Rinaldini: la Conferenza d’organizzazione? Una copertura falsamente democratica

Gianni Rinaldini – Stante la scelta compiuta è evidente che si andrà al Congresso con mozioni diverse e diventa decisiva la definizione delle regole congressuali che dovranno voltare pagina rispetto alle modalità di svolgimento dei congressi passati

La Conferenza di Organizzazione della Cgil si è conclusa così come era cominciata, al punto tale che è lecito domandarsi per quale ragione si siano sprecati tempo e risorse considerando che il tutto avrebbe potuto concludersi nell’ambito del Comitato Direttivo Nazionale. Tutto era rigorosamente prestabilito, a partire dal fatto che le platee coinvolte – Comitati Direttivi delle Camere del Lavoro Territoriali e un gruppo di delegati – dovevano rigorosamente corrispondere alle percentuali delle liste contrapposte presentate al Congresso Nazionale CGIL, svoltosi nel 2014. Un Congresso che non aveva discusso di modifiche statutarie e tanto meno di nuove modalità di elezione dei gruppi dirigenti. Pertanto la Conferenza di Organizzazione non aveva alcuna legittimazione democratica, ed è stata usata per permettere al Comitato Direttivo convocato al termine dei lavori della Conferenza per attuare le modifiche statutarie. Per quale ragione il gruppo dirigente ha compiuto questa scelta, questa farsa indecente? Non riesco a trovare altra risposta se non in una sorta di patto nel gruppo dirigente per predeterminare le condizioni del prossimo Congresso, che non potrà eludere la questione della democratizzazione della Cgil, a partire dalle modalità di elezione del gruppo dirigente e del futuro Segretario Generale. Lo Statuto della Cgil prevede che possano essere introdotte delle modifiche con la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti del Comitato Direttivo Nazionale ma ovviamente sono diversi i capitoli dello Statuto per importanza e significato generale. Mettere mano alla forma di elezione dei gruppi dirigenti vuole dire intervenire su un aspetto decisivo e centrale della vita democratica della Cgil. Lo stesso gruppo dirigente deve avere capito l’enormità di quello che stava facendo soltanto con il voto del Comitato Direttivo, ed ha scelto il percorso della Conferenza di Organizzazione come copertura falsamente democratica, dove la platea coinvolta è stata quella del precedente congresso. Il voto, in percentuale, di approvazione del documento della Conferenza di Organizzazione è simile a quello del Comitato Direttivo. Si è consumato uno strappo democratico dalle conseguenze imprevedibili. Dopo il congresso del 2014, il Comitato Direttivo nazionale aveva eletto una Commissione che doveva presentare entro il 2015 una proposta sulle nuove regole congressuali, visto il caos che si era determinato durante lo svolgimento dell’ultimo Congresso. Questa Commissione non è mai stata riunita e, nel frattempo, si sono inventati un percorso per concludere di fatto il Congresso svoltosi nel 2014 con una Conferenza di Organizzazione su materie che non sono state oggetto della discussione congressuale; in sostanza gli iscritti e i delegati sono stati espropriati della possibilità di partecipare e decidere su come si eleggono i gruppi dirigenti e il segretario generale. Hanno tentato di “vendere le nuove norme” come un allargamento ai delegati della decisione sui futuri dirigenti. Un falso totale perché la elezione di un numero equivalente di delegati del Comitato Direttivo che dovranno comporre l’Assemblea Generale non cambia nulla poiché sono eletti con gli stessi meccanismi del Comitato Direttivo. Sono un duplicato. Stante la scelta compiuta è evidente che si andrà al Congresso con mozioni diverse e diventa decisiva la definizione delle regole congressuali che, per quanto ci riguarda, dovranno voltare pagina rispetto alle modalità di svolgimento dei congressi passati. Posizioni diverse richiedono l’applicazione rigorosa delle norme più elementari della democrazia, che oggi non esistono nella Cgil. E’ finita la storia di Congressi dove dall’inizio si conoscono i risultati finali e dove la democrazia è un optional in mano ai gruppi dirigenti. Per questa ragione, per quanto ci riguarda, e necessario aprire da subito la discussione sulle nuove regole democratiche perché senza questo percorso di democratizzazione sarà difficile definire le stesse norme condivise per il prossimo Congresso della Cgil. Tutto si complica a questo punto per la scelta irresponsabile del gruppo dirigente di anteporre alla definizione delle nuove regole congressuali la sostanziale modifica dello Statuto con un colpo di mano. Non saprei dire se tale irresponsabilità abbia messo in conto la possibilità di avere norme congressuali votate a maggioranza, che determinerebbe il deflagrare della Cgil stessa. Non c’è dubbio che il sindacato, la Cgil è sottoposta ad un’offensiva da parte di governo e Confindustria ma il modo peggiore per rispondere è quello dell’autoconservazione, nell’attesa di essere impallinati. Siamo alla replica di uno scenario conosciuto: non esiste una piattaforma sindacale, non esistono obiettivi discussi e decisi con i lavoratori e le lavoratrici, bensì aspettiamo che il governo definisca le proprie scelte per proporre successivamente le nostre modifiche. Insomma, non c’è un’agenda sindacale ma soltanto quella del governo e della Confindustria. La subalternità, la logica del meno peggio, ha accompagnato la devastazione sociale di questi anni con le riforme, non a caso definite “strutturali”, che rappresentano la nuova costituzione materiale del paese. Si è concretizzata in questo modo, con il superamento dei diritti sociali, la proposta di Berlusconi di cambiare l’articolo 1 della Costituzione, sostituendo il termine termine “lavoro” con “impresa”. Questo a me pare il significato di ciò che è accaduto nel corso di questi anni, dall’abolizione dello Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori alla demolizione dei Contratti Nazionali e al superamento dello Stato Sociale. Questa totale incapacità di ripensare il sindacato non è altra cosa rispetto alle modalità di funzionamento della nostra organizzazione. Siamo ingessati in una ritualità oramai insopportabile, dove c’è uno scarto assoluto nell’interesse e nella passione con cui si discute nei corridoi degli spostamenti in atto nei gruppi dirigenti cioè delle proprie prospettive personali e la drammaticità dei problemi che abbiamo di fronte. Non c’è futuro per il sindacato se non si ricostruisce una credibilità, un radicale processo di democratizzazione a partire dal ruolo degli iscritti e dei delegati.

fonte: Progetto Lavoro

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