Micol Tuzi: in pericolo la democrazia interna in CGIL

Micol Tuzi* – La proposta di trasferire alla conferenza di organizzazione i pieni poteri e titolarità assegnate al comitato direttivo della cgil – comprese le modifiche allo statuto della nostra organizzazione – mi vede contraria. Per il semplice motivo che è democraticamente inaccettabile trasferire ad un organo di apparato e composto da nominati (la conferenza di organizzazione) i pieni poteri di un organo di natura elettiva (il direttivo). Nonostante le decisioni prese in quella sede debbano avere la ratifica del comitato direttivo nazionale, una mera ratifica è cosa diversa da una discussione assembleare, articolata ed approfondita, che affondi anche su contenuti legati ai problemi che vive quotidianamente chi si trova sul luogo di lavoro, chi il lavoro non ce l’ha o l’ha perso, chi con la sua pensione non arriva alla terza settimana e tra non molto le cure mediche e l’assistenza se le dovrà pagare.

Questa conferenza di organizzazione parte, dunque, con il piede sbagliato.

Ugualmente, però, voglio soffermarmi su alcuni contenuti del documento di proposta che ritengo autenticamente pericolosi per la democrazia interna alla nostra organizzazione: mi riferisco in particolare ai passaggi relativi ai cambiamenti che si intendono attuare al nostro statuto, rispetto alle assemblee ed ai comitati degli iscritti.

L’attuale statuto della cgil prevede che siano gli iscritti e le iscritte, riuniti in assemblea, a concorrere a determinare la formazione delle decisioni del sindacato. Tradotto, sono gli iscritti e le iscritte al sindacato i titolari della “definizione della linea” del sindacato stesso, in maniera paritetica rispetto agli altri livelli dell’organizzazione. Tutti questi – iniziando dal comitato degli iscritti – si compongono per natura elettiva a partire dalle assemblee di base e a salire, attraverso meccanismi di democrazia rappresentativa.
Il comitato degli iscritti è una “vera e propria struttura verticale e orizzontale” (cit. Statuto), che concorre alla costruzione delle posizioni assunte dalla cgil e non soltanto – come si evince dal documento di conferenza di organizzazione – un luogo di semplice “diffusione delle posizioni assunte dalla cgil”.

Questo è inaccettabile, compagni, poiché rappresenta un totale rovesciamento del ruolo dei delegati e compressione degli spazi di democrazia e partecipazione.
Lo spazio che ha la base degli iscritti nel poter determinare la linea politica dell’ organizzazione misura la distanza che c’è tra l’organizzazione stessa e coloro i quali si propone di rappresentare.
Distanza che oggi rischia di farsi incolmabile, complici anche un ventennio di cattiva politica che ha devastato la cultura democratica e la coesione sociale.

Attenzione a ciò che rischiamo se accettiamo regole del gioco di questo genere, poiché le regole alle quali si gioca determinano i risultati delle partite.

Di qui un affondo sul nostro “fare politica”.

Se assumiamo la locuzione del fare politica nella sua forma partitica è chiaro che fare un partito non è il ruolo di un sindacato. Ma ipocrita sarebbe la posizione di chi sostiene – specialmente nella funzione pubblica – che noi con la politica non abbiamo niente a che fare.

Il nostro rapporto di lavoro, da Brunetta in qua, è dettato dalla legge.

Sono le leggi che riorganizzato il pubblico impiego (Madia), la scuola e l’educazione (la buona scuola), l’assetto delle istituzioni locali (vedi soppressione delle province) e stabiliscono la qualità del lavoro e del servizio che questi sono in grado di garantire.
Come posso io incidere sui “processi produttivi” di un asilo nido e della qualità del servizio che eroga senza sollecitare la politica a legiferare in maniera più equa in materia?
E si levino dalla testa le fantasie quelli che pensano che in qualche misura qualcuno in CGIL stia cercando di fare un partito: la società in cui viviamo – per i processi di cui sopra – è regredita ad uno stato prepolitico.

Occorre oggi, prima di costruire un qualsiasi partito, ripristinare cultura democratica, solidale, coesione sociale. Occorre che il pensionato povero si renda conto di appartenere alla stessa classe sociale del facchino straniero, che è la stessa del ricercatore precario, della dipendente pubblica col contratto fermo da 10 anni e il marito che ha perso il lavoro, della badante straniera e dell’operaio con l’azienda in crisi: la classe dei tanti, poveri, a cui stanno togliendo, contrapposta alla classe dei pochi, ricchi (in termini di risorse e potere) che sta prendendo.
Occorre creare una nuova “coscienza di classe” che parta dal lavoro ed includa anche chi, a vario titolo, il lavoro non l’ha più o non lo trova.
Credo che l’operazione di creazione della coalizione sociale di Landini vada esattamente in questa direzione e che il suo grande valore sia proprio il tentativo di riannodare i fili di un tessuto sociale stracciato e disgregato, in cui sta diventando difficile persino la garanzia per tutti dei diritti di cittadinanza. Questo è il significato autentico della “coalizione sociale”, e quelli sopra esposti sono i motivi per cui credo che essa vada sostenuta.

Un ultimo passaggio merita infine l’operazione di creazione delle “assemblee generali”, un apparente operazione di inclusività che in realtà nasconde il mero allargamento ad alcuni “nominati” delle platee atte ad eleggere i segretari generali. Questo,  alla luce dell’impianto complessivo del documento di conferenza di organizzazione, rischia di tradursi non in un reale gesto inclusivo, ma in un tentativo di autoconservazione miope e di breve periodo del gruppo dirigente attualmente insediato e dei suoi più fidi sostenitori..
Spieghiamoci meglio: il calo degli iscritti che anche la cgil ha dovuto registrare in combinato disposto con i tagli alle agibilità del pubblico impiego imposti dal decreto Madia, hanno determinato l’incresciosa situazione di dover “tagliare” e riorganizzare in senso restrittivo la platea dei nostri gruppi dirigenti, il parco funzionari e le agibilità tanto dei delegati che delle figure di apparato.

Nel documento stesso di conferenza di organizzazione stanno indicati restringimenti delle platee di direttivi ed accorpamenti di strutture e categorie. Alcuni funzionari prima in distacco sono tornati in produzione (soprattutto in FP, la mia categoria di appartenenza).
Le assemblee generali saranno composte dal 50% +1 di delegati in produzione. A questo punto si pone il tema della selezione dei delegati “in produzione” da inserirvi.

Sappiamo molto bene che, in varie situazioni, sono stati candidati nelle rsu veri e propri funzionari distaccati, che svolgono il loro mandato con le ore di RSU, ai fini di attuare le economie di scala di cui sopra.
Nel documento di conferenza di organizzazione sono valorizzati, inoltre, i ruoli di coordinatori dei comitati iscritti (in certi casi i funzionari a cui alludevo prima), del delegato alla tutela – che deve mantenere i rapporti col sistema di servizi, e di altre figure che negli assetti interni dei comitati iscritti rivestono ruoli particolari.
Sappiamo anche che, fino al prossimo congresso, saranno i direttivi ad eleggere i delegati membri delle assemblee generali – i quali, peraltro, godranno di quote privilegiate di agibilità.

Anche un bambino comprenderebbe che la scelta dei delegati in produzione da inserire nella platea delle assemblee generali non potrà che ricadere sulle figure che citavo prima. Ed essendo l’individuazione di esse legata non al risultato conseguito da questi ultimi in termini di rappresentanza RSU, ma – ancora una volta – a scelte interne alle istanze territoriali della cgil, il rischio concreto è quello che venga tacitamente attuata una selezione mirante ancora una volta all’autoconservazione degli assetti preesistenti, vestendo l’operazione di apparente allargamento degli spazi di partecipazione dei delegati.

In realtà una operazione di questo genere non può che determinare un ulteriore allontanamento da coloro che, nei luoghi di lavoro, ci proponiamo di rappresentare.

In conclusione il combinato disposto di questi elementi presenti nel documento di conferenza di organizzazione rappresenta l’ennesima dimostrazione della torsione autoritaria ed autoreferenziale in essere già da tempo in CGIL.

Se andiamo avanti così, rischiamo davvero di smarrire la nostra identità più autentica di ascolto, vicinanza e rappresentanza del mondo del lavoro, della nostra stessa base.
E ricordiamoci, compagni, che senza la base non possono esistere le altezze.

*componente del direttivo nazionale confederale della CGIL

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: