ENERGIA E SINDACATO

Considerazioni sulla situazione Italiana

di Mirco Rossi
Comitato Scientifico di Aspo Italia
Venezia, 2 ottobre 2015

Le vecchie centrali elettriche
La dismissione di numerose centrali termoelettriche italiane è una decisione ormai irreversibile. Le cause sono numerose: vetustà degli impianti, diseconomicità d’esercizio, difficoltà nel rispettare i limiti ambientali, calo dei consumi elettrici nazionali, concorrenza della produzione da fonti rinnovabili, eccesso di potenza elettrica complessivamente installata.
Quest’ultimo è forse il dato meno sensato. L’Italia dispone di una potenza installata pari a 125.533,5 MW, mentre la domanda al consumo ha raggiunto quest’anno la punta massima di 59.400 MW solo per alcune ore il 21 luglio scorso. Siamo arrivati a questo punto per la corsa dissennata, iniziata nei primi anni ’90 ed esplosa a cavallo del 2000, a costruire centrali a gas (“economiche” e con poco personale) o alimentate da fonti “assimilate alle rinnovabili”. In molti hanno fatto a gara per sfruttare l’equivoco legislativo della parola assimilabili che permetteva alle aziende di bruciare quantità impressionanti di porcherie (“rifiuti” di vario tipo, a partire dai residui di cicli chimici) che avrebbero dovute essere smaltite sostenendo costi, incassando al contrario forti incentivi pubblici mentre, su altro versante, ha stimolato la combustione nei cosiddetti termovalorizzatori ostacolando le politiche di riduzione dei rifiuti urbani, la raccolta differenziata e il riciclo. A beneficio del profitto e a danno dell’ambiente.
Un buon numero di quelle centrali era stato realizzato specificatamente per funzionare solo poche ore al giorno e soddisfare la domanda “di punta” che si verifica a fine mattina e nel pomeriggio, periodi gradualmente sempre più coperti dalla produzione fotovoltaica. A un certo punto sono venuti a mancare i presupposti per incassare i lauti prezzi che il mercato riconosceva a quel tipo di energia “pregiata” prodotta per via termoelettrica utilizzando il gas; così i bilanci di quelle centrali sono andati in rosso.
Va considerato che il sistema elettrico ha comunque necessità di poter contare su una quota di potenza in più di quella massima richiesta dall’insieme della domanda per garantire la stabilità della rete elettrica. Una quota di potenza che deve risultare disponibile in caso di fermate per manutenzione programmata o entrare subito in rete per sopperire a una improvvisa mancanza di produzione. Guasti o fenomeni atmosferici imprevisti possono condizionare le fonti eolica e fotovoltaica il cui apporto sta diventando sempre più determinante ed economicamente competitivo. Nel 2013 l’energia elettrica da fonti rinnovabili ha rappresentato il 33% di tutta la produzione nazionale (18,8% idroelettrica, 14,2% eolica-fotovoltaica-geotermoelettrica)

Energia rinnovabile, stoccaggio e rete elettrica
Se è pur vero che i progressi nelle previsioni atmosferiche permettono di poter programmare piuttosto bene la produzione di energia da fonte eolica o solare, non vi è dubbio che queste presentino specifiche peculiarità e che alla inevitabile intermittenza della fonte solare vada aggiunta una dose di aleatorietà che caratterizza anche l’eolico.
Vi si potrebbe porre riparo se fosse agevole e conveniente stoccare l’elettricità in modo da poterla poi usare nei momenti di bisogno. Ma non esistono secchi o recipienti dove accumulare gli elettroni in quanto tali. Premesso che qualunque trasformazione energetica paga inevitabilmente un prezzo, a volte molto elevato, sotto forma di perdite, sinora si è riusciti a trovare qualche limitata soluzione per utilizzi specifici e circoscritti, usando processi elettrochimici (batterie), accumuli meccanici (masse in rotazione), compressione d’aria, o semplicemente trasportando acqua ad una quota più elevata per poi farla ricadere attraverso una turbina idraulica. Quest’ultimo processo è di gran lunga il più efficiente, ma le perdite anche in questo caso si aggirano tra il 25 e il 30% (comunque di gran lunga inferiori a quelle degli altri sistemi) e, soprattutto, bisogna poter disporre dell’orografia e idrografia adatte o si è costretti a costruire laghi artificiali, opere complesse e molto costose.
Un’altra soluzione sta nell’usare l’elettricità per attivare un processo di elettrolisi ed estrarre idrogeno dall’acqua, da utilizzare poi direttamente per alimentare celle a combustibile o motori endotermici. La procedura è da tempo nota e praticata per produrre ridotte quantità d’idrogeno, ma comporta elevate perdite di efficienza. Un primo punto debole sta nel fatto che l’energia elettrica impiegata viene attualmente prodotta in maggior parte con l’impiego di fonti fossili trasformate in elettricità tramite combustione in una centrale (con forti perdite, proprie del ciclo termoelettrico), mentre quelle rinnovabili sono ancora molto lontane dall’essere così abbondanti da giustificare la necessità di uno stoccaggio che, come già detto, necessariamente comporta perdite elevate. Conviene indubbiamente riservare l’elettricità da fonti rinnovabili per il consumo diretto e magari risparmiare l’impiego di gas o carbone. Altra non secondaria criticità è rappresentata dall’imbottigliamento-conservazione-distribuzione dell’idrogeno così prodotto che all’inizio si presenta come gas a densità molto bassa, tanto che risulta necessario comprimerlo usando pressioni elevatissime (centinaia di atmosfere) o liquefarlo portandolo a -253°C, mantenendolo poi a temperature molto basse. L’idrogeno potrà essere utilizzato come sistema di stoccaggio nel momento in cui la produzione rinnovabile dovesse presentare consistenti superi non assorbili dalla rete e nel frattempo non fossero state messe ancora a punto tecnologie più efficienti di conservazione dell’energia elettrica.
Se può accadere, come a volte accade, che in qualche zona la produzione da fonte rinnovabile si arresti o non sia attivata, ci si può trovare di fronte alle conseguenze di decisioni disoneste e/o imprevidenti già nella prima fase di progettazione degli impianti. In altri e più numerosi casi è’ più probabile che ciò dipenda da insufficienza e vetustà della rete elettrica, pensata a suo tempo per un sistema produttivo articolato in pochi centri di grande potenza, lontana quindi da risultare adeguata a un sistema di produzione che tende a suddividersi e distribuirsi sul territorio. La messa a punto della rete e del sistema di distribuzione elettrica risolverebbe egregiamente buona parte del problema dei superi produttivi che oggi risulta impossibile trasferire a causa dell’esistenza di “strozzature” nella rete, situazione che talvolta costringe a tener ferme alcune macchine eoliche.
Va tenuto presente che distribuire in rete l’energia elettrica, pur su lunghe distanze, comporta perdite di trasporto sempre di molto inferiori alle perdite di efficienza dovute a qualsiasi sistema di accumulo che preveda la successiva trasformazione in elettricità. La prima scelta utile è quindi quella di indirizzare le politiche in direzione di grossi investimenti per migliorare la rete di trasporto e di distribuzione elettrica allo scopo di sfruttare quanto più efficientemente possibile la produzione da fonti rinnovabili.

Nuove tecnologie di accumulo
Mentre si stanno evidenziando i limiti e la dannosità dei combustibili fossili ed è previsto un forte sviluppo e ampliamento dei sistemi eolico e solare, tanto da poter ipotizzare che la produzione rinnovabile possa risultare esuberante rispetto alla domanda per buona parte del giorno, la sfida decisiva sta proprio nel realizzare tecnologie innovative e più efficienti per stoccare l’energia elettrica in grandi quantità, riducendo al minimo le perdite. Dall’efficienza di queste nuove tecnologie, ancora da mettere a punto, dipende sostanzialmente la possibilità di arrivare in tempi non storici a sostituire progressivamente con fonti rinnovabili l’uso di combustibili fossili per produrre elettricità e la possibilità stessa di far penetrare in profondità l’impiego dell’elettricità in settori che attualmente dipendono quasi esclusivamente dalla disponibilità di petrolio e gas, come per esempio i trasporti su strada. In sostanza, la possibilità di una graduale transizione da una civiltà basata sui fossili a una fondata sull’elettrico rinnovabile.
Non si tratta di rispondere a esigenze di moda o di marketing di uno o più settori produttivi ma del bisogno vitale di una società che non deve e non può più fare affidamento sui combustibili fossili per evolversi e progredire. Dal raggiungimento in tempi brevi di quest’obiettivo dipende la possibilità di almeno frenare la deriva, che appare inarrestabile, del progressivo accumulo di gas serra in atmosfera con il conseguente aumento del riscaldamento globale e dell’acidificazione e innalzamento degli oceani. Fenomeni in grado da una parte di sconvolgere il clima spostando buona parte degli eventi atmosferici ai limiti estremi, di modificare i confini attuali delle aree antropizzate e dei terreni coltivabili dando vita a migrazioni bibliche di popolazione, di animali, d’insetti; dall’altra di minare la base stessa della catena trofica marina creando condizioni critiche per lo sviluppo del plancton e, di conseguenza mettendo a rischio l’intero ciclo vitale che da essa dipende.

I limiti delle risorse fossili e l’energia NETTA
Se sul versante dei cambiamenti climatici ed ambientali troviamo motivazioni più che sufficienti per giustificare il graduale abbandono delle fonti energetiche fossili, circostanze forse ancor più pressanti ed urgenti si evidenziano a causa del progressivo declino delle stesse, petrolio per primo. Non esistono fonti o risorse infinite in un pianeta finito com’è la Terra.
Da questo punto di vista ben poco significato ha la momentanea (uno, due anni?) discesa del prezzo del barile che alimenta le illusorie speranze delle economie desiderose di svilupparsi nuovamente come fu possibile durante il periodo in cui disponibilità del greggio continuava a crescere. Per quanto il prezzo si sia ridotto attorno ai 45-40 euro il costo del barile oggi è circa il doppio di quello dei primi anni 2000; solo tra il 2005-06 ritroviamo il livello attuale, quando il petrolio convenzionale raggiunse il picco massimo di produzione che da allora sta declinando al tasso del 4-5% all’anno.
Il petrolio convenzionale è quello che sin dalla fine dell’800 si trovava con poco sforzo e poca spesa, facile, e che ha sostenuto la crescita delle economie del mondo nello scorso secolo. Da quando i vecchi pozzi hanno iniziato a esaurirsi o a produrre meno e le nuove scoperte a scarseggiare, le crescenti esigenze del mercato mondiale sono via via state soddisfatte da petroli più difficili e costosi, da idrocarburi simili ma non identici al petrolio, da petrolio sintetico ricavato lavorando sabbie bituminose, da sostanze ricavate trasformando prodotti agricoli e, per ultimo, perforando e fratturando artificialmente gli scisti (shale) con pratiche costose e altamente inquinanti.
Abbiamo superato i 10 km di profondità sotto il livello del mare, perforato i fondali artici, distrutto definitivamente migliaia e migliaia di ettari di terra, di foresta, di paludi, sequestrato l’acqua di interi fiumi, rubato il cibo a milioni di persone per bruciarlo nei motori e ci stiamo preparando a fare tutte queste cose ancora più intensamente pur di sopperire alla sempre più insufficiente quantità di petrolio facile e a basso costo. Dimentichiamo però una semplicissima verità: tutte queste pratiche esigono l’impiego di enormi investimenti, sono sempre più costose, rischiose e dannose ma soprattutto, poiché richiedono l’utilizzo di grandi quantità di lavoro e di energia, offrono in realtà alla fine solo una frazione di energia disponibile al consumo. Più energia si spende per estrarre dell’energia, meno me ne resta per soddisfare le esigenze della società. Il nocciolo della questione non è quanta energia lorda estraiamo o produciamo ma quanta energia netta risulta alla fine disponibile. Attualmente le statistiche mondiali mostrano che l’energia lorda è ancora in crescita ma non è così per l’energia netta. Calcoli precisi in tal senso sono praticamente impossibili ma le stime non si allontanano troppo dalle realtà e indicano un’energia netta in costante diminuzione. Ciò non è affatto ininfluente rispetto alla crisi che sta investendo da alcuni anni l’intero pianeta. Si pensi che siamo arrivati a consumare così tanta energia per fare un carburante (l’etanolo da mais) che l’energia che poi ci fornisce è inferiore a quella spesa.

Il prezzo del petrolio
Oggi il prezzo basso del petrolio dipende sostanzialmente da vari fattori:
– I forti investimenti fatti in passato, quando il prezzo del greggio era superiore ai 100 dollari al barile, non possono restare infruttiferi. I pozzi devono produrre per recuperare i capitali e per garantire almeno in parte l’equilibrio economico delle società petrolifere e degli Stati, obbligati al mantenimento del welfare a cui hanno abituato i loro cittadini;
– La crisi che attanaglia le economie e qualche azione di risparmio e di miglioramento di efficienza mantengono la richiesta di petrolio al di sotto delle quantità estratte o prodotte;
– Le politiche energetiche per la conquista e il mantenimento del mercato, e per raggiungere o consolidare una supremazia politico-militare, sono estremamente aggressive e chi può contare su riserve economiche consistenti tenta di mettere e mantenere in difficoltà gli avversari-nemici mantenendo volontariamente basso il prezzo;
– La speculazione, come sempre, entra nella partita, che sa giocare sia al ribasso che al rialzo.
In estrema sintesi, quando l’offerta è superiore alla domanda soffrono le aziende e i produttori, quando la domanda supera l’offerta soffrono i consumatori. Ora diversi piccoli petrolieri stanno fallendo e le maggiori aziende petrolifere stanno cancellando centinaia di milioni di dollari di investimenti nel campo della ricerca petrolifera a causa dei ridotti ritorni economici. Nel momento in cui l’offerta declinerà e/o la domanda aumenterà cambierà la situazione: la produzione stenterà a dare risposte e i prezzi torneranno a salire. Questo pare lo scenario più probabile che potrebbe ripetersi in più cicli. Ma per il mercato gli affari è meglio farli subito e pochi si sforzano a guardare più avanti di qualche mese. Bisogna crescere, far aumentare il PIL, anno dopo anno, come se non esistessero limiti di alcun tipo, mentre invece i limiti esistono e volendo guardare sono già ben visibili.

Le trivelle italiane
In questo quadro vanno collocate le considerazioni sulla scelta del nostro governo di promuovere, tramite il famoso “Sblocca Italia”, l’azione dei trivellatori nei nostri mari e in alcuni territori dell’entroterra alla ricerca di gas e petrolio. Prendendo spunto dai dati relativi alle riserve di idrocarburi presenti nei documenti ministeriali è facile calcolare che, se anche le migliori ipotesi si realizzassero, potremmo estrarre per alcuni mesi una quantità equivalente al nostro attuale consumo nazionale, oppure prolungare l’attuale livello di estrazione, che copre meno di un decimo del fabbisogno, per una ventina d’anni. Comunque è più che probabile che quel nostro petrolio non resti sul territorio italiano ma prenda la via del mare per approdare molto lontano. Nulla assicura che servirà per le nostre esigenze. Le compagnie lo venderanno dove riterranno più opportuno e alla nostra Italia non resteranno che le poche royalty, tra le più basse del mondo, applicate ai quantitativi estratti.
Visto il livello di prezzo attuale e gli scenari che abbiamo davanti, sarebbe molto più intelligente lasciare quel piccolo patrimonio dove sta e tirarlo fuori quando la situazione sarà diventata veramente critica e il greggio sarà molto più prezioso di adesso. Si eviterebbe così da una parte di mettere in pericolo il turismo altamente sviluppato sulle coste e la pesca in un mare piccolo, poco profondo, come l’Adriatico, dall’altra di degradare in modo irreversibile l’ambiente agricolo in territori pregiati per la qualità e l’immagine dei loro prodotti.

L’iniziativa di Gualdo Cattaneo
Il fatto che il sindaco di Gualdo Cattaneo, di fronte alla chiusura della Centrale termoelettrica a carbone dell’Enel, si sia posto il problema di come affrontare il mantenimento del posto di lavoro per i dipendenti e a tale scopo abbia proposto di sviluppare in loco la ricerca per realizzare prototipi innovativi o migliori messe a punto di sistemi di accumulo, rappresenta un importante contributo per rispondere alla situazione sinora descritta.
La chiusura della centrale, oltre che aziendalmente giustificata, era ambientalmente auspicabile. Non sembra né semplice né facile che al posto dell’impianto a carbone da 150 MW si possa realizzare un prototipo a scala industriale, valido e in grado di mantenere i livelli occupazionali, ma vale la pena di porre la questione in questi nuovi termini evitando di ripetere ancora una volta l’errore di voler salvaguardare le condizioni di chi perde o non trova il lavoro provando a tenere più o meno accesi impianti che per le loro caratteristiche avrebbero dovuti essere spenti da tempo.
D’altronde l’Enel, pur se in ritardo, si sta muovendo in una direzione condivisibile, realizzando a Catania un sistema di accumulo a batterie da 2 MW collegato a 10 MW di pannelli solari, un altro simile lo sta realizzando in Basilicata collegato a un parco eolico, mentre Terna gestisce o ha in corso di realizzazione circa 75 MW di batterie a supporto della rete elettrica, suddivisi in sistemi di accumulo distribuiti tra Campania, Sicilia e Sardegna.
C’è quindi spazio e necessità perché anche a partire dalle istituzioni si spinga in direzione dello stoccaggio di energia elettrica per permettere un forte sviluppo delle rinnovabili e promuovere una transizione che porti il paese a allontanarsi progressivamente ma velocemente dalle fonti fossili. Con efficienti sistemi di accumulo, riducendo da una parte i consumi e dall’altra modulando la produzione, si potrebbe immaginare di arrivare un giorno a produrre elettricità sostanzialmente solo su base rinnovabile.
Occorre però sottolineare che la riduzione della domanda dev’essere drastica e la produzione da rinnovabili aumentata di qualche ordine di grandezza. Queste sono condizioni che bisogna perseguire con grande determinazione su entrambi i fronti.

Minori consumi, produzione industriale e lavoro
La riduzione della domanda energetica passa inevitabilmente anche per una ridefinizione del ruolo che i sistemi produttivi e gli orari di lavoro ricoprono nella società attuale. Ogni prodotto, ogni merce ingloba una certa quantità di energia: quella impiegata nell’estrazione dei minerali, delle sostanze, nei trasporti, nelle fusioni, nelle lavorazioni, nei montaggi, nei confezionamenti, negli imballaggi, ecc. Le quantità quasi sempre sono molto elevate, ben più elevate di quanto possa immaginare un profano. Basti pensare che per produrre un’automobile moderna si consuma una quantità di energia equivalente a 35- 50 quintali di petrolio. Non è più possibile immaginare di produrre sempre più merci, né progettarle perché durino poco e diventino rifiuto al più presto e così fare in modo che la domanda di un nuovo bene sostitutivo continui a sostenere la produzione. Né si può continuare a pensare che un lavoratore debba lavorare per 8 ore e più al giorno mentre i progressi in automazione, informatica e l’ottimizzazione dei cicli espellono sempre più manodopera aumentando i livelli di disoccupazione.
Bisognerà diminuire fortemente la quantità di lavoro individuale. Qualche piccolo segnale in questa direzione si comincia a intravvedere: è di questi giorni la notizia che in Svezia alcune aziende e un certo numero di professionisti hanno deciso di ridurre l’attività lavorativa da 8 a 6 ore. Sarà anche indispensabile ridisegnare la distribuzione del monte-ore lavoro complessivo per ridurre la quota destinata a produrre beni consumistici ed espandere quella dedicata a realizzare tecnologie per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili, aumentare l’efficienza energetica, ma soprattutto aumentare la quota dedicata alla gestione, manutenzione, riparazione e recupero delle merci e dei loro componenti. Una società in cui il lavoro non logori la vita di una parte delle persone mentre altre ne restano escluse. Una società in cui non esista più il circolo vizioso e inarrestabile di guadagnare di più per comprare e consumare sempre di più. Una società in cui si produce ciò che serve e lo si fa durare quanto più a lungo possibile per risparmiare energia e danneggiare meno l’ambiente naturale. Una società che riconosca il valore d’uso delle merci e contemporaneamente ponga in primo piano l’aumento qualitativo e non quantitativo del benessere sociale e individuale. Una società più sobria, più equilibrata, in cui si possa vivere liberi dall’ossessione del consumismo e riscoprire nel tempo di non lavoro, la gioia della solidarietà, della cultura, la bellezza dell’arte e di quanto ci può offrire la natura.

E il sindacato?
Può avere un ruolo in tal senso il sindacato? Se guardo il presente e le dinamiche in atto da quasi tre decenni non c’è spazio per essere ottimisti. Molti sono stati anni particolarmente difficili durante i quali ho assistito alla progressiva perdita di capacità progettuale del sindacato, costretto all’angolo da difficoltà di ogni ordine: attacchi sul terreno politico, chiusura o trasferimento all’estero di aziende, decadenza della grande impresa, frammentazione delle controparti, esplosione del lavoro precario e in nero, riduzione degli iscritti, aumento della disoccupazione, mancanza d’investimenti, crisi economica e produttiva, burocratizzazione dell’organizzazione, caduta d’idealità negli iscritti e nei dirigenti, errori di tattica e strategia, ecc.
Ho anche sperimentato la sconfitta di qualche dirigente che cercava in tutti i modi di inserire elementi di prospettiva, sforzandosi di andare oltre il solito traccheggiamento che si limita a gestire alla meno peggio il contingente o a difendere testardamente situazioni senza futuro. Il tutto immerso in una caduta ideale, in cui mancanza di approfondimento culturale e di capacità di analisi e di dibattito, hanno limitato l’elaborazione e impedito la costruzione di una strategia a medio-lungo raggio. Di questo passo le difficoltà per il sindacato non potranno che aumentare. Senza un respiro più ampio non sarà possibile portare all’interno del sindacato la conoscenza del nuovo, la cultura delle enormi trasformazioni in atto, fattori indispensabili per tentare almeno di proporre qualche nuova soluzione a problemi che con la tradizionale impostazione risultano irrisolvibili. Senza la capacità di rapportare le necessarie mediazioni del presente a una visione molto più ampia di prospettiva, senza saper inserire gli indispensabili compromessi dell’attualità all’interno di strategie che puntino a rispondere a quanto accadrà in un futuro non molto lontano, senza coinvolgere il proprio popolo in un progetto di radicale cambiamento coerente con le dinamiche in atto, non riesco a vedere come il sindacato possa tornare a ricoprire un ruolo centrale nella società.
Il terreno dell’energia, nella sua dimensione nazionale e mondiale, rappresenta il baricentro di ogni politica e necessariamente dovrebbe esserlo anche per il sindacato. Non c’è produzione, non c’è lavoro, non c’è occupazione se non c’è energia. Ma come si articola la situazione energetica attuale? Quali sono le reali prospettive a medio periodo? Su quali fonti si può realmente fare affidamento? E che apporto potranno offrire? Basta veramente fare affidamento alla crescita dell’economia verde? Alla crescita compatibile? Alla razionalizzazione della produzione? All’aumento dell’efficienza?
Chi sa oggi rispondere adeguatamente, da “informato”, a questa breve serie di domande tra i militanti, i delegati e i dirigenti sindacali? A tutti i livelli? Poche persone, molto poche, ritengo.
Con questa provocazione voglio chiudere queste note sperando che esse inducano più di qualcuno a riflettere e trarne conclusioni propositive, mettendo a frutto il proprio entusiasmo e la propria intelligenza.

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