Oggi voglio parlarvi dei miei eroi

Vediamo se si riesce a scrivere qualche riga da Lashkar-gah senza necessariamente parlare di morti, di spari, di ferite del corpo e dell’anima. Vediamo se si riesce a “raccontare” senza dover per forza incanalarsi in quella dolorosa monotonia degli accadimenti – guerra, feriti, mass casualty, guerra, feriti, mass casualty… – che caratterizza le giornate di questa regione dell’Afghanistan.
Parliamo di persone allora, ma non di pazienti, parliamo della vita della gente ma senza metterci di mezzo carrozzine o protesi. Oggi voglio parlarvi dei miei eroi.
Voglio parlarvi di Shah Wali, di Juma Gul, di Soraya e Nazu, di Salim e di tanti altri con nomi quasi identici, Quadratullah, Esmatullah, Samiullah, Ekhmatullah… Sono il nostro staff locale. Oggi loro sono i miei eroi.
I miei eroi sono i chirurghi che lavorano qui fin da quando questo ospedale è stato aperto, e che da più di dieci anni passano i giorni e le notti in sala operatoria a riparare i danni fatti spesso da loro fratelli ad altri loro fratelli.
A ciascuno di loro, almeno una volta, è capitato di operare un parente, un vicino di casa, un amico. A ciascuno di loro, almeno una volta, è successo che fosse troppo tardi per poter operare un parente, un vicino di casa, un amico.
I miei eroi sono i nostri infermieri, quelli che quando c’è una mass casualty in città si presentano al cancello dell’ospedale pochi minuti dopo l’esplosione, anche se non sono in servizio e non sono stati chiamati da nessuno, e subito chiedono di poter indossare la divisa e dare una mano. A molti di loro è successo, almeno una volta, di presentarsi al cancello senza divisa, perché vittime loro stessi dell’esplosione.
Le mie eroine sono le nostre infermiere che lavorano nel reparto femminile e pediatrico, che talvolta sfidano persino le loro famiglie, pretendendo che gli venga concesso di fare anche i turni di notte, perché loro sanno che nel nostro ospedale le cure non si interrompono col calare del sole.
I miei eroi sono i nostri giardinieri, che anche adesso mentre sto scrivendo sono là fuori, ad annaffiare e potare piante e fiori. E adesso, mentre sto scrivendo, là fuori ci sono 48 gradi. Però poi, quando fa meno caldo, attorno a quei giardini di rose, di girasoli e di cespugli fioriti si radunano i pazienti dell’ospedale. E quei pochi metri quadrati di colori e di pace diventano il loro punto di ritrovo, il loro sfogo per lo sguardo e per la mente.
Sono i miei eroi anche i cuochi, quelli che durante il mese di Ramadan, come tutti gli altri, non mangiano e non bevono durante il giorno. Ma durante tutto il giorno preparano riso e verdure, patate e carne, diete speciali per chi non può masticare e iperproteiche per chi ne ha bisogno. Perché l’alimentazione fa parte della cura non meno di una flebo di antibiotico. Loro, i miei eroi, lo sanno.
I miei eroi sono le nostre guardie, “armate” solo di una ricetrasmittente, che passano i giorni di lavoro fuori dal cancello a vedere chi entra e chi esce, a sentire che aria tira in città, ché questa si sa non è una zona tranquilla, ma l’ospedale dev’esserlo, se no i malati come fanno?
Le mie eroine sono anche le donne della lavanderia, oh si, lo sono. Quelle che ogni mattina portano pacchi di lenzuola candide, e che poi se le vedono ritornare rosse come le rose del nostro giardino. Sono loro che ogni volta fanno la magia.
E poi i cleaner, altri eroi armati di ramazza e strofinacci. Ad alcuni di loro mancano delle dita, o tutta la mano, perché alcuni di loro, appunto, i letti dell’ospedale prima di pulirli li hanno provati.
Oggi i miei eroi sono loro. Qui con noi sono circa 400. Non hanno supermuscoli né superpoteri, ma poter dire di averli incontrati rimette in pace con la vita

 – Roberto, infermiere di Emergency in Afghanistan
fonte: emergency.it
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