Microcredito: le ragioni per cui non decolla

hand full of money and holding a green plant

Isabella Caporaletti – Il Fondo Microcredito nasce allo scopo di concedere una garanzia pubblica sulle operazioni di microcredito per sostenere l’avvio e lo sviluppo della microimprenditorialità, in modo da aumentare la possibilità di accedere ai finanziamenti bancari.

Lo strumento non è nuovo, il Fondo PMI, all’interno del quale è stata istituita la sezione Microcredito, è stato istituito con la legge 662 del 1996 e da allora opera prestando garanzia sui finanziamenti che il sistema bancario concede alle PMI.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha disciplinato il Microcredito e creato un apposito fondo destinato a prestare garanzie alla microimprenditorialità.

Successivamente sono stati introdotte procedure molto semplificate e la possibilità per le imprese di prenotare la garanzia on line.

Alla sezione dedicata alla garanzia del microcredito il Ministero dello Sviluppo Economico ha destinato per l’anno 2015 trenta milioni di euro, cui si aggiungono i versamenti volontari effettuati da enti, associazioni, società o singoli cittadini. E’ a questo fondo che il Movimento 5 Stelle ha versato 10.000.000 di Euro provenienti dagli stipendi dei parlamentari.

L’iniziativa è lodevole, ma di fatto il Movimento 5 Stelle si è avvalso di uno strumento già esistente e che, seppur ben congegnato, nella prassi dell’utilizzo presenta diverse criticità.

Inoltre non è bene parlare di Microcredito a 5 stelle, perché il versamento del Movimento rappresenta il 25% delle risorse mentre il 75% è rappresentato dai fondi statali. Questo solo per chiarezza, non voglio infatti disquisire sull’opportunità e sulla validità di una simile scelta che può essere discutibile ma anzi, senza dubbio, coraggiosa, generosa e provocatoria verso i politici che antepongono il proprio interesse personale a quello della collettività.

Per funzionare, il meccanismo della garanzia pubblica ha bisogno di un intermediario, di solito una banca, ed ecco che compare la prima criticità.

Non potendo obbligare le banche a concedere finanziamenti in alcun modo, il MEF ha pensato di creare un sistema di garanzie pubbliche rilasciate a titolo gratuito, con dei requisiti che le rendono appetibili da parte delle Banche, per poter finanziare le imprese che non hanno a disposizione immobili o altre garanzie da offrire a presidio del rischio bancario.

Ovviamente una piccola parte del rischio, in genere il 20%, ricade sulle Banche, altrimenti i finanziamenti verrebbero dati con troppa leggerezza, ma non è questo che spaventa le banche. A spaventare le banche, semmai, è la complessità delle operazioni necessarie alla riscossione della garanzia, nell’eventualità che l’impresa non riesca a onorare il suo debito. Le incombenze tecniche e l’interminabile elenco di documenti da produrre per l’escussione della garanzia pubblica costituiscono un onere che, a volte, vanifica i guadagni prodotti dall’operazione, senza considerare poi le innumerevoli cause di inefficacia della garanzia che fanno rimanere la banca con in mano solo un pugno di mosche. Ne consegue che gli istituti di credito, se vogliono avvalersi della garanzia pubblica, devono assegnare una struttura tecnicamente in grado di supportarne la complicata operatività, infatti le piccole banche non sempre sono in grado di operare con il Fondo.

Chi mi conosce sa quanto io sia impietosa verso i banchieri, su questo punto tuttavia non posso non rilevare che la responsabilità maggiore ce l’ha il Ministero dell’Economia e delle Finanze che pur facendo da un lato sforzi enormi per la semplificazione, dall’altro ne vanifica gli effetti.

Se da un lato il MEF finanzia il fondo e addirittura lo apre ai versamenti privati, dall’altra lascia completa libertà alle banche di operare assegnando alle banche stesse la totale discrezionalità e rinunciando, di fatto, al ruolo di governo dell’economia generale dell’intervento pubblico previsto dall’articolo 41 della Costituzione Repubblicana.

Un’altra criticità non di poco conto, è l’obbligo per gli intermediari (pena l’inefficacia della garanzia), di fornire alle imprese servizi ausiliari di assistenza e monitoraggio per tutta la durata del finanziamento.

Ora, non solo le banche non sono attrezzate a fornire simili servizi, che tuttavia potrebbero anche essere affidati a soggetti specializzati (certamente con aggravio di costi per la banca che li ribalterebbe sull’impresa), ma evidenziano una contraddizione pesantissima che palesa la pressoché totale mancanza di colloquio tra il governo e l’associazione di categoria delle banche, l’ABI.

In occasione del rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei 300.000 bancari italiani, la piattaforma presentata dai Sindacati conteneva una parte qualificante sull’ampliamento dei servizi che le banche dovrebbero prestare ai cittadini. Si chiedeva all’Associazione Bancaria Italiana, di ampliare gli orizzonti delle attività tipicamente bancarie allargandosi fino alla consulenza, a un’assistenza della clientela a tutto raggio, nel difficile groviglio normativo e regolamentare entro cui sono costrette a muoversi famiglie e imprese su tutto il territorio nazionale.

Non solo l’Abi non ha voluto sentire ragioni, ma ha anche accusato i Sindacati di travalicare il campo di intervento su argomenti extra sindacali. In quell’occasione il MEF non si è azzardato a intervenire. Forse per il timore di urtare la suscettibilità di qualche banchiere miope?

Il risultato è che la maggior parte delle banche, non avendo alcuna intenzione di accrescere la gamma di servizi da offrire alla clientela, per la quale occorrerebbero consistenti investimenti in formazione, preferisce non avvalersi dello strumento e declinare le richieste di finanziamento delle imprese destinatarie del provvedimento.

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