Nuova élite operaia e strutture di movimento

Salvatore Lo Leggio – Un quarto di secolo fa “il manifesto” pubblicava queste riflessioni di André Gorz sulle modificazioni in atto nel lavoro operaio e sulle conseguenze sociali e politiche di questi processi. Mi pare che il tempo abbia mostrato come lo studioso francese cogliesse molto profondamente il senso di ciò che stava avvenendo e anticipasse ciò che poi si è realmente verificato. Ma la cosa più sorprendente mi paiono le proposte che egli avanza e che, a molti anni di distanza, possono utilmente essere discusse e servire da fondamento alla Coalizione sociale che il segretario della FIOM Landini ha proposto e di cui tanto a sinistra si discorre.

Nel movimento operaio ci sono sempre state due tendenze: la glorificazione del lavoro e l’aspirazione a lavorare meno. A glorificare il lavoro erano gli specializzati, che detenevano un gran potere tecnico sui luoghi di produzione. Ai loro occhi, questo potere doveva potersi trasformare in potere politico: i lavoratori dovevano appropriarsi collettivamente dei mezzi di produzione, divenire la classe dominante e far funzionare l’apparato economico a beneficio di tutti. Più gli operai s’identificavano al loro ruolo nella produzione, più per ciò stesso mettevano in discussione la solidità e la legittimità del potere borghese.

Ma tutto questo è cambiato. Oggi l’identificazione nel lavoro, la sua glorificazione non possono più avere il senso di una identificazione nella classe operaia e di una glorificazione della sua potenza. C’è là un fatto che i sociologi – in particolare i sociologi del lavoro – non vogliono vedere: coscientemente o meno, nelle loro analisi vogliono salvare l’idea di una classe operaia che trae dal suo potere tecnico la vocazione a esercitare il potere politico, ad appropriarsi dei mezzi di produzione. C’è un po’ di questo, a mio parere, in Priore e Sabel, e anche in autori – per altro interessantissimi – come Oskar Negt o Kern e Schumann.

E’ necessario risituare nel nuovo contesto i nuovi operai professionisti, polivalenti, autonomi nel loro lavoro, emersi con l’informatizzazione: il lavoro non è più la principale forza produttiva; la durata del lavoro non è più la misura della ricchezza. Le imprese sostituiscono il lavoro umano con sistemi automatici, integrati dal computer, che producono di più, meglio, in modo più elastico, con una frazione calante degli effettivi precedenti. Sono progressivamente eliminati dall’industria non solo gli operai di linea e i manovali, ma anche i mestieri tradizionali della metallurgia: tornitori, fresatori, riparatori. I macchinari comandati da microprocessori, i reparti flessibili non hanno più bisogno di queste qualifiche. L’industria ha bisogno di persone capaci di lavorare in gruppo autonomo, di coordinare le loro iniziative, le loro competenze, senza che nessuno li sorvegli o dia loro ordini. Devono essere responsabili di un sistema complesso di macchine, di robot che necessitano soprattutto di manutenzione e di riparazioni immediate al minimo inciampo. Questi nuovi professionisti devono dunque prendere a cuore il loro lavoro, saper evolvere insieme a tecniche che mutano veloci, acquisire nuove competenze, insieme manuali e intellettuali. A questo scopo l’impresa offre loro uno statuto, un trattamento privilegiati. E tutti a esclamare che la classe operaia è in via di liberazione, che sta per prendere il potere nell’industria – il potere d’autogestire la produzione. Perché il problema è: quanta classe operaia accede a questo statuto e a queste qualifiche? Oggi meno del 10%. Domani questo strato di «professionisti moderni», come li chiamano Kern e Schumann, finirà per comprendere il 25% degli effettivi industriali, fino al 40% nella metallurgia. D’accordo, ma i restanti 75 o 60% che diventano? Lo sappiamo già: diventano «lavoratori periferici» destinati, come nel passato, ai compiti ingrati, non qualificati, senza possibilità di evoluzione professionale. Diventano lavoratori temporanei, precari, assunti e licenziati a seconda dei bisogni.

La nuova élite operaia

Ma c’é di più. L’industria tende a utilizzare sempre meno persone. Dunque la questione non è solo: quale frazione della classe operaia rappresentano i nuovi professionisti privilegiati? La questione è anche: la classe operaia quale frazione della popolazione attiva rappresenta? Che fanno gli altri, quelle e quelli eliminati – come ameremmo dire: «liberati»! – dal lavoro industriale? Come vivono? Quanto guadagnano?

Se il lavoro e l’evoluzione nell’industria devono avere un qualche senso, è gioco forza porsi queste domande. E se uno se le pone, è impossibile contentarsi del miglioramento della condizione di una parte dei lavoratori in una parte dell’industria, a meno di destinare la nuova élite del lavoro a diventare uno strato corporativo, conservatore, preoccupato solo della difesa dei suoi privilegi. E’ impossibile prendere a pretesto l’esistenza di quest’élite per glorificare il lavoro, ogni lavoro, perché proprio il lavoro di questo strato spiega perché il lavoro, cioè i posti a tempo pieno, duraturi, non sono più accessibili per i disoccupati e per i lavoratori precari. Glorificare il lavoro di un’élite operaia quando non ci sono posti per tutti, significa non più glorificare la potenza della classe operaia, ma spingere quest’élite a distinguersi dalla classe operaia e a toglierle ogni solidarietà. D’altronde è quel che fa la propaganda padronale.

Ecco perché il fronte del lavoro, della lotta sindacale, resta decisivo, ma non c’è più fronte centrale. Non si cambierà la società senza un movimento sindacale degno di essere chiamato «movimento», ma sempre più gli impulsi creatori vengono da altrove. Il conflitto si situa a un livello più profondo dei conflitti del lavoro. L’élite del lavoro è d’altronde una delle parti in questo conflitto centrale. Non dico che è uno strato corporativo e conservatore. Dico solo che lo si spinge in questa direzione quando in suo favore è evocata costantemente l’ideologia del lavoro e l’etica del rendimento. La signora Thatcher lo ha fatto per dieci anni con ottimi risultati.

Il compito del movimento sindacale o politico-sindacale è di aprire a quest’élite altri orizzonti, una via diversa. Invece di dirle solo che fa un lavoro appassionante in cui può identificarsi, bisogna dirle anche che il suo lavoro fa sì che ci siano sempre meno lavori per gli altri, e che non si può seriamente fare un lavoro che porta a eliminare il lavoro e nello stesso tempo esaltare il lavoro come la fonte dell’identità di ciascuno. Per i nuovi professionisti dell’industria identificarsi al proprio mestiere non può significare identificarsi al proprio compito nel reparto flessibile restando sordi e ciechi e tutto il resto. E’ dunque il distacco rispetto al lavoro, non l’identificazione al lavoro, che può fondare il potere e l’unità del sindacalismo. C’è qui una differenza fondamentale con la classe operaia e il sindacalismo tradizionale. Assistiamo a una mutazione culturale di lunga portata che da 10 anni ha guadagnato terreno: gli individui non s’identificano più al loro lavoro, anche quando è interessante e qualificato, perché appare loro come una specializzazione funzionale al servizio di una megamacchina su cui non hanno presa. Non s’identificano più al loro posto nel processo sociale di produzione e non vi traggono più il sentimento di appartenere a una classe. L’ordine sociale si è disfatto: gli individui non possono trovare né nel loro ruolo professionale, né nelle strutture familiari, né nella strutturazione spaziale dell’ambiente di vita quel che i sociologi avevano chiamato una «identità» ben determinata, un’immagine sociale rassicurante di sé. Sono respinti a se stessi e devono cercarsi, realizzarsi per vie e in modi che non sono dati in anticipo. Di questa ricerca, il lavoro professionale retribuito è, nel migliore dei casi, una dimensione tra le altre; raramente la più importante.

Questi temi sono stati diversamente elaborati da Alain Touraine, in particolare in Il ritorno dell’attore, da Ulrich Beck in Germania Federale, da inchieste sul terreno come quelle di Yankelovich negli Stati Uniti, di Burkhard Strumpel o di Rainer Zoll in Germania, di Jean-Marie Vincent in Francia… Il sindacato dei metalmeccanici italiani Fiom-Cigl in un recente rapporto conclude che: «Siamo impegnati in un processo di cambiamento sociale a partire dal quale il lavoro occupa ormai solo un posto modesto nella vita delle persone. Di più: il lavoro perde la sua centralità quando si tratta di lavoro retribuito. E’ valorizzato solo nella misura in cui presenta il carattere di un’autonoma attività creativa. Altrimenti è considerato come un semplice mezzo per considerarsi da vivere» (cito Benedetto Vecchi nel manifesto dell’1/7/89).

Nei loro scritti più recenti Franz Steinkùhler, presidente dell’Ig Metall (il sindacato della metallurgia) a Francoforte, e Bruno Trentin, segretario generale della Cgil, affermano quasi negli stessi termini che la politica sindacale deve consistere nel creare le condizioni sociali che permettano a ogni individuo di realizzarsi in attività di sua scelta, remunerate o meno, di scegliersi il proprio modo di vita, le proprie ore di lavoro nel quadro, certo, di una concertazione negoziata.

Darsi strutture di movimento

Questa presa di distanza rispetto al lavoro non è limitata ai soli salariati non qualificati. Anche tra i più qualificati, la capacità di autonomia e d’iniziativa oltrepassa il grado di autonomia permesso o richiesto dalla specializzazione funzionale del lavoro, per quanto complessa e responsabile sia. Al contrario del movimento operaio tradizionale, le persone contestano non in quanto agenti di produzione, ma in quanto non s’identificano col proprio lavoro e non se ne soddisfano. In quanto cittadini, abitanti di un quartiere, genitori, utenti, membri di un’associazione, che pongono il loro lavoro retribuito in un contesto più generale e concludono che le loro competenze potrebbero essere impiegate meglio, che l’industria potrebbe usare tecniche meno inquinanti, meno voraci di energia, che si potrebbe vivere meglio se gli imperativi della razionalità economica fossero subordinati a quelli dell’ecologia, se le decisioni della produzione non fossero prese solo per assicurare i massimi profitti alla più grande quantità di capitale possibile. C’è dunque un movimento sociale multidimensionale che non può più essere definito in termini di antagonismo di classe e in cui si tratta, per le persone, di riappropriarsi di un ambiente di vita alienato dagli apparati megatecnologici; di ridiventare padroni della propria vita riappropriandosi delle competenze di cui sono espropriati dalle espertocrazie su cui l’apparato di dominio statale e industriale fonda la sua legittimità. Questo movimento è, fondamentalmente, una lotta per i diritti collettivi e individuali all’autodeterminazione, all’integrità e alla sovranità della persona. Questa lotta interessa tutti gli strati salariati ed è condotta su diversi terreni, tra cui il terreno dell’impresa non è sempre né necessariamente il più importante; d’altronde è la ragione per cui il movimento sindacale non ha futuro se non oltrepassa il terreno dell’impresa, se non si dota di quello che Trentin chiama «strutture di movimento», di luoghi pubblici accessibili a tutti, e se non si apre al dibattito, alle azioni comuni; all’alleanza con altri movimenti.

Non si tratta di costruire coalizioni o alleanze tra interessi specifici o settoriali – quelli dell’«élite del lavoro», quelli dei disoccupati e dei precari per esempio – ma di conquistare nuove libertà, nuovi diritti. Le persone che si mobilitano per conquistare o difendere i diritti non formano né coalizioni, né alleanze: agiscono per quel che appare loro il bene comune ed è questo che fonda l’unità del movimento: è il caso del movimento delle donne, del movimento anti-razzista, del movimento per un ambiente di vita sano. La lotta per la riduzione del tempo di lavoro è una lotta per un insieme di diritti e libertà le cui forme possono essere differenziate, ma i cui contenuti sono gli stessi per tutti: il diritto d’imparare, di studiare a qualunque età, e non solo di «riciclarsi»; il diritto di allevare i propri figli, di avere attività militanti o pubbliche, di restare vicino ad un parente o a un amico malato o morente… questi diritti, a quel che Marx chiamava il «libero sviluppo dell’individualità», suppongono non solo del tempo disponibile, ma il diritto ad autogestirsi il tempo all’interno di limiti assai elastici.

La solidarietà di tutti gli strati salariati per conquistare questi diritti non solleva difficoltà insormontabili, a condizione che la liberazione del tempo sia adattata alle diverse situazioni. Non tutti hanno interesse alla riduzione dell’orario settimanale di lavoro: può convenire di più ai salariati stabili, i cui compiti esigono una presenza regolare e continua sul luogo di lavoro. Ma una buona parte del personale più qualificato non può prendere in considerazione una riduzione lineare della giornata o della settimana lavorativa. La riduzione della durata annua del lavoro sotto forma di settimane o mesi di vacanze in più o il diritto all’anno sabatico converranno di più a quelle professioni il cui lavoro richiede immaginazione, idee, rinnovo di conoscenze pluridisciplinari, tutte cose che si acquisiscono in discussioni, in letture, in viaggi, nel distacco dai propri compiti molto più che sul luogo di lavoro.

Una libertà, non una condanna

E poi c’è quel 40-50% della popolazione attiva a cui l’economia offre solo posti intermittenti, a tempo ridotto: i disoccupati e i precari. La riduzione del volume annuo del lavoro di cui l’economia ha bisogno – che potrebbe essere fonte di libertà se fosse ripartita fra tutti – è imposta come una privazione a questa parte della popolazione attiva. Costoro, assumibili e licenziabili a piacere, sono retribuiti solo per il lavoro compiuto ma non, durante l’interruzione di questo lavoro, per la loro disponibilità, la loro capacità di lavorare. Sono vittime di una discriminazione la cui ragione è ideologica: si tratta di dimostrare, con il loro esempio, che solo il tempo lavorato dà diritto a una retribuzione, e dunque che il tempo di lavoro deve restare la misura della ricchezza e dell’utilità sociale. Ora, questi principi di base dell’ideologia capitalista sono nei fatti infranti dalla maggioranza dei salariati stabili: tecnici di manutenzione, operatori di installazione automatica, personale curante sono pagati per la loro disponibilità e la loro capacità d’intervenire, non per il lavoro realmente compiuto. L’ideologia del rendimento, e del salario fondato sulla misura del rendimento, è condannata dall’evoluzione tecnica. Conserva un sembiante di vita solo tra i disoccupati e precari.

Ecco perché un gruppo francesi, l’Associazione dei disoccupati e dei precari, chiede in modo plausibile e legittimo che gli assunti a titolo precario abbiano diritto, durante le interruzioni del rapporto salariale, a un reddito che retribuisca la loro disponibilità a lavorare. In cambio s’impegnano a compiere un certo volume annuo di lavoro, appena gli se ne offra uno. E’ una richiesta di riduzione della durata annua di lavoro e una rivendicazione del diritto a lavorare a intermittenza, senza perdita sostanziale di reddito. La discontinuità del rapporto salariale, invece di essere subita come un vincolo imposto dal padronato, deve poter essere trasformata in una nuova libertà. Questa richiesta non ha niente di aberrante. Fino a circa il 1910 per un operaio – soprattutto per un buon operaio qualificato – era anormale lavorare in modo stabile per tutto l’anno. Cambiare spesso lavoro, disoccuparsi, viaggiare, lavorare a intermittenza era per gli operai un modo di preservare la loro indipendenza dal padronato e dal regime salariale. Questo gusto del cambiamento, dell’indipendenza, dell’autonomia è riapparso in una porzione non trascurabile di lavoratori, in maggioranza giovani, che preferiscono il lavoro temporaneo a un impiego stabile a tempo pieno. Così hanno tempo per attività più gratificanti della maggioranza di quelle con cui ci si può guadagnare da vivere.

Ma oggi c’è anche il rovescio della medaglia, c’è un doppio scandalo. In primo luogo il sistema economico produce ricchezze crescenti con una quantità decrescente di lavoro. Ma rifiuta di ridistribuire il lavoro in modo tale che ognuno possa lavorare meno e meglio, senza perdere reddito. Preferisce che una parte della popolazione lavori a tempo pieno, che un’altra parte sia in disoccupazione e che una terza parte, sempre più numerosa, lavori a tempo ridotto e salario ridotto.

La discriminazione sessuale

D’altra parte, la maggior parte dei posti a tempo pieno sono occupati da uomini e la maggior parte dei posti a tempo ridotto da donne (nei paesi dell’Ocse, tra il 70 e il 90% dei salariati part-time, e spessissimo a titolo precario, sono madri tra i 25 e i 44 anni impiegate nel terziario). E’ uno scandalo che persisterà se il tempo di lavoro retribuito non sarà ridotto per tutti. Se la settimana di lavoro normale non superasse le 30 ore – è l’obiettivo delle sinistre e dei sindacati in Olanda e in Germania – allora l’attuale divisione sessuale dei compiti perderebbe la sua base economica e i suoi alibi. La tendenza va in questo senso. Una porzione crescente di giovani padri chiede di lavorare a orario ridotto o di prendersi un congedo anche non pagato, per potersi occupare dei propri figli. Negli Stati Uniti, quattro anni fa questa porzione era del 12%: un anno fa era del 26% e la metà delle ditte americane offriva ai propri salariati maschi la possibilità di lavorare a tempo ridotto. Inoltre, quasi la metà delle coppie francesi, tedesche o svizzere, restano non sposate e, ancora nella metà dei casi, non abitano insieme. I bambini vivono sia con la madre, sia con il padre, sia alternativamente con l’una e l’altro. Cambia il significato del lavoro domestico non pagato. Le donne sole e gli uomini soli compiono il lavoro domestico ciascuno per sé, e non per il maggior profitto o conforto del congiunto. Dunque non ha più senso tendenzialmente chiedere che la società riconosca l’utilità sociale del lavoro domestico con il versamento di un salario casalingo. Invece questo fenomeno conferisce attualità e legittimità accresciute alla rivendicazione del diritto al congedo pagato dei genitori, all’anno sabatico, ad altre forme di riduzione dell’orario di lavoro.

Spesso questo genere di diritto è rivendicato in nome «dell’utilità sociale» del lavoro della madre o del padre a casa. Il valore sociale del lavoro casalingo, si dice, deve essere riconosciuto pari al valore del lavoro pagato. Non sono daccordo con quest’impostazione che assume come criterio di base l’utilità dell’individuo per la società. Perché nega implicitamente l’autonomia dell’individuo e l’esistenza dei suoi diritti imprescrittibili sulla società. Dobbiamo abbandonare l’idea di una società prima a cui gli individui si renderebbero utili riproducendola. e invertire i termini: la società sarà tanto migliore in quanto riconoscerà agli individui il diritto e la possibilità della loro libera autorealizzazione. Il diritto alla maternità, alla paternità, alla cura del corpo e dell’ambiente, alla cura di sé e alla cura del prossimo, questo diritto deve essere incondizionato e primordiale. E’ sulla sua base che la società si produrrà.

(Questo testo è la rielaborazione di un colloquio tra André Gorz e John Keane. direttore del Centre for the study of democracy, Polytechnic of Central London, apparso sulle edizioni francese e tedesca della rivista “Lettre internationale”)

“il manifesto”, 21 luglio 1990

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