D’Alessio: la lezione della Fiom di Pomigliano contro la “rivoluzione”di Marchionne

Quando nel 2010, a Pomigliano, ebbe inizio quella che tutti ricordano come la “rivoluzione marchionniana”, tanti cercavano di convincerci che sarebbe stato il caso di sottostare al volere della Fiat, spiegandoci che ciò che stava accadendo altro non era che l’evoluzione naturale dei rapporti sindacali. Il mondo stava cambiando e con esso quello del lavoro e noi, si diceva, non potevamo permetterci di restare ancorati a vecchi paradigmi, non potevamo gridare alla luna vecchi slogan invocando diritti e democrazia perché avremmo rischiato di scomparire sotto i colpi del nuovo che avanzava. Oltre alla stragrande maggioranza del mondo politico, la stessa Cgil, forse timorosa di intraprendere quella dura battaglia, non solo ci suggeriva di apporre una firma tecnica ma in alcuni casi mentre noi combattevamo in fabbrica quell’accordo, alti dirigenti dell’organizzazione si esponevano in prima persona mediante qualche comunicato stampa dando chiare indicazioni di voto favorevole al referendum. Nei vari direttivi, a tutti i livelli e in ogni territorio ci ripetevano sempre che la Fiom, e quindi la Cgil, non poteva rischiare di ritrovarsi cancellata dalla Fiat. Noi, da parte nostra, cercavamo di spiegare che non potevamo accettare di firmare quell’accordo e che per difendere proprio la Cgil e la sua storia dovevamo combatterlo perché esso snaturava la funzione stessa del sindacato relegando i delegati nelle fabbriche a semplici guardiani di un regolamento. Lo scontro fu dei più duri ma noi, contro tutto e tutti, tenemmo duro. Sapevamo che quell’accordo, oltre a non prevedere un vero e proprio piano industriale capace di garantire il rientro di tutte le maestranze, nei fatti peggiorava le condizioni di chi lavorava e, come se non bastasse, con il tempo avrebbe prodotto anche forti discriminazioni. Come andò poi è storia nota a tutti. La Fiom venne estromessa dalla fabbrica, furono tenuti fuori tutti i delegati e gli iscritti alla nostra organizzazione; mentre la Fiat, uscita da Confindustria, sul modello dell’accordo di Pomigliano si fece un proprio contratto che estese poi a tutto il gruppo. Quello che doveva essere un caso isolato divenne il modello applicato in Fiat. In quella fabbrica sotto le continue minacce dell’azienda perdemmo man mano tutti gli iscritti. Il messaggio era chiaro: “Se sei un iscritto Fiom rischi di non rientrare più al lavoro!”. Ma anche nei momenti più difficili sapevamo che non potevamo permetterci di abbandonare quella che era diventata la madre di tutte le battaglie. La Fiat non stava mettendo in discussione solo diritti acquisiti in anni e anni di lotta, ma oltre i cancelli delle fabbriche era messa in discussione la democrazia stessa. La Fiat lo diceva a chiare lettere: “Esisti solo se accetti le mie regole”. Dopo una lunga battaglia condotta fuori ai cancelli della fabbrica e nelle aule dei tribunali, la Fiat venne condannata per discriminazione e fu costretta a riassumere gli iscritti alla Fiom. Poi ci fu la sentenza della Corte Costituzionale che condannò il comportamento dell’azienda e ribadì il concetto secondo il quale questo è un Paese libero ed in quanto tale nessuno può negare il diritto a qualsiasi organizzazione sindacale di esistere solo perché non ha firmato un contratto. Rientrammo in fabbrica cercando pian piano di ricostruire un rapporto con quei lavoratori che erano stati quasi convinti negli anni che la Fiom non sarebbe più rientrata e che l’unica strada da percorrere per poter continuare a lavorare sarebbe stata quella del silenzio e del sottostare alle dure condizioni di lavoro, alle continue minacce con la perenne paura di finire fra quelli che ancora oggi sono fuori. Tutto questo con il consenso e la collaborazione dei sindacati firmatari che oramai erano diventati un efficace strumento nelle mani dell’azienda che li usava e li usa per ‘tenere buona’ la fabbrica. Infatti, grazie alle continue intimidazioni e alla sempre efficace scusa della crisi, fa straordinario nonostante ci siano ancora centinaia di lavoratori in contratto di solidarietà; inoltre qui non si denunciano gli infortuni e non si fanno assemblee per discutere di rinnovi contrattuali o di quello che più in generale accade nel Paese. Ma come ben sapevamo sarebbe arrivata la nostra occasione. A differenza delle elezioni della RSA dove ci tennero fuori con la solita scusa della mancata firma del contratto che regolava quelle elezioni, al momento del voto sulle RLS, dato che sono regolamentate dal testo unico sulla sicurezza, non hanno potuto fare altro che indire elezioni che prevedevano la presenza di tutte le organizzazioni sindacali. Prima di noi si era votato in altri stabilimenti, e i risultati che arrivavano dicevano chiaramente che la Fiom alle prime elezioni unitarie era stato il primo sindacato. La maggioranza dei lavoratori della Fiat stava dimostrando che, laddove esiste la possibilità di votare liberamente, votava la Fiom. Questi risultati ci davano forza e speranza, ogni numero che arrivava accresceva in noi la consapevolezza che avevamo ancora buone possibilità, nonostante tutto, di dire la nostra, di poter dire a Fiat che noi esistevamo ancora. Ma, così come ci aspettavamo, la Fiat scese in campo in maniera forte. Non si contavano le continue riunioni con capi e team leader dove si spiegava chiaramente che bisognava avvicinare tutti i lavoratori invitandoli a non votare la Fiom perché quello che era in gioco non era solo la futura RLS ma la sopravvivenza stessa dello stabilimento. Le organizzazioni sindacali firmatarie facevano comunicati nei quali spiegavano chiaramente che i lavoratori avevano con questo voto nelle loro mani la responsabilità del proprio posto di lavoro. Giravano continue voci che a Torino, prima di esprimersi sull’assegnazione o meno di un nuovo modello per Pomigliano, stavano aspettando l’esito delle elezioni. Mentre lavoravamo, sui tabelloni che segnano la produzione presenti sulle linee andavano, sulle note di “La storia siamo noi”, dei video che ripercorrevano gli anni precedenti esaltando la Fiat, con addirittura immagini dei delegati delle organizzazioni firmatarie in manifestazione. Un clima così terrificante che in qualsiasi Paese normale, in qualsiasi azienda normale, avrebbe scatenato le ire e l’indignazione di tutti, in Fiat, questa Fiat, è diventato la norma. Nel frattempo l’azienda e le organizzazioni firmatarie hanno rinnovato il CCSL, introducendo novità sia da un punto di vista normativo, come l’istituzione del “parlamentino” che deciderà a maggioranza della RSA se è possibile scioperare o meno, che da un punto di vista salariale, con minimi bloccati e variabile legato ai risultati dell’azienda. Il tutto tenendo fuori dalle trattative la Fiom. Ma nonostante ciò, la sera dello spoglio dalle urne uscirono ben 674 schede a favore della Fiom. Ben 674 lavoratori che sommati ai 128 degli enti centrali dove siamo diventati la seconda organizzazione dietro solo all’Associazione Capi e Quadri, non cedettero alle minacce e votarono la nostra lista e i nostri candidati. Il risultato di Pomigliano racconta molto più di quello che può sembrare: non si tratta di un semplice dato, di semplici numeri in semplici elezioni. Il dato di Pomigliano ci racconta molto di più, e insieme a quello degli altri stabilimenti dove si è votato ci descrive una parte di Paese che è stanca delle continue vessazioni, delle continue intimidazioni e delle dure condizioni di lavoro. Ci racconta di una parte di Paese che, nonostante venga messa dinanzi alla scelta di votare liberamente o perdere il posto di lavoro, sceglie di esercitare liberamente un diritto democratico senza paura. E credo che a distanza di cinque anni possiamo dire che quei dati ci dicono soprattutto che avevamo ragione. Oggi i lavoratori riconoscono alla Fiom quel coraggio, quell’impegno e quella capacità di stare dalla parte giusta anche quando tutti, compresa la Cgil, ci dicevano di abbandonare la lotta. I risultati delle prime elezioni libere in Fiat ci dicono che la Fiom, che è stata discriminata e allontanata fisicamente dagli stabilimenti, che è sempre stata accusata di voler far politica quando si è battuta dentro e oltre i cancelli delle fabbriche per una società più giusta e più democratica, che in questi anni è sempre stata presente in tutte le grandi battaglie che attraversano il Paese, quella Fiom che tanti vorrebbero vedere annientata e che anche in Cgil vedono non come una risorsa ma come un problema, deve continuare a lottare. Perché da oggi, oltre alla sempre ferma convinzione di fare la cosa giusta, la Fiom sta dimostrando che – a differenza di chi ha basato la propria azione sindacale sulla paura, di chi ha firmato accordi che discriminavano altre organizzazioni sindacali, di chi non reagisce dinanzi ai continui attacchi ai lavoratori e al mondo del lavoro portato avanti dai vari governi – cerca con un progetto che si basa sulla solidarietà e sulla democrazia di aggregare tutti i vari soggetti vittime di questa società, incontrando il consenso dei lavoratori. E per quanto riguarda Pomigliano, lì dove tutto è cominciato e dove tutto continua, possiamo solo dire che sono nati 674 fiori nel deserto e che presto diventeranno foresta. Ciro D’Alessio Delegato Fiom-Cgil alla Fiat (Fca) di Pomigliano (Na)

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