Riccardo Terzi: rigore e autonomia al servizio della sinistra e del sindacato

Gian Paolo Patta e Giancarlo Saccoman – Ha diretto in Cgil nazionale il gruppo di lavoro dei quadri e dei tecnici, poi la segreteria lombarda della Cgil, divenendone segretario generale nell’87; divenuto poi il responsabile del dipartimento delle riforme istituzionali della Cgil nazionale, è stato eletto segretario generale dello Spi-Cgil della Lombardia per poi entrare nella segreteria nazionale della categoria

Ci ha lasciato, all’età di 75 anni, ma con uno spirito sempre giovane e creativo, critico e innovativo, Riccardo Terzi, un compagno ed amico con il quale abbiamo intrecciato, nella nostra esperienza, un dialogo continuo, sia nel sindacato che nel confronto politico, certi di trovare sempre in lui un interlocutore attento, e di trarne suggerimenti e insegnamenti preziosi. Si tratta sicuramente di uno dei maggiori intellettuali della sinistra italiana, acutissimo e raffinato, caratterizzato da un grande autonomia ed onestà intellettuale, da un forte rigore etico e da una continua ricerca, profonda e scevra da qualsiasi settarismo e dogmatismo, che mirava alla sostanza delle cose, per individuare le radici profonde dei mutamenti epocali che caratterizzano la realtà odierna. È stato uno spirito libero, sempre attento al dialogo, spesso ironico ma sempre riflessivo e pacato, mai prono alle liturgie e alle richieste di allineamento degli apparati, con uno stile di vita modesto e assai lontano da quell’orgia di protagonismo mediatico e da quel confronto rissoso che sembra ormai caratterizzare l’attuale scenografia politica italiana. Del resto il titolo del libro che ha raccolto i suoi scritti di trent’anni di esperienze, La pazienza e l’ironia, esprime efficacemente il suo carattere. Ha collaborato con numerose riviste di ricerca politica e sociale della sinistra italiana sui temi della crisi, del conflitto, dell’autonomia del sociale, della modernizzazione capitalistica. Il suo impegno è sempre stato rivolto al mondo del lavoro, con una grande sensibilità nel comprenderne le profonde trasformazioni che lo investono sul piano politico e sociale, e con una grande curiosità ed attenzione all’analisi del sindacato, al problema della rappresentanza e della democrazia, della risposta politica e sociale necessaria ad arginare il dilagare dei populismi italiani ed europei, al significato dell’idea di solidarietà, “in una società che tende ad essere regolata solo dalla logica competitiva, in cui ciascuno si afferma a scapito dell’altro”. Ha sempre rifiutato di accettare l’attuale diffuso affarismo personale che usa i ruoli pubblici per i propri interessi privati. La sua è stata un’esperienza assai ricca e versatile, maturata nei moltissimi anni d’impegno sia politico che sindacale, non privi di contrasti dovuti proprio alla sua autonomia di giudizio, al suo rifiuto di seguire in modo acritico le scelte imposte dall’alto. Nel Pci è stato dirigente prima della Federazione giovanile comunista milanese e nazionale, poi segretario cittadino e provinciale del Pci di Milano, consigliere comunale e capogruppo al Comune di Milano. A seguito del suo intervento ostile al compromesso storico, nel congresso del Pci dell’83, subì un immediato isolamento e marginalizzazione politica nel partito, cosa che lo convinse a passare, con un doloroso ripiegamento, dal partito al sindacato, dove ha diretto nella Cgil nazionale il gruppo di lavoro dei quadri e dei tecnici, poi la segreteria lombarda regionale della Cgil, divenendone segretario generale nell’87; divenuto poi il responsabile del dipartimento delle riforme istituzionali della Cgil nazionale, è stato eletto segretario generale dello Spi-Cgil della Lombardia per poi entrare nella segreteria nazionale della categoria. Favorevole ad una politica di alternanza, riteneva che le grandi coalizioni fossero deleterie per il sistema politico ed ha visto nel governo Letta con il Pdl di Silvio Berlusconi una inaccettabile “scelta di una alleanza politica, di un patto organico di governo”, un punto di non ritorno, che lo ha convinto ad andarsene dal partito, con un addio doloroso, sostenendo, in un suo articolo sull’Unità, che “non sono io che lascio il Pd, ma è il Pd che lascia andare alla deriva il suo progetto”. Invece di proporre soluzioni innovative per il governo del cambiamento, “la vecchia politica si chiude nel suo recinto, si autoprotegge e si autoassolve, mentre fuori dal recinto si infiammano tutte le ventate dell’antipolitica”. Non si trattava di un abbandono della politica, ma della richiesta d’una ricostruzione dal basso della sinistra: “Resto nel campo della sinistra, anche se non so, oggi, chi sia in grado di organizzarlo e di rappresentarlo. D’altra parte, la parola ‘sinistra’ è un’espressione del sociale prima che del politico. E dal sociale occorre ripartire, dalle contraddizioni che ancora attendono di essere esplorate, rappresentate, organizzate. La sinistra è questo lavoro di scavo nel sociale. Il resto è solo chiacchiera”. Auspicava anche che la vittoria elettorale del PD non inghiottisse la sinistra. Ma le sue preoccupazioni riguardavano anche il sindacato: nell’aprile del 2014 nel suo articolo “Il congresso della Cgil e gli interrogativi di difficile soluzione”, sosteneva che “sul congresso della Cgil si addensano molteplici e complessi interrogativi, di difficile soluzione, e sarebbe del tutto illusorio sperare in una loro definitiva chiarificazione”. Già prima, nella sua relazione al Comitato direttivo nazionale Spi-Cgil del 21 maggio 2013, aveva descritto quello che possiamo considerare il suo testamento intellettuale. Riteniamo importante riportarne alcuni stralci che evidenziano appieno la profondità della sua analisi e del suo impegno. In essa sosteneva che occorre ricercare e costruire, con la lucidità d’analisi e coraggio dell’innovazione, le possibili vie d’uscita dalla crisi di sistema, che ha investito la sfera dell’economia e dell’etica pubblica, il sistema politico e chiama in causa anche il sindacato “perché organizza e orienta milioni di persone, perché è una grande organizzazione di massa che deve far sentire con forza la sua voce”, che giudicava ormai troppo flebile. “Ciò che dobbiamo maggiormente temere è quella sorta di micidiale buon senso, per il quale tutto alla fine si aggiusta, e si tratta solo di continuare il cammino già sperimentato, aspettando, rinviando, senza mai correre il rischio di una qualche sterzata. Se ci si affida al buon senso, alla prudenza, ai piccoli passi, al realismo del giorno per giorno, in attesa di una schiarita che non si capisce da dove possa venire, ciò vuol dire semplicemente non aver capito nulla della profondità della crisi in cui siamo precipitati. È tutto il rapporto tra istituzioni politiche e società civile che si è spezzato, è il sistema dei partiti che non riesce più a rappresentare la complessità delle domande sociali, è quindi la democrazia stessa, nella sua sostanza, che entra in sofferenza e che ha bisogno, a questo punto, di essere riorganizzata su nuove basi. Occorre un progetto complessivo di democratizzazione del sistema, sperimentando nuovi strumenti partecipativi e ripensando alla radice la stessa funzione del partito politico. Non servono quindi soluzioni presidenzialiste, decisioniste, di ulteriore accentramento del potere, ma serve una democrazia organizzata, allargata, partecipata, capace di ricomporre un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini”, anche a livello europeo, “per realizzare quel passaggio mai finora compiuto dalla diplomazia degli Stati nazionali alla costruzione di una vera sovranità sovranazionale, legittimata democraticamente. Qui davvero servirebbe un processo costituente, per dare vita ad una effettiva cittadinanza politica europea. E questo medesimo salto di qualità deve essere compiuto dalle organizzazioni sindacali, che fin qui hanno costruito solo un debole strumento di coordinamento, senza veri poteri di iniziativa e di contrattazione”. “In una situazione di estrema complessità, non serve la teatralità un po’ arrogante del gesto decisionista, ma serve solo metterci tutta l’intelligenza possibile. … Tutto il vasto campo della sinistra deve interrogarsi sul suo futuro, e in questo lavoro tutte le identità del passato devono essere ripensate e trasformate. … Ciò che conta, in questa situazione del tutto inedita, non è da dove si viene, ma solo dove si vuole andare. Le antiche appartenenze si sono ormai dissolte , e credo che il tratto nuovo della nostra epoca sia la fine delle logiche di appartenenza, e l’emergere di una posizione di maggiore criticità, fondata sulla autonomia e non sulla fedeltà, sull’irrequietezza e non sulla stabilità. In questo senso, le vecchie logiche identitarie finiscono per essere solo una gabbia, che ci impedisce di pensare in modo più aperto e di lavorare sulle contraddizioni e sulle trasformazioni del nostro tempo attuale. La sinistra, in fondo, ha il suo fondamento nella forza delle contraddizioni sociali che agiscono nella società, e che attendono di essere rappresentate e organizzate. Non è il residuo di una storia tramontata, ma può essere l’intelligenza critica messa al servizio di un progetto attuale”. “La vitalità democratica non si lascia rinchiudere nei confini di un partito, quale che esso sia, ma deve allargarsi a tutti i soggetti sociali organizzati, sindacato compreso”, che “non deve esprimere voti di fiducia o di sfiducia, ma deve fare, con coerenza e determinazione, la sua parte, in quanto forza di rappresentanza sociale, senza sconti, senza collateralismi, senza calcoli politici. È questa esigenza di autonomia che oggi appare come la scelta di fondo, a cui affidare la nostra stessa identità. … Non ce la caviamo con la predica moralistica contro il populismo, che … è anche un segno drammatico della nostra debolezza, della nostra incapacità di costruire una coscienza unitaria del mondo del lavoro, una identità, una prospettiva in cui ciascuno si possa riconoscere. Ogni volta che si dice populismo, anti-politica, dobbiamo interrogarci su noi stessi, perché vuol dire che non abbiamo saputo presidiare e organizzare il nostro campo, che ci siamo lasciati rinchiudere in una posizione solo difensiva. Il sindacato, lo sappiamo, è sotto attacco. C’è una concentrica campagna di delegittimazione, con la quale si tende a relegarci nell’angolo, presentandoci come una delle tante corporazioni che sono di ostacolo allo sviluppo e al rinnovamento del paese. E si è montata ad arte la contrapposizione tra giovani e anziani, tra precari e garantiti, con l’obiettivo di spezzare l’unità del mondo del lavoro. A questa strategia dobbiamo saper rispondere con un progetto politico che sia capace di parlare al paese, e in questa chiave dobbiamo far vivere l’iniziativa del ‘piano del lavoro’, facendone il centro della nostra mobilitazione. È necessaria, in primo luogo, una battaglia culturale per affermare il principio della ‘centralità del lavoro’. Centralità vuol dire che tutte le politiche devono essere orientate prioritariamente all’obiettivo della massima occupazione, utilizzando tutti gli strumenti, e con una fortissima funzione di coordinamento e di regia del potere pubblico, ai diversi livelli. È un rovesciamento rispetto a tutte le pratiche dominanti, orientate solo all’equilibrio di bilancio e alla minimizzazione del perimetro pubblico, in nome della libertà di mercato. Il risultato è l’attuale tragedia sociale di una disoccupazione di massa in tutto il nostro continente”. “Il principio fondamentale che ci deve guidare sia il principio di eguaglianza, che è il cardine della nostra Costituzione, e su cui si concentrano tutti i tentavi di scardinamento, in forma palese o sotterranea, per imporre un diverso modello, nel quale all’universalismo dei diritti si sostituisce la sregolatezza di una competizione in cui ciascuno si afferma a scapito dell’altro, … mettendo in crisi la coesione sociale del paese. È sul terreno dell’eguaglianza che si misura il confine tra destra e sinistra, ed è questo il metro con cui dobbiamo giudicare di tutti i problemi aperti, con una linea di coerenza e di radicalità. Eguaglianza dei diritti, tra Nord e Sud, tra cittadini e immigrati, tra uomini e donne, tra lavoratori stabili e precari: eguaglianza e non assistenza, intervento non solo sugli effetti,ma sulle cause delle disuguaglianze sociali. Questa è l’identità del sindacato, la sua ragion d’essere. E dobbiamo, in questo nostro lavoro, aprirci ad un rapporto di collaborazione con i diversi movimenti che pongono al centro il tema dei diritti e della qualità della vita, e per questo dobbiamo rendere trasparenti tutti i nostri processi decisionali e negoziali, con il massimo coinvolgimento democratico di tutte le persone interessate. Anche per noi c’è un problema di democrazia, che non sempre siamo riusciti a risolvere in modo soddisfacente. Anche al nostro interno ci sono varie strozzature burocratiche che devono essere rimosse, e c’è la necessità di un rinnovamento dei gruppi dirigenti. La spinta al cambiamento che c’è nel paese riguarda anche noi, il nostro modo di lavorare, la nostra capacità di relazione con la vita reale delle persone. Siamo una grande forza organizzata, ma c’è uno scarto tra questa forza e i suoi risultati, c’è un problema di efficacia, di concretezza, che dobbiamo saper risolvere. Alla luce di questa esigenza, lo stesso principio della confederalità deve essere meglio interpretato e declinato, intendendolo come la più larga e aperta sperimentazione orizzontale, in cui ciascuna struttura, territoriale o di categoria, cerca di dare un senso e un contenuto generale, non corporativo, al proprio lavoro. La confederalità non è l’accentramento burocratico, ma è lo sguardo che ciascuno, nel suo ambito, tiene aperto sull’intera condizione sociale: uno sguardo sul mondo, e insieme una capacità di agire nel concreto, di presidiare in modo creativo il proprio specifico campo di intervento. Se la società, come ci dicono tutte le analisi sociali, è sempre più frammentata e differenziata, la confederalità non può che essere il libero concorso di diverse esperienze”. “La democrazia ha subito uno strano destino. … Da forza di cambiamento diviene forza di conservazione, e ciò è il segno evidente della sua decadenza e del suo svuotamento. … Oggi stiamo assistendo ad un processo di restaurazione dell’ordine politico, e non a caso è la governabilità, la manutenzione tecnica del sistema, l’unica bussola che viene tenuta. E la democrazia stessa viene piegata a questa logica stabilizzatrice. I partiti politici, nati come i canali di scorrimento dal sociale al politico, sono oggi gli strumenti di un intrappolamento, che impediscono, alla radice, l’esercizio della democrazia come pratica sociale di massa”. “Vita e politica sono del tutto divaricate, incomunicanti… tutto il disegno delle riforme istituzionali, questo grande mito retorico intorno al quale ruota il dibattito pubblico da oltre vent’anni, non è altro che il tentativo di una estrema concentrazione del potere, liberando finalmente il campo da tutta la rete dei poteri intermedi. Non c’è dunque, come si vorrebbe far credere, nessun progetto di ‘liberazione’ delle energie vitali della società, ma c’è solo un discorso retorico, con tutta la sua mitologia della velocità, del cambiamento e del coraggio, dietro il quale c’è solo la cruda logica della competizione per il potere. La retorica consiste appunto in questa tecnica di rovesciamento dei significati, e per questo occorre un’operazione di bonifica del linguaggio, ed è un buon criterio quello indicato da Papa Francesco, per cui ‘dietro ogni eufemismo c’è un delitto’, il che vuol dire che dobbiamo liberarci di tutta la zavorra della corrente ipocrisia. … Ciò che si dice antipolitica è quel groviglio vitale ed esistenziale che reclama di essere riconosciuto e rappresentato, e vedere in questo magma di sofferenza e di rifiuto solo il lato eversivo e distruttivo è l’errore tragico che stiamo compiendo, spingendo così ad una estrema contrapposizione le ragioni della politica e quelle della vita vissuta, con una spaccatura verticale che invade tutte le fibre più delicate del nostro organismo”. “La mia tesi di fondo è che il sindacato non abita nelle sfere della politica, ma sta tutto immerso nella materialità delle condizioni sociali, e per questo il suo rapporto con la politica è sempre un rapporto di sfida e di conflitto. La sfera d’azione del sindacato è quella dei mondi vitali nei quali prende forma il nostro essere come persone, dentro una determinata rete di relazioni sociali: il lavoro, la comunità, il territorio. In questo, la rappresentanza sindacale si discosta radicalmente da quella politica, perché essa rappresenta non un punto di vista sulla realtà, ma la realtà stessa, non una opinione, o un’ideologia. Tutto ciò richiede uno spostamento assai deciso del baricentro organizzativo dall’alto verso il basso, richiede cioè prossimità, vicinanza, continuo e reciproco interscambio tra il rappresentante e il rappresentato, in una logica che appare del tutto rovesciata rispetto alla verticalizzazione che è propria della politica. Democrazia, per il sindacato, non è altro che questa aderenza alla realtà, questa capacità di rispecchiamento delle concrete condizioni di vita e di lavoro. Qui non c’è nessuna scissione di vita e politica, ma c’è la vita collettiva che si autorganizza. Il modello democratico ottimale resta quello dei consigli, dove il delegato è l’espressione diretta del gruppo omogeneo, e non c’è propriamente ‘delega’, ma rapporto fiduciario, affidamento, all’interno di una comune condizione. Questa è stata la grande forza di quella stagione, perché si stabiliva una totale osmosi tra movimento e organizzazione, e la decisione non veniva dall’alto, o dall’esterno, ma dentro una comune pratica collettiva. Penso che dobbiamo tendere ad avvicinarci il più possibile a questo modello, anche se le condizioni generali sono profondamente mutate, e soprattutto è cambiata la struttura produttiva, e vanno quindi necessariamente sperimentate nuove soluzioni. … Nulla impedisce che la Cgil, anche in modo unilaterale, scelga per una opzione di tipo “consiliare” … con un investimento totale di fiducia nel ruolo contrattuale delle rappresentanze unitarie nei luoghi di lavoro”. “Ma, al di là degli aspetti formali, ciò che conta è la chiara percezione della drammatica crisi sociale e democratica che si è aperta, nella quale tutte le domande di partecipazione non trovano sbocco e rischiano quindi di implodere, e di produrre solo un accumulo impotente di rabbia e di estraneazione. Anche il sindacato è messo direttamente in gioco, e non può eludere il tema di una sua radicale riforma e democratizzazione. Nel sindacato convivono sempre due momenti, quello della rappresentanza democratica, e quello della stabilità organizzativa, il suo essere movimento e il suo essere istituzione. Ma ad un certo punto il peso della struttura burocratica rischia di essere il fattore dominante, dando vita ad una struttura verticalizzata e gerarchica che si frappone ad ogni serio tentativo di innovazione e di sperimentazione. Accade così che la solidità della struttura organizzativa cessa di essere un punto di forza, di tenuta, e diviene un fattore di inerzia che deve essere superato. Io credo che ci troviamo esattamente in questo passaggio. Possiamo allora lavorare sulla rete democratica esistente, sui delegati nelle Rsu, e farne il centro di un nuovo tipo di equilibrio, affidando a questa rete le scelte strategiche fondamentali e anche un ruolo primario nella selezione dei gruppi dirigenti, ai diversi livelli. Le figure di vertice, di categoria o confederali, anziché essere il risultato delle mediazioni interburocratiche, potrebbero essere legittimate da una investitura democratica che viene direttamente dalla rete dei delegati. Naturalmente, occorre anche costruire nuove forme di rappresentanza nel territorio, per i pensionati, per l’area del lavoro precario, per le piccole imprese e occorre soprattutto un sistema di governo che sia il più possibile decentrato e articolato, senza inseguire il miraggio della leadership carismatica. In ogni caso, mi sembra indispensabile una nuova ventata democratica, alimentata non dallo spirito gregario, ma dalla partecipazione consapevole, per portare alla ribalta una nuova generazione di quadri dirigenti, se vogliamo scongiurare una possibile prospettiva di declino. Non basta dire che le regole ci sono, che le procedure congressuali sono rispettate, che migliaia di iscritti sono coinvolti nel processo decisionale, perché è proprio questo attuale modello che lascia aperto un vuoto e lascia irrisolti i nodi di fondo della nostra legittimazione democratica. La prossima Conferenza di Organizzazione può essere una occasione per discuterne. Ma la discussione, per essere davvero efficace, deve andare alla radice del problema. In un mondo che cambia così velocemente e drammaticamente non possiamo fermarci a metà strada”. Una speranza, questa, che sembra oggi drammaticamente delusa e la Conferenza di Organizzazione sembra volta più a rafforzare il controllo burocratico degli apparati che ad innescare un processo di reale democratizzazione, ma il prezzo può essere drammatico. Questa riflessione di Riccardo Terzi rappresenta, in sintesi, il suo insegnamento, quanto mai attuale e necessario, ed è la stessa convinzione su cui ci siamo mossi in questi anni e su cui intendiamo proseguire in futuro. La sinistra politica e il sindacato dovrebbero far tesoro di questo suo testamento spirituale e intellettuale, perché è un incitamento ad una apertura coraggiosa al dialogo sociale, che traccia l’unica via possibile per un’indispensabile rinascita, capace di confrontarsi con la realtà odierna. Ciao, Riccardo, intendiamo continuare ad impegnarci sulla strada che ci hai così lucidamente indicato.

fonte: Progetto Lavoro

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