Buon lavoro!

Il Jobs Act riuscirà davvero a migliorare le condizioni di chi oggi è fuori dal mercato del lavoro o è relegato nel suo segmento invisibile, sommerso e malpagato? E ammesso che alcune migliaia di disoccupati possano beneficiare della decontribuzione triennale prevista nella legge di stabilità per i neo-assunti nel 2015, cosa succederà loro quando i tre anni saranno finiti?
Libertà di licenziare, demansionamento, mantenimento delle tipologie contrattuali esistenti ed estensione del lavoro usa e getta sono ricette che rafforzano il potere delle imprese mettendo sotto scacco e gli uni contro gli altri i lavoratori. Chi afferma che questo è il prezzo per rilanciare l’economia e uscire dalla crisi, identificando nel costo del lavoro l’unica variabile dipendente per aumentare la produttività e la “competitività” del nostro Paese, non sbaglia: compie un inganno. Consapevolmente. E lo fa perché assume come unico punto di vista quello delle imprese.
Nel suo Workers Act Sbilanciamoci! parte da una prospettiva diversa, quella delle persone che lavorano o che non lavorano ancora.
Una politica pubblica per il lavoro potrebbe essere indirizzata a:
a) rafforzare (anziché indebolire) i diritti e le tutele dei lavoratori dipendenti favorendo la loro effettiva stabilizzazione;
b) investire nella creazione diretta di occupazione pubblica;
c) reindirizzare gli investimenti privati nei settori buoni dell’economia;
d) redistribuire il lavoro grazie a una riduzione sussidiata dell’orario di lavoro;
e) favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro con misure che incentivino l’equa ripartizione del lavoro di cura tra uomini e donne e contrastino la segregazione di queste ultime nei segmenti meno qualificati del mercato del lavoro;
f) estendere diritti e protezioni sociali ai lavoratori non dipendenti;
g) riformare il sistema di welfare rendendolo universale in modo da assicurare la continuità di un reddito minimo garantito e dignitoso a tutte le persone.

Alcune proposte
250 mila nuovi posti di lavoro pubblici
Il governo può lanciare un Piano per il lavoro con nuove assunzioni nel settore pubblico in alcuni settori chiave: istruzione e salute pubbliche di qualità, servizi per le persone, mobilità pubblica sostenibile, interventi contro il dissesto idro-geologico, manutenzione del patrimonio artistico e culturale, sviluppo delle infrastrutture culturali e sostegno alla ricerca pubblica. Con un  investimento annuo di 5 miliardi, si potrebbero creare circa 250mila posti lavoro aggiuntivi l’anno.

Lavori di qualità
Un piano d’investimenti pubblici e privati per uno sviluppo di qualità potrebbe essere avviato utilizzando fondi europei, la liquidità creata dalla BCE con il Quantitative Easing, il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, fondi pensione e d’investimento, con incentivi pubblici e sgravi fiscali per le imprese. Gli interventi dovrebbero delineare una nuova politica industriale del Paese, con lo sviluppo di attività economiche in tre ambiti prioritari: a) la sostenibilità ambientale, le energie rinnovabili, il risparmio energetico, la bio-edilizia; b) la diffusione di applicazioni delle tecnologie dell’informazione e comunicazione; c) il settore della salute, del welfare e delle attività di cura, in cui va rilanciato il ruolo dei servizi pubblici. Investimenti mirati potrebbero inoltre sostenere utilmente le molteplici forme di altraeconomia presenti nel nostro Paese.

Ridurre gli orari
Redistribuire il lavoro
Se manca il lavoro per tutti, va redistribuito quello che c’è. Ma come si possono affrontare le conseguenze sui salari e sui costi delle imprese? Si potrebbe calibrare il carico fiscale e contributivo sul salario a seconda della durata dell’orario, alleggerendolo per gli orari ridotti e aggravandolo per quelli di più lunga durata prevedendo una prima fascia oraria (e il reddito monetario corrispondente) esente da ogni onere fiscale e contributivo tanto per il lavoratore che per l’impresa; per gli orari di lavoro più lunghi, l’incidenza fiscale e contributiva aumenterebbe fino a corrispondere, per le 40 ore settimanali, all’ammontare attualmente vigente.

Servizio Civile Nazionale
La bozza di disegno di legge delega di riforma del Terzo settore, in discussione in Parlamento, prevede la trasformazione del Servizio Civile Nazionale in Servizio Civile Universale. Il governo intende partire dal 2017 con 100.000 giovani coinvolti. Nel periodo 2007-2011 i posti messi a bando sono stati quasi 156.000, ma le domande presentate sono state 432.000. La dotazione prevista è di 113 milioni per il 2016 e per il 2017, ma per garantire anche solo 50mila posti nel 2016 servirebbero almeno 300 milioni di euro. Sbilanciamoci! propone che un finanziamento annuale di 840 milioni di euro sia destinato ad attivare circa 150mila giovani l’anno in attività utili alla collettività.

No alla possibilità di licenziare
Il diritto di lavorare in condizioni eque, umane e dignitose non può essere sacrificato al diritto arbitrario di licenziare. È quest’ultimo che il Jobs Act ha sancito consegnando il contratto di lavoro nelle mani del datore di lavoro. Le modifiche all’art.18 dovrebbero essere cancellate ripristinando la tutela piena del lavoratore e il suo reintegro sul posto di lavoro nei casi di licenziamento illegittimo.

Tuteliamo il contratto nazionale
Occorre rafforzare la contrattazione nazionale abolendo la norma del D.L.138/2011 che ha reso possibile introdurre contratti aziendali o territoriali di prossimità, con condizioni peggiori rispetto al Contratto nazionale di lavoro e alla legislazione sul lavoro.

La riduzione delle tipologie contrattuali
Una riforma del sistema delle tipologie contrattuali dovrebbe prevedere la drastica riduzione delle forme contrattuali. I contratti di lavoro dovrebbero essere ridotti ai seguenti: a) il contratto a tempo indeterminato, con il ripristino dell’articolo 18 e la sua estensione alle imprese sotto i 15 dipendenti; b) il contratto a termine, suscettibile di un solo rinnovo, con la reintroduzione della giustificazione causale; c) il contratto di apprendistato, condizionato all’assunzione di almeno il 50% degli apprendisti già impiegati; d) il contratto part-time; e) una gamma ridotta di tipologie di lavoro di autonomo cui dovrebbero essere estese alcune tutele di base (gravidanza, malattia, infortunio). Il ricorso al lavoro accessorio retribuito con i voucher andrebbe ricondotto alla sua originaria funzione.

Lavoro autonomo
Nell’ambito del lavoro autonomo “puro” andrebbero introdotte due tipi di tutele. La prima dovrebbe tutelare i lavoratori da committenti che abusino della propria posizione dominante, imponendo clausole vessatorie e ritardando i dovuti pagamenti. La seconda dovrebbe assicurare ai lavoratori autonomi le protezioni sociali previste per i lavoratori dipendenti in caso di gravidanza, malattia, infortunio, disoccupazione, ma anche per il bisogno di formazione e di aggiornamento professionale. Sarebbe inoltre auspicabile una riforma del trattamento fiscale riservato ai lavoratori a partita Iva.

Pensione per tutti
Un modello pensionistico più giusto dovrebbe muoversi in due direzioni. La prima è adeguare il sistema di ammortizzatori sociali, istituendo un reddito minimo che offra idonea copertura a tutti coloro che, temporanea-mente o per lunghi periodi, non trovano un lavoro; offrendo adeguati servizi per l’impiego e per la formazione; garantendo contributi pensionistici figurativi, per compensare tutti i periodi di non lavoro e garantire la continuità nel tempo della contribuzione. La seconda è l’introduzione di una pensione universalistica, non sottoposta alla prova dei mezzi, sostanzialmente un assegno sociale (attualmente fra 460 e 640 euro mensili) pagato a tutti gli anziani, a prescindere dall’aver o meno contribuito al sistema pensionistico. Su questa pensione si innesterebbe poi la pensione contributiva.

Reddito minimo per tutti
Le trasformazioni che hanno interessato il mercato del lavoro rendono necessario assicurare un reddito minimo universale e incondizionato a tutti. Il sussidio deve essere tendenzialmente universale – rivolto all’ampia platea degli “occupabili” (lavoratori sia effettivi che potenziali, sia dipendenti che indipendenti) ma deve essere anche incondizionato, in quanto giustificato dalla condizione del lavoratore. Il “reddito minimo” così inteso diventerebbe un elemento unificante del sistema di protezione sociale, offrirebbe il riconoscimento di un diritto di cittadinanza e avrebbe l’effetto di ridurre le disuguaglianze.

Tempi di vita e di lavoro
Sbilanciamoci! propone di assicurare un assegno di maternità universale per cinque mesi, pari al 150% della pensione sociale, a tutte le madri, indipendentemente dal fatto che siano dipendenti o autonome, che siano stabili o precarie, che lavorino o che siano disoccupate. L’assegno di maternità dovrebbe comprendere il riconoscimento di cinque mesi di contributi figurativi da distribuire su entrambi i genitori. L’assegno dovrebbe essere posto a carico della fiscalità generale.

Il Workers Act
è disponibile on line su
http://www.sbilanciamoci.org

fonte: sbilanciamoci.org

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