:
– Compare la esplicita dicitura “scuola dell’infanzia”, riconoscendo che la scuola resta scuola, non diviene “servizio alla persona” (come temono le insegnanti d’infanzia): delle due è il nido che viene “elevato” a servizio pienamente educativo, sotto ministero dell’ istruzione;
– Compare la prescrizione a definire i “LEA” delle prestazioni della scuola dell’infanzia e dei servizi educativi all’infanzia previsti dal nomenclatore interregionale a livello nazionale (con forte sostegno in particolare del meridione);
Prescrive di fissare standard strutturali, organizzativi, qualitatativi uguali in tutto lo stivale. Tra questi: presenza del coordinatore pedagogico, compresenze, rispetto delle indicazioni nazionali per il curricolo;
– Toglie i nidi dai servizi a domanda individuale;
– Prevede l’istituzione di una quota capitaria (fondo nazionale) per finanziare i servizi 0-6 anni attraverso trasferimenti diretti statali o con la gestione diretta da parte delle autonomie locali;
– Prevede la copertura dei posti in organico su scuola infanzia attraverso le GAE.
CIO’ DETTOSI PERMANGONO NEL MAXIEMENDAMENTO ALCUNE AMBIGUITA’DA CHIARIRE ED ALCUNI LIMITI DA SUPERARE:
Dalla discussione seguente all’analisi di Campioni, emerge che noi dovremmo concentrarci sui seguenti punti di attenzione, poichè le prescrizioni generali saranno da specificare con i decreti applicativi:
– Quale definizione dei compiti di regioni ed enti locali? Quale ruolo avrà in “pubblico”?
Che cos’ è “il pubblico”, all’interno di sistemi gestionali misto/integrati? Occorre concentrarci sulle forme di gestione dei servizi educativo/scolastici: occorre affermare con forza che il pubblico VERO è solo il servizio educativo o scolastico DIRETTAMENTE GESTITO DALLO STATO O DAL COMUNE. Tutte le altre forme di gestione attraverso ENTI STRUMENTALI (istituzioni – asp – aziende pubbliche – fondazioni – etc…), attraverso APPALTO A SOGGETTI PRIVATO SOCIALI (cooperative, associazioni onlus o sportive, etc…), oppure attraverso CONCESSIONI A SOGGETTI PRIVATI PURI rappresentano altrettanti progressivi allontanamenti dal concetto di “pubblico” secondo una lettura costituzionalmente orientata. In quest’ultima chiave di lettura infatti “pubblico” non significa solo “di tutti”, ma richiama al concetto di garanzia dei diritti infungibili , mettendo al centro la persona (adulto o bambino che essa sia – si veda la dichiarazione dei diritti del bambino del 1989), la sua tutela ed il suo benessere, anteponendo essa alle richieste spesso fameliche del mercato, cui ogni altra forma di gestione sopra elencata è indiscutibilmente più esposta. (Esempio: che succede se la Coop che diventa stakeholder della istituzione? Cosa chiederà in cambio del finanziamento? Oppure “Buonanotte fiorellino” di Roma, che sta aperto di notte)
– Occorre operare una netta distinzione tra servizi propriamente educativo/scolastici e servizi “conciliativi” (vedi legge regionale E.R. n. 6 – 2014), senza fare di tutte le erbe un fascio come nel maxiemendamento. Questi servizi rispondono ad obiettivi e bisogni di tipo diverso, fare confusione comporta il rischio di snaturarne modello organizzativo, efficacia e funzioni.
– Occorre ripensare il rapporto tra diritti e bisogni del bambino e richieste di flessibilità del mercato: su questo possiamo essere fermissimi, poichè la legge 176 – che recepisce la convenzione dei diritti del bambino del 1989 – mette GIURIDICAMENTE davanti alle richieste di flessibilità del mercato “il prioritario interesse del minore”;
– Se è necessario ricercare risposte diversificate ai bisogni della popolazione in termini di conciliazione, affido e custodia dei bambini, occorre puntare sulla flessibilità del sistema (diversificazione dei servizi) e non sulla flessibilità del singolo servizio, rischiando di snaturarne l’impianto pedagogico.
– Occorre infine ripensare le politiche fiscali, sociali e del lavoro in direzione di un’armonizzazione dei tempi di vita e di cura, per consentire la garanzia dei diritti dei bambini (dormire nei loro letti, “diritto alle ferie”, cioè stare un po’ anche a casa da scuola) e dei genitori che – quando nasce un bambino – hanno bisogno di un tempo da trascorrere insieme per diventare da coppia a genitori, da genitori a famglia. Ad esempio anziché chiedere ai nidi le aperture notturne e festive, potremmo batterci contro le liberalizzazioni eccessive nel commercio e richiedere di chiudere i centri commerciali nei festivi e di notte. Trattasi di un un più ampio ragionamento persino culturale (cultura dei rapporti sociali anziché dei consumi).Questo influirebbe positivamente anche sulla longevità delle unioni familiari e sulla qualità della vita delle persone.

Ovviamente – a mio modo di vedere – dalla definizione dei diritti del bambino e della qualità educativa vera, discende come corollario la tutela del diritto dei lavoratori dell’infanzia.
Un’ultima suggestione può essere quella di ragionare in termini di ripristino delle reti familiari, della cittadinanza attiva, della co-genitorialità, riallacciando legami, ritessendo reti sociali più o meno formali, anziché parlare sempre e solo di “istituzionalizzazione” dell’infanzia.
Questo anche nell’ottica della promozione e della diffusione della cultura dell’infanzia in una società che può e deve farsi autentica “comunità educante”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: