Sgrò: delirio e paura ad Atene, come ti addomestico la Grecia

Capita, anche nell’era degli ultra diffusi blog e social network e quando l’informazione circola a velocità considerevole, di restare sommersi da un indirizzo della stampa, a senso unico, che mortifica verità e consapevolezze sui fatti politici europei. Sulla crisi greca la stampa italiana, con qualche rara eccezione, ha prodotto informazione a senso unico, con il chiaro obiettivo di rappresentare la situazione drammatica del popolo greco, piegando tuttavia il dettaglio delle informazioni in direzione antitetica rispetto alla realtà. Mentre il peana dell’economia del rigore europeo si sollevava contro gli eretici del Governo Tsipras, i cantori dell’informazione di moda hanno descritto un paese in balia del terrore, attraversato da incertezze e folli reazioni e con una condizione generale della popolazione prossima all’insurrezione. A noi serve oggi ribadire non solamente la solidarietà nei confronti di un paese che sta tentando, in maniera esemplare, di riorganizzare un dibattito sull’efficacia delle strutture sovranazionali e sulla governance europea; in realtà ci preme sostanziare la nostra vicinanza politica nei confronti dell’attuale Governo greco, con il chiaro intento di evidenziare l’importanza e l’ampiezza degli sforzi che si stanno conducendo; per questo obiettivo, invitando tutti ad approfondire le notizie, senza limitarsi a quei lanci di agenzia che nel giro di qualche ora vengono smentite dai fatti concreti. Sarebbero quindi innumerevoli gli episodi e le notizie capovolte e stiracchiate che sono state prodotte al fine di disegnare un delitto di lesa maestà o la ribellione al sacro potere della Troika, da parte del popolo greco. Eppure la spinta di un referendum ha avuto l’ardire di sparigliare le carte dei potenti e nel contempo di smascherare la reale condizione del sistema europeo ed internazionale. Oggi noi siamo consapevoli che la crisi greca è la crisi dell’Europa e nessun organo di stampa può mistificare la sostanza di questa situazione. Potremmo pertanto ricordare la descrizione delle ribellioni e delle rivolte intorno al Parlamento durante le votazioni sull’accordo raggiunto da Tsipras, narrate da quasi tutta la stampa italiana minuziosamente, fino al momento del voto e, subito dopo, smentite dalle notizie che, a quel punto, in maniera disordinata sono giunte sui nostri schermi e hanno fotografato una situazione di certo meno problematica delle recenti e ripetute proteste di tutto il mondo della Scuola pubblica italiana nei confronti dei provvedimenti del Governo Renzi. E come dimenticare la notizia degli arresti, in una manifestazione che sembrava oceanica, ridottasi a qualche centinaia di partecipanti e, in ultimo, con la plateale evidenza che i fermati siano stati esponenti del mondo anarchico e tutti stranieri? Che dire poi dello sciopero del Pubblico Impiego? Ci saremmo aspettati maggiore sobrietà da quei giornali che abitualmente se ne sono infischiati del disastro prodotto in Italia sul lavoro pubblico, in questi anni, dai vari governi succedutisi e con gli ineffabili Ministri Brunetta, D’Alia e Madia. Perché questo interesse sullo sciopero del Pubblico Impiego greco? Certo, occorreva la massima attenzione riguardo alla possibile dirompenza di una nuova manovra che potrebbe mettere a rischio in Grecia altri 4.500 posti di lavoro e con tagli possibili per i salari di 20.000 dipendenti. Ma perché non adeguare allora le notizie e la sacralità dei testi giornalistici, quando nel nostro paese con il solo decreto Delrio e con la cancellazione delle Province si stanno mandando a casa diverse migliaia di precari (nella sola Sicilia sono quasi 2.000), con uno spostamento di circa 60.000 addetti e senza alcun interesse da parte della nostra carta stampata? Invece i nostri media, dimentichi della totale mancanza di notizie sul blocco dei contratti italiani da più di sei anni, hanno riportato lo sciopero del Pubblico Impiego greco come presa di nuova coscienza dei colletti bianchi, improvvisamente scossi dalla minaccia di devastazioni istituzionali e pertanto pronti a mettere il paese a ferro e fuoco. E, ancora una volta, ripreso il filo dei ragionamenti degli scorsi anni, quando davvero il Pubblico Impiego greco è stato destrutturato con licenziamenti e tagli dei salari, o con chiusura di servizi, senza che nessuno sapesse delle vere rivolte sul territorio greco, le fonti dirette del Sindacato Adedy dei pubblici dipendenti hanno ridimensionato l’astensione dal lavoro di questi giorni, a sacrosanta protesta nei confronti di un possibile ulteriore peggioramento delle condizioni generali dei lavoratori pubblici, dovuto all’applicazione degli accordi sul debito. Si consideri inoltre, fatto taciuto dai media, che il taglio delle rivendicazioni è stato conformato al sostegno dello stesso Governo, al fine di strutturare una trattativa europea che durerà ancora altri anni. Per noi l’addomesticamento della Grecia non può passare e dobbiamo ridare voce alla verità e alle notizie che provengono da Atene. La lezione greca deve servire a quanti intendano rimettere in discussione il funzionamento dell’Unione Europea, in direzione della solidarietà e della fratellanza tra i popoli e gli stati. L’Europa ha una possibilità di esistenza se alla crisi si tenterà di rispondere con misure diverse dal rigore e dalla demonizzazione della spesa pubblica e con pratiche solidali e di giustizia. Se non si riusciranno a ridurre le diseguaglianze oramai prodottesi su larga scala, ricordiamo i milioni di poveri registrati anche in Germania, non avremo un futuro di dimensione sovranazionale e di livello europeo. La lezione greca deve servirci per comprendere che è ancora possibile una via del ripensamento e di marca europeista, prima che prevalga il disfattismo nazionalista e xenofobo delle destre, pronte a cogliere i disastri delle politiche dell’austerità che stanno distruggendo le popolazioni europee. Occorre quindi uno scatto della politica, che deve riprendere la conduzione del sistema sovranazionale di governo europeo, rispetto alla gestione antidemocratica della finanza che si declina con le posizioni di Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale e Commissione Europea, organismi non votati da cittadini e con un potere senza controllo da parte di governi nazionali e cittadini europei.

fonte: Progetto Lavoro

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